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Elogio di Porta a porta

Compie vent'anni il talk show che ci ha regalato il contratto con gli italiani di Berlusconi, il risotto di D'Alema, e tanti plastici.

Aprile 1996, anno Uno dell’era Porta a porta. Vespa lancia il servizio sulla storica vittoria dell’Ulivo. Parte un montaggio di immagini al rallenty col coro di Gam-gam in sottofondo: bandiere, lacrime di militanti, tailleur di Bianca Berlinguer, concitazioni in sala stampa e ragazzi in strada col cappello Kangol che dicono: «Adesso faremo vedere cosa valiamo noi giovani». Sfilano i volti della campagna elettorale. Veltroni, Prodi, «questa scelta che abbiamo fatto di andare davanti alle fabbriche», «se i dati confermano l’attuale tendenza», e poi D’Alema. Il segretario del Pds sale sul palco tra gli applausi. Quindi prende una bandiera, indica la falce e martello e si rivolge alla folla: «Lasciatemi dire una cosa… io sono contento che abbiamo portato al governo del Paese questo simbolo!» Boato. Applausi. Fine del servizio. Si torna in studio, l’ospite è Veltroni.

2009 Oscar TV - CeremonyNella sua prima edizione Porta a porta era ancora un talk politico che affrontava un solo tema a serata, taglio istituzionale, pochi invitati. Vespa fa tutto un preambolo sull’appuntamento con la Storia, la prima volta della sinistra, il Pci, il cambiamento, «questo legittimo gesto d’orgoglio di D’Alema», eccetera. Poi lancia il domandone: «Ce la farete voi che siete sempre stati opposizione a governare?». «Intanto mi faccia dire una cosa da apprezzatore d’immagini», risponde Veltroni, «abbiamo visto un gran bel servizio, girato bene, con un ottimo montaggio». È fatta. Il Walter cinefilo avverte subito lo Zeitgeist, la nuova era, l’alba dentro l’imbrunire o viceversa.

Un anno dopo D’Alema è lì col grembiule che prepara un risotto. «La cipolla invece di sfriggerla, la lascio a bollire così perde il suo afrore». Arriva Vissani, D’Alema lo chiama «Maestro». Mancano quindici anni a Masterchef Italia, Farinetti gira ancora tra i magazzini di Unieuro, Porta a porta ha già capito tutto. Il Paese è pronto per il contratto con gli italiani. L’8 maggio del 2001, Vespa prova a stemperare la solennità del momento: «Eh ma quant’è complicata quella B…». Arriva la firma. Nasce la terza camera.

Mancano quindici anni a Masterchef Italia,  Porta a porta ha già capito tutto

Il primo atto istituzionale è la nomina a ministro di Montezemolo anche se lui non lo sa. Questo è l’anno dei plastici. Si comincia per tentativi, con un tema facile: l’11 settembre. Di fronte a quel traffico di immagini, davanti a tutta quella morte in diretta, all’incidibile e all’irrapresentabile, Porta a porta trova il suo stile: una piantina dell’East coast americana, due aeroplanini piantati sopra spostati con le mani. «Fu il plastico più faticoso», confesserà Vespa, «passammo il pomeriggio a cercare gli aerei giusti».

Ma questa ricerca del realismo non tragga in inganno. Qui siamo in puro straniamento brechtiano. Allusioni. Gesti stilizzati. Didattica. Lavagnette. Riduzione in scala della complessità del mondo globale. Per capire la drammaturgia Verfremdung di Porta a porta riguardarsi la puntata sulla chirurgia estetica. «La signora Giada è una bella donna che però come tante italiane vorrebbe rifarsi il seno». La signora Giada toglie l’accappatoio, sfodera la sua quarta abbondante e resta lì, immobile di fronte a Vespa. Lui incrocia le braccia, si fa freddo, analitico. Sono tette, ma non è come sembra. Ceci n’est pas un pipe, concentriamoci sulle insidie della mastoplastica additiva.

Il plastico è lo storytelling. Perché l’Italia in miniatura non è a Rimini ma a Porta a porta. La base di Nassirya, la Costa Concordia, Montecitorio, la corazzata “Roma”, la villetta di Garlasco, la casa di Brenda. Mentre perlustrano le zone d’ombra dell’affaire Marrazzo e indicano punti dell’appartamento, “China”, l’amica di Brenda, invalida il plastico: il soppalco è più grande, il bagno non è lì, mai viste quelle piastrelle. A noi sembrava bellissimo così, mostrato dall’alto come una casa di bambola dei maestri di Norimberga o l’incipit di Dogville o un’inquadratura a là Hitchcock. Ma lui è un professionista e ammette l’errore: «Venne fatto in una notte da una ditta esterna: per la fretta la redazione prese informazioni sbagliate». Pazienza.

I più belli restano però quelli della villetta di Cogne e di Avetrana. La Cognezione del dolore, d’altronde, è il trionfo del mondo di Porta a porta che sbaraglia tutti con il 37 per cento di share. Il plastico batte persino l’intervista a Anna Maria Franzoni, chiamata a presentare il suo libro, La verità.

Grazie a questi vent’anni di Porta a porta ho imparato che l’Islam moderato esiste, e può avere lo stacco di coscia di Afef

La cosa sfugge un filo di mano quando Vespa imbraccia il kalashnikov per farci entrare nella mente degli assassini di Charlie Hebdo. Attimi di panico in studio. Ignazio La Russa riprende il controllo della situazione: «Non si punta neanche per scherzo». È che è stata una giornataccia. Eravamo tutti un po’ tesi, vendicativi. Può succedere. Ma grazie a questi vent’anni di Porta a porta ho imparato che l’Islam moderato non solo esiste, ma può anche avere il prodigioso stacco di coscia di Afef. Nei postumi dell’11 Settembre, tra la rabbia e l’orgoglio, tra Clarissa Burt vestita con la bandiera Usa e le scavallate di gamba di Afef in tailleur, ho capito che lo scontro di civiltà non l’avremmo fatto. Non subito almeno.

Milan Towards Expo 2015: Economic And SocialPerché non è che a Porta a porta tutto diventa chiacchiera, come dicono gli analisti dei talk-show. Tutto semmai diventa coscia. Cosce di destra, cosce di sinistra, cosce della libertà, cosce delle correnti, cosce delle istituzioni, cosce della Tv. Ci sarebbe da scrivere una storia della seconda Repubblica attraverso le cosce di Porta a porta, qua e là delineata da Blob e in parte già disponibile su YouTube, dove vanno forte persino dettagli fétichistes dei collant di Roberta Pinotti e Paola de Micheli. Ci sarebbe da montare tutto, mandare in loop al rallentatore, musica di Gone with the wind inclusa, come nelle migliori installazioni artistiche.

Forse ci scappa pure un Leone d’Oro alla Biennale. Perché come ha detto Al Bano, ospite durante i festeggiamenti per la puntata numero duemila: «Per me Porta a porta era un punto d’arrivo, mi sembrava onestamente il massimo. Lì c’è gente di cultura». Ma la cultura a Porta a porta è anzitutto incontro tra culture diverse. Come quando Alessandra Mussolini chiese a Vladimir Luxuria di spiegare agli italiani il significato di transgender – «ma che è? Transgendarmi…pare Schwarzenegger…usiamo termini italiani» – preparandosi lentamente il terreno per il laconico, italianissimo, «meglio fascista che frocio», con cui si chiuse la puntata. Altro che gender nelle scuole.

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