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I libri del mese

Cosa hanno letto a febbraio i collaboratori di Studio e cosa abbiamo amato in redazione.

Garth Risk Hallberg – Città in fiamme (Mondadori) trad. Massimo Bocchiola

7d590d1f-9794-4000-9d91-b76a3d5ae870È il libro dell’anno? È un flop? I detrattori si attaccano alle copie vendute negli Stati Uniti: meno del previsto, a fronte di un anticipo milionario e un lancio-kolossal. I fan salutano la nascita di una voce nuova. I critici si dividono, New York Times sì, New Yorker no. Leggere per stabilire. Nella New York del blackout del ’77 si mischiano storie e persone, ricchi e poveri, bianchi e neri, giovani e vecchi, Brooklyn e Central Park, punk underground e attici di lusso. C’è un giallo alla Tom Wolfe ed eco di Franzen, Cunningham, Tartt. Garth Risk Hallberg – che nome difficile da tenere a mente – copia? Mah. E in fondo non è così importante. Perché le scene ci sono, i personaggi ti tirano dentro, s’immagina una futura serie HBO (ormai si guarda tutto con l’occhio del binge-watcher), si finisce per leggere mille pagine (l’ambizione è tanta) in un soffio. Se questo è l’obiettivo della letteratura in cerca di nuovi grandi narratori (anche) mainstream, ebbene Città in fiamme ha più di un merito al riguardo.

(Mattia Carzaniga)

 

John Berger – Perché guardiamo gli animali? (il Saggiatore) trad. Maria Nadotti

perche-guardiamo-gli-animali_pc-391x550Lo scorso dicembre ho fatto una cosa che disapprovo fortemente: sono andato allo zoo (a Basilea, uno dei “migliori”, almeno così dicono). Ci sono andato perché il pensiero di stare a pochi metri da bufali, giraffe, leoni e scimmie mi attirava. Sono rimasto quasi mezz’ora a fissare i movimenti bruschi di una giraffa, e poi un rinoceronte immobile che mangiava e pisciava, e poi un gorilla annoiato e seduto, e le piccole scimmie ragno che, appese per la coda, mi guardavano mentre le guardavo, e poi sparivano lasciandomi stolido dietro il vetro. Prevedibilmente, ne sono uscito insieme affascinato e disgustato. Un giorno gli zoo per animali finiranno, come sono finiti quelli per gli uomini, e per guardare gli animali ci rimarranno i documentari, come lo splendido Life della BBC, che ho recentemente divorato su Netflix. O i viaggi, e anche quelli sempre meno, visto che, semplicemente, sono sempre meno gli animali presenti sul pianeta. Per capirli e capirci, invece, ci sono i libri come Perché guardiamo gli animali? «L’animale ha segreti che, a differenza dei segreti delle caverne, delle montagne, dei mari, si rivolgono specificamente all’uomo»: i dodici saggi di John Berger (critico d’arte, scrittore) riflettono sullo strano rapporto che questa nostra specie bipede ha con tutte le altre specie, sulla sua storia, sui misteri del linguaggio, sul nostro assurdo e crudele essere soli e isolati da tutto: «Con le loro vite parallele, gli animali offrono all’uomo una compagnia diversa da quella che può essergli offerta da un altro essere umano. Diversa, perché è una compagnia offerta alla solitudine dell’uomo come specie».

(Davide Coppo)

 

Davide Reviati – Sputa tre volte (Coconino)

sputa00Vedo diffondersi un nuovo vezzo “leggo prevalentemente saggi” o nella versione tranchant, senza avverbio, “leggo solo saggi”. Lo capisco. Viviamo anni felici della divulgazione, lo storytelling dilaga – in questo campo ancora senza troppi danni – e perciò possiamo leggere di argomenti che un tempo sarebbero stati appannaggio solo degli specialisti. Le epidemie, il diritto, la fisica: quanti temi che un tempo sarebbero stati preclusi! E poi i saggi deludono meno, perfino dai meno riusciti riesci a cavare qualcosa e, nei casi peggiori, li puoi abbandonare con meno sensi di colpa della narrativa. Il rovescio della medaglia è che nemmeno il miglior saggio sull’adolescenza può restituire la commozione di un libro come Sputa tre volte. Ci sono i pomeriggi da riempire a dieci anni e le notti da riempire a diciotto come fossero momenti della stessa lotta contro lo scazzo, la noia e la frustrazione. E poi c’è la periferia italiana così rarefatta che sembra senza latitudine. E tutta la sintesi che solo le storie sanno offrire.

(Arnaldo Greco)

 

Angelo Ferracuti – Andare. Camminare. Lavorare (Feltrinelli) 

9788807491979_quartaIl libro che sto leggendo è Andare. Camminare. Lavorare di Angelo Ferracuti, Feltrinelli. Il sottotitolo recita: «L’Italia raccontata dai portalettere» e io da bambina volevo fare la portalettere, mi piacerebbe dire che sognavo di portare le storie a casa delle persone come metaforicamente fanno gli scrittori e sarebbe una bugia perfetta. Invece ovviamente volevo fare la portalettere perché mi piaceva andare in bici e per nessun altro motivo, anche se quei due o tre postini che avvistavo raramente nel portone quando non andavo a scuola mi sembrava che andassero a piedi, o al massimo con qualche macchina brutta. Ferracuti ha fatto il postino e lavora per Poste Italiane che gli ha commissionato questo reportage, per sei mesi ha girato l’Italia regione per regione, da Salina a Napoli, dai Sassi a Ventimiglia, allontanandosi dal suo paese, che invece è Fermo (la grazia dei nomi giusti). Sono più o meno a metà e in questo momento il portalettere Giuliano, di Venezia, racconta: «Arriva la vecchietta, te dice: postin, cosa me sa arrivà?». Questo mestiere un po’ scomparso che invece non muore, Ferracuti ha tutta la malinconia giusta per raccontarlo.

(Nadia Terranova)

 

Marco Balzano – L’ultimo arrivato (Sellerio)

Balzano-ultimo-arrivatoI romanzi il cui io narrante è un bambino hanno spesso qualcosa di ricattatorio, e forse semplicistico, soprattutto quando sfruttano la voce infantile per comunicare concetti altrimenti problematici. Ecco, questo non è il caso de L’ultimo arrivato di Marco Balzano, vincitore, tra gli altri, anche del premio Campiello 2015. Di rado capita di leggere rappresentazioni tanto appassionate e precise della Milano del boom economico. L’ultimo arrivato è Ninetto, che raggiunge la capitale lombarda dalla Sicilia e si sottopone con entusiasmo e ambizione al cursus honorum del lavoratore meridionale: la specializzazione in catena di montaggio e poi “l’arresto” a un mestiere che concede poca libertà. Incredibile il mondo al di là di Porta Venezia, con la Buenos Aires che grida «Giuanin pipeta!» ad ogni apparizione del bambino, all’inizio fattorino in nero su una bicicletta troppo alta. La Milano dell’epoca è preziosa anche perché confrontata con la città odierna; i vetri di Garibaldi come i giardinetti spelacchiati di Lampugnano. A collegare territori urbani così lontani nel tempo e nello spazio è proprio la narrazione unitaria di Ninetto. La sua voce raccoglie una quindicina di interviste condotte da Balzano con uomini che furono soggetti dell’emigrazione infantile (fenomeno che coinvolse ragazzini sotto i dodici anni, soprattutto del Mezzogiorno, nei primissimi anni Sessanta). Per questo L’ultimo arrivato non è ricattatorio: perché non è solamente storia di formazione ma è anche, soprattutto, un documento storico.

(Clara Miranda Scherffig)

 

Alice Milani –  Wisława Szymborska. Si dà il caso che io sia qui (BeccoGiallo)

SZYMBORSKA0«Il libro procede per frasi secche, in un ordine che sembra dimentico degli schemi lirici, e lascia il lettore nudo con il dramma che scorre sotto il ghiaccio della superficie, ma gli fa sentire il suono della corrente sotto quella crosta dura». Le parole usate da Andrea Molesini per recensire Discorso all’Ufficio oggetti smarriti di Wisława Szymborska si adattano bene a Wisława Szymborska. Si dà il caso che io sia qui, la biografia a fumetti dell’autrice polacca a opera di Alice Milani. Confrontarsi con le biografie è sempre difficile, qualsiasi mezzo si adoperi. I polpettoni cinematografici “dalla culla alla tomba” tendono a peccare di ingordigia aneddotica, quelli che colgono momenti sparsi possono risultati ellittici a un neofito del personaggio o banale a un appassionato. E i rischi, in entrambi i casi, sono lo scivolone retorico. Quindi è un terreno minato che a un autore non dovrebbe nemmeno passare per il cervello di voler affrontare. Inoltre, se qualche bel film biografico può venire in mente anche ai più schifiltosi, gli esempi a fumetti sono rari (con la maglia nera da conferirsi al settore della musica, con cui la nona arte ha dei problemi irrisolti). Lo stesso BeccoGiallo, editore abituato a trattare argomenti simili – grandi eventi e grandi vite, di solito connotate da impegno civile – si è lasciato andare talvolta a prodotti didascalici. Milani affronta Szymborska con la spavalda leggerezza tipica della poetessa, operando una mimesi metodologica che la porta a scorrere tra i momenti di vita più (o meno) topici della scrittrice giustapponendovi spesso citazioni dirette dei suoi lavori. Semplice eppure profondo era il poetare della polacca, svelto, quasi immediato, eppure meditativo è il fumetto di Milani. Poche parole, pochi dialoghi, pochi dettagli nei disegni a tecnica mista del libro, tra cui spuntano, come nella copertina, collage fotografici (plasmati a tal punto da non apparire come l’ammissione di sconfitta nei confronti del reale che potrebbero sembrare). Qualche pecca agiografica e lo spaesamento che il lettore casuale potrebbe avvertire sono venialità di fronte alla purezza di forma e linguaggio che la fumettista riesce a ottenere. Il suo sguardo è stretto quando si tratta di scegliere quali episodi di vita mettere su carta ma larghissimo nel momento di disegnarli. E il libro si tiene insieme grazia a questa tensione tra la rapidità delle azioni e il lento contemplare a cui l’occhio è costretto data la vastità delle tavole.

(Andrea Fiamma)

 

Stephen King – 22/11/’63 (Sperling & Kupfer) trad. Wu Ming I

206978886836HIG_15Il Grande Romanzo Americano è anche quello che si dipana nella corposa produzione letteraria di Stephen King, autore che sta alla letteratura Americana come i Beatles alla musica pop inglese. In 22/11/’63, pubblicato nel 2011 e da cui è stata tratta una serie tv appena andata in onda negli Stati Uniti, King affronta di petto uno dei grandi traumi irrisolti dell’inconscio collettivo statunitense, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La domanda che si pone è: ci troveremmo oggi in un mondo migliore se Lee Harvey Oswald non avesse premuto il grilletto in quel lontano giorno di novembre del 1963? Jake Epping è il protagonista incaricato di sventare l’attentato. Il committente è il gestore di una tavola calda, Al Templeton, che scopre un passaggio spazio-temporale nella dispensa del suo locale e chiede a Jake di tornare indietro nel tempo per cambiare il corso della Storia. Il favoloso pitch del romanzo lo pronuncia Al: «Save Kennedy, save is brother. Save Martin Luther King. Stop the race riot. Stop Vietnam. Get rid of one wretched waif, buddy, and you could save millions of lives». Abbiamo così l’opportunità di rituffarci nell’America a cavallo degli anni ’50 e ‘60, quando ancora splendeva vivido il sogno americano, il boom economico, la frenesia consumistica. Stephen King tratteggia con nostalgia quegli anni, quando «la carne sapeva di carne e la birra sapeva di birra», senza telefonini e reperibilità perpetua, raccontandone però anche i risvolti oscuri come le discriminazioni razziali, i tabù e la morale ipocrita degli Wasp. In 22/11/’63 c’è il Re in tutta la sua essenza: lo straordinario connubio tra soprannaturale e ordinario, orrore e sincerità, con una trama sincopata che lascia senza fiato. Per scriverlo, Stephen King ha studiato con attenzione le molteplici teorie cospirazioniste, convincendosi alla fine che la versione più semplice è anche quella più assurda. Perché per King il mondo è così: «Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre».

(Laura Fontana)

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