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Professoressa d’amore

Da Twitter a un romanzo social-sentimentale con Einaudi, abbiamo fatto due chiacchiere con Ester Viola, appassionata di sciagure.

Una persona che scrive d’amore su Twitter – seguitissima – e soprattutto sui guasti dell’amore, entra in redazione con una camicia rossa punteggiata da decine di cuori neri. Questa persona fa l’avvocato – in una branca tristissima del diritto, dice lei – ma cita tra le sue influenze scrittori di sentimenti e compilatori di rubriche del cuore. La persona ha un libro appena uscito da Einaudi nel cui titolo senza imbarazzo compare la parola “amore”: L’amore è eterno finché non risponde, un romanzo con cui il feroce piglio satirico dei suoi tweet prende la forma di una storia di sentimenti e social network ambientata nella Napoli dei professionisti (insolita per la narrativa italiana ma resa in modo esatto a giudizio di chi scrive). Le brevi frasi taglienti sempre ricche di verità sui rapporti che questa persona scrive ogni giorno le avete lette tutti, vengono dal profilo social di Ester Viola.

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Ester, mi sembra che tu sia stata molto attenta a costruire un alone di mistero intorno al tuo “personaggio” social, non lo dico come critica, è che vedendoti qui, in carne e ossa, e confrontandoti con l’immagine che ho di te leggendo quello che scrivi provo un senso di scollamento più forte del solito.

Scollamento vuol dire che ho sbagliato il vestito per l’intervista?

 

ⓢ Quand’è che hai iniziato a scrivere su Twitter, Ester?

Ero un’ammiratrice della Soncini – sono un’ammiratrice della Soncini – e avevo un profilo, ma chiuso, lei mi disse: «Apri questo coso», da lì tutto.

 

ⓢ Il fatto di acquisire mano mano visibilità che effetto ti ha fatto?

Ma questa è una domanda malatissima, che effetto vuoi che mi abbia fatto?

 

ⓢ Ma dai, hai diecimila follower, non può essere che non.

Se non ti rispondo, ricominci con quella storia della modestia?

 

ⓢ Dai, dimmi almeno perché hai iniziato a scrivere i tuoi aforismi…

Far ridere? Far ridere è bello. Di Twitter mi è sempre piaciuto il poco spazio. Quando hai un pensiero un po’ più largo e sfilacciato devi restringerlo e tagliarlo con un po’ di cura per farcelo entrare, mi diverto molto con quella cosa là. È il tetris delle parole.

 

ⓢ Cos’è successo quindi quando ti ha chiamato Einaudi?

Mi hanno chiesto qualcosa e gli ho mandato un pezzetto di manuale di self-help che avevo già scritto, loro mi hanno detto: «Ok, ora però ci serve una storia».

 

ⓢ Perché non hai pensato allora a un libro che fosse più fedele al tuo stile?

Un libro di aforismi? Nominami tre di libri di aforismi molto buoni. Per quel tipo di lavoro serve genio di prima qualità.

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Spostandoci sul metodo: come fa una persona con un lavoro impegnativo come il tuo a trovare il tempo per concepire una storia? Quando scrivevi?

Ora qualsiasi risposta sembrerà: guarda quante cose faccio. La verità è: ho una vita noiosa. Mi alzavo presto, scrivevo un paio d’ore, andavo in palestra, poi andavo in tribunale, di sera di nuovo a scrivere. Più diventi noioso, più rendi: l’hai mai notato?

 

ⓢ Quando hai iniziato a capire di essere una persona intelligente?

Qua con te, ora. Anzi, al liceo.

 

ⓢ Il famoso liceo classico dei tuoi tweet… Eri la più brava della classe?

Ho preso anche dei quattro. Tu quand’è che hai cominciato a pensare di essere intelligente?

 

ⓢ Penso a cinque anni.

Pacifico questa domanda non l’avrebbe mai fatta, comunque, fa delle interviste migliori.

 

ⓢ Provo a ritornare serio… quindi hai iniziato a scrivere questo libro pensando: cosa mi interessa? Mi interessano le delusioni amorose, i problemi di coppia…

Sì. E oltre a questa anche un’altra domanda: cosa so io? So un po’ di legge… Però la legge che sapevo io era un’altra, perché sono giuslavorista. Molti numeri, poco sentimento. E quindi mi sono messa a studiare divorzi. Quando la sciagura sentimentale è degli altri c’è una parte di te che partecipa, un’altra pensa “così in basso io non ci sono mai arrivata”, un’altra ancora ride di nascosto.

 

ⓢ E quali sono state le tue fonti?

Ho studiato molto la questione dei social network nelle cause di separazione.

 

C’è un testo fondamentale in tema?

Serve. Pensa al problema delle chat che dovrebbero valere come corrispondenza privata. Metti che tua moglie prenda di nascosto il tuo telefono, faccia uno screenshot e se lo mandi sulla sua mail. Poi va dall’avvocato e dice: lo stronzo me l’ha mandata per sbaglio, la vogliamo usare? Il 616 codice penale dice di no, ma ho un’ordinanza del tribunale di Torino che invece stabilisce che è rimesso alla valutazione del giudice se tenerla o no. Così alla fine quello screenshot ti potrebbe costare parecchio, in termini di addebito, intendo. L’addebito è una specie di punizione in soldi per il fatto di aver violato i patti, diciamo pure tradito – definizione contestabile, ma è quello – una cosa che non dovrebbe esistere. Però esiste.

 

ⓢ A un certo punto quasi all’inizio del libro dici questa cosa che mi ha colpito: l’avvocato divorzista prova più simpatia per il lasciante che per il lasciato…

Perché chi lascia sta benissimo, a parte i cinque minuti del faccia a faccia. C’è una quota di sollievo che manca al lasciato.

 

ⓢ Ma si può fare una divisione in quote del dolore nel momento in cui due si lasciano senza considerare quello che c’è stato prima? Magari il lasciante prima ha sofferto più del lasciato…

A me interessa la scena finale.

 

ⓢ E tu quante volte sei stata lasciata?

Una.

 

ⓢ Quanto tempo fa?

2001.

 

Quindici anni fa e te la ricordi ancora?

Me l’hai chiesto tu.

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ⓢ Tornando ai social network, i social quindi secondo te hanno cambiato i rapporti? Nel libro ci sono tanto e m’interessa molto il modo in cui sei riuscita a inserirli. M’interessa il modo in cui vengono usati dalla letteratura, perché non è affatto semplice usarli. Da un lato come si fa a non parlarne, visto quanto sono presenti nella nostra vita, dall’altro c’è una forma di imbarazzo, come se non fossero degne di essere comprese in un romanzo.

Ma mi è riuscito?

 

ⓢ Sì, secondo me è una cosa che nel libro funziona molto, ma come ci sei riuscita?

Non lo so, forse mi ha aiutato la prima persona, ma soprattutto come fai adesso a togliere da una storia d’amore queste diavolerie? Come fai? Scrivere una storia d’amore senza nemmeno un’email? Devi ambientarla nell’Hampshire. Si è rassegnato addirittura Franzen, hai visto?

 

ⓢ Mi piace come li usi perché lo fai in un modo naturale senza preoccuparti di renderli letterari. Non hai questa preoccupazione. La domanda però volevo fartela anche sulla vita reale, all’avvocato, diciamo, su quanto i social hanno cambiato i rapporti.

Hanno cambiato tutto il sistema delle prove. Esempio. Un uomo appena separato sta su Facebook, il tribunale ha stabilito che deve dare una certa somma per il mantenimento di suo figlio, intanto l’uomo ha trovato una nuova compagna. L’uomo va al mare con la nuova fidanzata, un’offerta sottocosto per la Thailandia, anzi magari ha avuto un biglietto regalato da un amico. Poi la nuova scaltrissima compagna mette le foto al mare su Facebook, l’ex moglie vede la foto, magari gliela inoltrano e lei, la ex moglie, può andare dal giudice con una richiesta di revisione che dirà più o meno: guardate che questo schifoso va in Thailandia, ha più soldi dei dichiarati, mi sta dando troppo poco e il giudice può dire: la signora ha ragione.

 

E sui sentimenti che influenza hanno avuto?

Una specie di statistica diceva che nel 90% dei casi si nomina Facebook entro i primi cinque minuti di un incontro da un divorzista. Vuoi sapere cos’è cambiato secondo me da un punto di vista sentimentale? Hai presente La femmina nuda della Stancanelli? Ecco, prima a casa tua c’eravate tu e i sospetti, tu e la tua immaginazione. E mordevi le pareti. Adesso ci siete tu, le prove precise e l’esibizione di felicità online della nuova coppia e quindi forse le pareti le mordi più forte.

 

ⓢ Ho la sensazione che come tutte le persone che riescono a far ridere gli altri anche tu hai notevole un sottofondo di tristezza…

Non lo so, Cristiano. Forse no. E non ho mai capito perché questa cosa piace tanto pensarla.

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