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Il ragazzo che voleva salvare il giornalismo

Ma, secondo molti, ha finito per distruggerlo. La storia tormentata di Chris Hughes e del New Republic, gloriosa rivista del secolo scorso.

New Republic, il magazine americano che durante la presidenza Clinton era considerato il diario di bordo dell’Air Force One, è di nuovo in vendita. Chris Hughes non lo vuole più, cerca un acquirente:«Ho sottostimato le difficoltà della transizione da un’istituzione antica e tradizionale a una digital medial company in un contesto come quello di oggi che cambia così velocemente», ha scritto la scorsa settimana nella nota in cui comunicava la resa. L’ammissione di responsabilità non ha salvato Hughes dalle ire e dalle accuse celebri ormai da un anno, da quando metà redazione di New Republic si è rumorosamente dimessa in protesta nei confronti dell’editore: hai distrutto il magazine liberal più cool che c’era, quello che era stato fondato per «portare sufficiente ispirazione sui problemi della nazione», ora vuoi rifilarlo a qualcun altro, avvoltoio ragazzino.

Hughes, ragazzo della North Carolina, compagno di stanza di Mark Zuckerberg a Harvard quando stava nascendo Facebook, poi impiegato nella campagna elettorale di Barack Obama, quella indimenticabile del 2008, infine ambizioso editore di un magazine con una storia centenaria (dal 2012 a oggi Hughes ha speso in New Republic 20 milioni di dollari), aveva deciso di tagliare le pubblicazioni della metà (da 20 a 10 numeri l’anno), di spostare la redazione principale da Washington a New York, di creare una “digital medial company”, formula che non è mai risultata né chiara né simpatica, e il risultato è stato il crollo di circa il 50 per cento di lettori, oltre a una dichiarazione di odio esplicita e irriducibile dell’establishment giornalistico e letterario della sinistra americana (e non solo).

Chris Hughes and Sean Eldridge, Advocate Magazine,  April 2011

Sarah Ellison, che ha pubblicato un ritratto di Hughes su Vanity Fair, dice che l’imprenditore ragazzo è sempre stato in mezzo a due pulsioni, una che veniva dall’ovest, dalla mentalità della Silicon Valley, l’altra che veniva dall’est, da quello snobismo che un ragazzo di provincia non ha, ma che vorrebbe avere. La gestione disastrosa di New Republic è stata la sintesi imperfetta di queste due forze: Hughes ha nominato direttore Franklin Foer, che era già stato alla guida del magazine e che ne rappresentava la visione, e ha mantenuto quel colosso del pensiero liberal americano che è Leon Wieseltier come capo della cultura, lavoro che faceva splendidamente da decenni: si è mescolato a loro, Hughes –uscivano insieme, chiacchieravano, discutevano – per mantenere una tradizione e provare a traghettarla in un futuro che risultava incerto per tutto il settore dell’informazione. Poi l’istinto dell’ovest è arrivato, Hughes ha assunto come ceo Guy Vidra, peso massimo di Yahoo, che non parlava mai del magazine, degli approfondimenti, delle idee, ma soltanto dei numeri da generare sull’online, venendo così interpretato come un “Ceo di guerra”, un avvertimento vivente da parte di Hughes alla redazione. Si scatenò una lotta di pensieri e di personalità che si è conclusa con una fuga di massa del cuore intellettuale di New Republic – una fuga rancorosa, urlata, spettacolare. Da qualche mese l’intesa iniziale tra Hughes e la redazione era svanita, iniziavano battibecchi insistenti: Leon Wieseltier andò in televisione, al Colbert Report, a presentare una raccolta di saggi di New Republic, “Insurrections of the Mind”, e disse che il problema della cultura americana era che “è troppo digitale”. Hughes si offese, soprattutto quando sentì molti in redazione concordare con Wieseltier.

«Una volta abbiamo festeggiato con un pizza party e siamo subito andati in rosso»

In poco tempo si consumò la frattura, Hughes era anche nervoso per altre questioni, la campagna elettorale per il Congresso di suo marito, Sean Eldridge, andava male, anche se stavano investendo soldi e tutta l’influenza a disposizione – che allora era alta: la coppia d’oro di New York –, e infatti anche quella poi si sarebbe risolta in un disastro. Non funzionava più niente, e dopo gli insistenti riferimenti di Hughes a “una compagnia digitale integrata”, l’insistenza sui video e su format online invero poco profittevoli, iniziò la fuga. Se ne andò Foer, se ne andò Wieseltier, se ne andò l’executive editor Rachel Morris, se ne andò Greg Veis, che si occupava delle inchieste, e poi Jeffrey Rosen, che si occupava dei legal-affairs; Hillary Kelly, che era media editor, sei redattori di Wieseltier, trentasei (su trentotto) collaboratori esterni. Ryan Lizza, che era uno dei collaboratori fuggitivi, ha raccontato sul New Yorker, dove lavora, la prima riunione di redazione dopo la dimissione di massa, Hughes non parlava quasi, era «arrabbiato ed emotivo», i giornalisti rimasti si guardavano intorno spaventati,«come lo facciamo il prossimo numero?», sbottò a un certo punto Hughes.

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New Republic non si è mai davvero ripreso: era agonizzante da anni, il proprietario di prima, l’irraggiungibile Marty Peretz, diceva che aveva visto l’attivo soltanto per qualche brevissimo tempo,«una volta abbiamo festeggiato con un pizza party e siamo subito andati in rosso». Ma prima c’era l’establishment a sostenerlo, poi più nulla, solo lo sforzo annaspante di una compagine di manager e giornalisti ferita, abbandonata, arrabbiata, che non trovava – non trova, ma in questo non è sola – un modello di business sostenibile. Ancora risuonano le parole che disse Wieseltier, quando ancora parlava con Hughes, ma poco: «Non siamo soltanto disruptors, incubators e accelerators, siamo anche gestori, guardiani, fiduciari. Le domande che dovremmo porci, e che gli storici e i nostri figli ci porranno, sono: come quello che creeremo sarà paragonabile a quello che abbiamo ereditato? Aggiungeremo qualcosa alla nostra tradizione, o le leveremo qualcosa? La arricchiremo o la svuoteremo?». Oggi nessuno ha alcun dubbio nel rispondere che Hughes ha fatto uno scempio, e che a quelle domande dovrebbe rispondere piangendo e battendosi il petto, l’accanimento è durissimo nei confronti del ragazzo – e anche di suo marito, la coppia d’oro non luccica più, perché ha voluto troppo e non poteva niente, perché ha violato spazi che appartenevano ad altri: c’è tanto amore per gli outsider in politica, ma altrove no. È vero: Hughes non si è mai adattato a pubblicare un giornale di nicchia, forse non accettava la nicchia, forse non la capiva, così ha imposto una bizzarra strategia di crescita che ha finito per alienare i fan e che non ha creato un nuovo pubblico di riferimento. Una bolla senza peso.

«Questo è e sarà sempre il posto in cui avvengono le cose»

L’Atlantic, un altro magazine dalle tante vicissitudini che Hughes portava come esempio di un outlet che riusciva a sopravvivere (spesso urlava, parlandone), ha provato a chiedere: e ora che succede? Hughes ha spiegato, nella nota in cui annunciava la messa in vendita del giornale, che la domanda senza risposta rimane: «New Republic può trovare un modello di business che rafforzi il suo giornalismo negli anni a venire? Ci sono segni luminosi all’orizzonte – scrive – Vox, Vice, la Texas Tribune, Buzzfeed, ProPublica e Mic rappresentano una nuova e promettente generazione di organizzazioni, alcune for profit altre no profit, che hanno messo il giornalismo di alta qualità al centro della loro identità. Il New York Times, l’Atlantic e altri media tradizionali hanno trovato modelli di business che funzionano per loro. Spero che anche questa istituzione un giorno potrà far parte di questa lista, ma per farlo New Republic ha bisogno di una buona visione che soltanto un nuovo proprietario può portare». Secondo il Wall Street Journal, Hughes è già in contatto con possibili acquirenti, e per alcuni la via è quella adottata da ProPublica: la struttura no profit. Ma ci vuole qualcuno che ci creda, non soltanto in un modello di business che va forgiato e limato passo a passo, senza mai distrarsi, ma soprattutto che ancora creda, dopo quattro anni di gestione del ragazzino avvoltoio, a quello che Hughes stesso disse nel 2012, comprando il magazine: «Questo è e sarà sempre il posto in cui avvengono le cose», un giornale come strumento di attrazione dell’eccellenza.

Nell’immagine in evidenza: Chris Hughes. In testata: Bill Clinton parla durante le celebrazioni per i 100 anni del magazine
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