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Contro il proselitismo letterario

La lettura è un'esperienza individuale e asimmetrica. Allora perché ci ostiniamo a dare consigli su cosa leggere?

Ci sono molte esperienze possibili che si adattano splendidamente alla parola “disagio”, ma nessuna quanto ascoltare un altro lettore parlarmi di una sua lettura appassionante. Tale esperienza sinistra è verificabile anche leggendo una recensione che, se non è scritta da Walter Siti, e dunque quando non riguarda solo il riflesso di sé che investe completamente il mondo (e lui lo chiama “realismo”), e se è positiva, è molto somigliante ad “ascoltare un altro lettore parlarmi di una sua lettura appassionante”.

Ricordo amici parlarmi di Lolita, libro che ho detestato, e che ho letteralmente faticato a leggere sbadigliando e inveendo contro il suo autore si può dire a ogni pagina (e non mi è andata meglio con altri libri dello stesso) e, il loro parlarmene entusiasticamente, il loro preteso identificarsi – è questo il segno di riconoscimento del lettore incallito, lui si identifica, lui sente “umanità” in ogni artificio immaginativo con una vaghissima fisionomia antropoide – in Humbert Humbert, in Lolita, forse anche in Quilty, o in tutti e tre simultaneamente, mi ha suscitato una nausea tale che, al confronto, la faticata lettura di cui dicevo, era un momento estatico di quelli di cui andava a caccia Gould nello studio di registrazione.

Non è un caso che io abbia parlato di Glenn Gould, famigerato eremita e misantropo avvolto in un risonante recinto, prima analogico poi digitale, di distanza tecnologica. Suppongo che anche Gould provasse un qualche disagio a vivere attraverso le esperienze musicali altrui, a raccogliere notizia dei loro “ascolti”. Ne era così insofferente, da vivere con disagio anche i propri ascolti, quando, a specchio (pochi, anzi, nessuno ha notato che gli specchi, le inversioni di ruoli, i camuffamenti di Gould nelle sue auto-interviste hanno un preciso riferimento a tradizionali forme contrappuntistiche) intervistava se stesso circa la sua dieta musicale. Un primo Gould si inteneriva parlando delle sinfonie pari di Beethoven, la 2 e la 8, un secondo Gould rompeva la simmetria denigrando la 4 e introduceva surrettiziamente un impulsivo consenso verso la disparità della 3. Non era semplicemente «in contraddizione con se stesso», più semplicemente non era in relazione con nessun simile, nemmeno con se stesso. Dietro ogni sdoppiamento, il solitario Gould cercava l’unicità, l’asimmetria assoluta ed eterna.

Nude At Leisure

Anche io. E la pulce nell’orecchio me l’ha messa la lettura. Fin dal principio. Subito. Penso che l’esperienza della lettura sia la massima – tra le massime, prudentemente – esperienze di unicità, di asimmetria, che si possano fare. Capita anche a me di volere – o di fare, senza volerlo – proselitismo letterario. Leggi questo, leggi quest’altro. Mentre lo faccio, la sensazione è quella di provare una copia impallidita, mortalmente scialba, dell’originaria esperienza che era stata la lettura solitaria. Quando poi nel mio proselitismo incrocio qualcuno che ha effettivamente letto il libro che sto propagandando, è finita, e uno degli atroci momenti dell’esistenza – la condivisione tra due persone della bellezza – ha luogo. Un momento così orrido che ci vorrebbe una parola solo per indicare quel senso di odio, fastidio, ripugnanza per aver violentato quel momento, il momento in cui nella mia “cameretta”, sul mio “letto”, alla luce della “lampada” o “lampadina” si è affiancata la gemellare immagine di un altro, che fa precisamente, o pretende di aver precisamente fatto lo stesso, inclusivo di “cameretta”, “letto”, “lampada” o “lampadina”: letto quel libro, mettiamo, i Racconti di Poe.

I Racconti di Poe, come quelli di Hawthorne, effettivamente (e questo è reale) li ho letti solo io, vale a dire, nel modo in cui li ho letti. Li ho letti in una maniera unica, e inverificabilmente compatibile o incompatibile con quella di chiunque altro. Ma non è solo l’unicità di ogni esperienza soggettiva, a essere chiamata in causa, nella lettura. È il fatto stesso che il testo letterario è un formidabile ritagliatore d’esperienza, un circondatore di campi, e un isolante supremo della psiche. Ed è anche, a suo modo, un rilegatore, nel senso che fa del lettore un oggetto unitario, come lo è il libro. Il libro fa del lettore il suo libro, trasforma il lettore in un libro. Il testo letterario, se è di una certa qualità che non starò a specificare, è capace di alzare tutte le difese dell’individuo, tutti i ponti levatoi e, lungi dall’essere quel ponte umanitario interpsichico che viene sbandierato di essere, è l’ultima pillola svicolante dell’Io che funzioni veramente, e che spero funzioni per molti secoli a venire in una società che, da troppo tempo, ha fatto dell’unità e della “compattezza” – sempre volte a fini di sopraffazione materiale e morale, beninteso, e di vantaggio per sé e i propri accoliti – i suoi feticci. Il libro non crea alleanze, crea Ii (plurale mi rendo conto abusivo di Io). Atomi di uomini. Non ricordo la storia dei cristalli di neve, tutti unici e tutti ordinati come corpi individuali, ma come metafora scontata potrebbe andare.

lettrice

Non vi sfuggirà quale grande passo in avanti sia stato per la fisica scoprire la struttura dell’atomo, dovrebbe essere passato da qualche tempo il centenario, se le mie memorie su Rutherford non sono troppo sbalestrate. Ma l’uomo, l’Io, nella sua atomicità, è colto in purezza solo nel momento della lettura di (certi, rari) libri come ad esempio Lenz di Büchner. E mi vengono in mente, in radicale e perfino polemica opposizione all’esperienza della lettura come unicità, certe paternalistiche quanto stolide raccomandazioni per così dire collettivistiche a giovani scrittori, del genere: «Figlio mio, smettila di scrivere queste stronzate interiori, apri la finestra e raccontami cosa vedi fuori». Chi dice così, intende dire: fatti testimonio del futuro che io non vedrò, e parlami del presente che i miei occhi di stanco pedagogo non possono vedere se non con l’opacità dell’età, non usare la facoltà dell’immaginazione – che produce solo finzioni e cliché autoconsolatori – e stabilisci una rete nel reale tra individui tutti desindividualizzati e mortificati dal battesimo nell’acqua della società e del nostro tempo comune.

Inutile dire che la prospettiva dalla quale si fa tale raccomandazione di presa della realtà presente ed a venire, è quella soggettiva e unica del pedagogo di turno. È a lui che il discepolo, trasformato da ombelicalista in realista, deve rendere ragione, ai suoi stanchi occhi e alle sue deboli orecchie. Mi domando solo quale libro – realista o verista o meticcio ma con la fantasia al servizio di una “più alta verità”– sia effettivamente, per il lettore, un’esperienza simile a: sto leggendo qualcuno che mi racconta ciò che ha visto fuori dalla finestra, in strada, e quindi sto riscontrando ciò che mi dice con ciò che so che esiste o può verosimilmente esistere nel mondo esterno. Nessun libro, nemmeno Gomorra di Saviano, che si apre con una urban legend (i cinesi surgelati che cascano dai container nel porto di Napoli) è così. Lo leggiamo e, mentre il suo autore grida “verità”, “realtà”, e (come sempre questi libri) “imminente futuro”, benché il testo sia ambiguo nel suo incrociare atti di fede con stati di realtà o indizi di futuro prossimo, sappiamo che, se guardiamo fuori dalla finestra, noi, “Io”, non vedremmo/vedrebbe mai le stesse cose di quel nostro “portavoce” che “racconta qualcosa che ci riguarda tutti”.

Michael Caine

Da un lato il realismo che, nel suo più enfatico autoproclamarsi, assurge al rango di leggenda urbana o di illusionistica descrizione generazionale, cioè, di sommaria ed esterna enciclopedia mezza fantasticata mezza esperita. Il realismo è, infatti, una piena e compiuta forma di spettacolo, proprio nel momento in cui non si rivela come tale – anzi pretende di esserne l’antidoto veritativo. Il suo essere spettacolo, ossia ideologia, appare particolarmente quando reclama attenzione, cioè pubblico, nelle pose santimoniose della profezia autononavverantesi (la gayzzazione dell’Occidente di Siti). Questa è la letteratura di oggi che si appoggia al proselitismo della lettura, ed è la più povera e misera delle esperienze culturali letterarie. Dall’altro c’è una letteratura che non si rivolge a nessuno, non nel senso, ovviamente, che non sia destinata, come tutto, a cadere in un circuito di comunicazione e di merci, ma che a questo destino oppone, e per così dire, nega l’anima, e non per via “immaginativa” o mistica, ma in ragione della sua peculiare realtà, legata all’esperienza di unicità della lettura. Un’esperienza non meno concreta per il fatto di essere colta solo attraverso un’introspezione da parte del lettore.

È con la lettura di certi, rari libri che ci individuano senza compromessi e residui, che il paradigma del presente – lettura uguale proselitismo sociale, mappa che mostrerebbe “dove stiamo andando” – si dissolve e si disincanta, e si svela solo una funzione dell’accumulo, un istinto del gregge.  È così che l’attività della lettura ci si mostra, effettivamente in modo alquanto misterioso, qualcos’altro dai consueti comportamenti sociali, qualcosa che, senza troppo esagerare, ci appare irrelazionabile, irreferenziale – anzi, citando l’iniziale l’invocazione di Mosè nel Moses und Aron di Schoenberg: «Einziger, ewiger, allgegenwärtiger, unsichtbarer und unvorstellbarer Gott…!», Unico, eterno, onnipresente, invisibile e irrafigurabile Iddio! Il Dio – il nessuno – che legge.

 

Immagini: Getty e Hulton Archives
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