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Il senso del rehab

I confronti con gli Usa, la difficoltà di misurarne l'efficacia, i libri e i film. Un punto sulle comunità di recupero.

La vittoria dell’Oscar di Amy, il documentario sulla vita di Amy Winehouse, ha fatto parlare ancora i giornali americani dei fallimenti del sistema di rehab negli Stati Uniti: comunità per cui si spendono 13 miliardi di dollari l’anno, senza la più piccola possibilità di rilevare dati statistici che ne provino l’efficacia. E questo, non perché i dati non ci siano, ma perché il modo in cui vengono raccolti li rende completamente incomparabili tra di loro.

Eppure, la narrativa della comunità funziona, funziona così tanto che, a ogni Withney Houston di turno, i centri di recupero approfittano per auto-promuoversi, raccontando una realtà alternativa in cui la celebrity del caso ha chiesto aiuto, è entrata in terapia ed è ancora viva. Funziona al punto che perfino la narrativa italiana degli ultimi anni se n’è occupata, man mano che gli ex-bambini cresciuti dentro o fuori le comunità di recupero negli anni Settanta e Ottanta sono cresciuti e hanno deciso di raccontarne la storia.

Uno di questi libri è Gli anni al contrario di Nadia Terranova, storia di Mara, una bambina delle elementari che si scambia lettere col padre ricoverato in una piccola comunità della Romagna; Mara, ingenuamente più interessata al mezzo della riabilitazione che al suo fine, perché poteva vantarsi con gli altri bambini che il padre aveva «dieci galline, sei conigli, sei maiali, un cane e anche un cavallo». L’altro libro è La collina, della conduttrice Andrea Delogu, nata e cresciuta dentro il mondo incantato di San Patrignano, senza mai dover imparare ad attraversare la strada o a prendere appuntamento con un amichetto al telefono; e strappata a quell’incanto con la fuga dei suoi genitori, negli anni in cui il potere di Muccioli fu messo in discussione: anni in cui le persone che cercavano di scappare venivano abusate, e anche solo per poter frequentare una ragazza bisognava che fosse lui ad approvare la relazione (così, nacque Delogu).

New England Towns Struggle With Opioid And Heroin Epidemic

C’è un’altra collina letteraria, dove sorge una comunità di recupero, proprio accanto a un’accademia per campione di tennis. È la Ennet House di Infinite Jest, di David Foster Wallace, il cui affresco muove anche stavolta da spunti notoriamente autobiografici. Ma queste cose, si sa, in America – dove al Cirque Lodge di Sundance, Utah, per distrarre i Vip da droghe e alcool si pratica “heli-hiking” a modici 1000 dollari al giorno – si fanno in modo totalmente diverso dall’Italia, e paragonare i due sistemi, sia a livello di metodo che di risultati, è una pratica comune, ma non ha molto senso.

Negli Stati Uniti, i centri riabilitativi originano da un modello di trattamento sperimentato sui reduci del Vietnam, e si basano su una cosa chiamata “paradigma biomedico”, che, come si può intuire, prevede una medicalizzazione abbastanza importante del settore delle dipendenze (a fronte di una preparazione curricolare medica scarsa, come accusano i detrattori della addiction medicine americana, materia sulla quale il college prevede sì e no un esame). Un film del 2000 con Sandra Bullock e Viggo Mortensen, 28 giorni, racconta bene, non, come si potrebbe pensare dal titolo, un attacco zombie, ma la fiducia degli americani che 28 giorni possa essere il tempo giusto per guarire da una dipendenza, inquadrata come mero problema medico, e come tale risolvibile. In Italia, invece, i centri più medicalizzati sono i Sert, dove l’approccio al problema è principalmente farmacologico, mentre le comunità di recupero (a cui i Sert stessi inviano i casi valutati più difficili) sono basate su un approccio socio-psicologico, con una gestione del problema come disagio sociale, anziché come patologia.

Ho conosciuto una ragazza cresciuta in una comunità così. Anche questa comunità, come quelle di cui ho parlato – ma come anche  i monasteri, o il sanatorio della Montagna Incantata di Thomas Mann – si trovava e trova in cima a una collina, come a indicare geograficamente il raccoglimento e la chiusura al mondo necessari. Su quella collina pietrosa, i bambini figli degli operatori, negli anni Ottanta, giocavano insieme tutto l’anno, abituati a essere osservati da pazienti dall’aspetto un po’ inquietante e sofferto, a mangiare con loro a mensa, a presenziare ai loro spettacoli serali, o a chiamarli dalle serre o dalle stalle per farsi dare una mano a trasportare qualcosa di pesante. C’era una forma laica di spiritualità, sotto forma di citazioni della figura ispiratrice del metodo, che pervadeva ogni gesto sia dei ricoverati che dei dipendenti, i quali, come accade nella maggioranza dei centri italiani, erano, prima che professionisti, persone solidali, e avevano bisogno che il sentimento della solidarietà venisse continuamente abbeverato.

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Quel culto personale è andato smorzandosi dagli anni Novanta in poi, quando le leggi per regolamentare i centri di recupero hanno posto dei paletti strutturali e dunque dei limiti al culto personale del fondatore, che sopravvive oggi magari sotto forma di una statua impolverata nell’atrio, o di qualche nostalgica poesia a margine del calendario sociale. Anche alla Ennet House di David Foster Wallace, che invece è collocata nel futuro, il principio è quello di sostituire la droga con qualcos’altro. Nella realtà, a volte si fa con gli elicotteri, nei casi più onesti con l’autostima, e nelle comunità religiose con Dio. In passato, si faceva con una spiritualità diffusa, accentrata nelle mani del capo spirituale.

La comunità dove è cresciuta la mia amica, negli ultimi anni, ha accolto un divo di Hollywood. Niente percorsi sospesi sulle funi, a differenza del Cirque Lodge, ma qualche passeggiata in città in più degli altri degenti, la possibilità di esercitare la propria arte anche durante il ricovero, e di presenziare di tanto in tanto a qualche première o premiazione. Questo, perché la persona in questione era stata valutata “con un background culturale e una motivazione” molto più alti della media dei partecipanti alla terapia, e dunque con maggiore possibilità di successo in minore tempo.

La comunità in questione accoglie naturalmente persone di qualsiasi tipo. Ma non esattamente di qualsiasi tipo. Le ragioni che spingono un Sert a inviare un paziente in una determinata comunità sono di ordine metodologico (a un profilo psicologico, si addice un certo metodo), ma anche economico: le assegnazioni, avvenendo su base territoriale oltre che psico-sociale, tendono a far confluire in un centro persone della stessa provenienza geografica e dal profilo socio-culturale affine.

Ecco perché, anche in Italia, proprio come accade negli Stati Uniti, non si possono fare statistiche eloquenti circa l’efficacia dei diversi centri o dei diversi metodi riabilitativi: perché il campione umano di ciascuna comunità è molto parziale. Perciò, se una comunità tende ad accogliere persone con un livello di istruzione basso, e poco motivate a guarire perché incapaci di immaginare una prospettiva migliore della strada, è impossibile confrontare i suoi risultati con quelli di un centro che cura persone di estrazione diversa. Inoltre, non esiste un criterio univoco di raccogliere i dati, poiché alcune comunità considerano un successo l’astinenza da sostanze a un anno dalla fine della terapia, altre a 3 anni, altre non possono svolgere questa indagine perché perdono i contatti con i vecchi pazienti, che a differenza dei malati di cancro, in caso di recidive tendono a non tornare a chiedere aiuto.

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C’è anche chi basa le statistiche sulla totalità dei pazienti accolti in comunità in un dato anno, mentre il numero andrebbe scremato da tutti quelli che magari hanno abbandonato la terapia triennale dopo due settimane. Infine, nel confrontare diverse comunità tra di loro, ci si trova a paragonare i dati incommensurabili di comunità diurne (dove le persone, ogni sera, si allontanano dalla struttura, rimanendo prive di controllo) con comunità che prevedono ricovero.

Sono queste, naturalmente, le comunità con un maggiore impatto sociale, oltre che narrativo. Così, Nadia Terranova prova a immaginare il tempo di suo padre all’interno della comunità di recupero: «Per Giovanni gli anni si fermarono. In comunità ciascuno si portava dietro il proprio universo sotto forma di una foto da appendere alla testata del letto. […] E poi c’era il resto del mondo. Dentro si leggevano pochi giornali, la vita fuori diventava, nella memoria, un luogo impreciso e affollato; la linearità si convertiva in una ciclicità ancestrale, contadina, scandita dalle stagioni e dai cambiamenti della natura. Può darsi che quello che chiamiamo tempo esista solo nei rapporti con gli altri, pensò Giovanni […]».

Comunità pubbliche e private. Tra quelle private, comunità religiose e laiche. E tra le laiche, l’approccio cognitivo-comportamentale e il Progetto Uomo, che offrono un’alternativa radicale a San Patrignano. Tutti metodi nati negli anni Ottanta assieme alle comunità italiane, e rimasti sorprendentemente in vita, seppure con lenti smottamenti e adattamenti al cambiare delle sostanze, dei soggetti e della psicologia (sono mutate, solo per fare un esempio, le durate delle varie fasi di cura, e ha assunto un’importanza sempre maggiore l’arte-terapia).

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San Patrignano adottava e adotta un metodo di “solidarietà autoritaria”, cioè un approccio impositivo e coercitivo (i pazienti venivano legati con le catene, e ci scappò anche il morto), per impedire alla persona, che era considerata incapace di intendere, di ricadere nel vizio. Si contrapposero e si contrappongono a San Patrignano il Progetto Uomo, che pone l’uomo al centro di un consapevole percorso di guarigione, e l’approccio cognitivo-comportamentale, che considera la dipendenza una disfunzione di tipo “educativo”, e si pone l’obiettivo di disinnescare comportamenti reiterati ed errati che portano il soggetto a drogarsi, ristabilendo le sue coordinate sociali e infondendogli fiducia in sé.

Una frase degli anni Ottanta di Luca Cancrini, vecchio deputato Pci e psichiatra esperto nel campo delle dipendenze, è ancora citata tra gli addetti ai lavori, e sostiene che «se i percorsi per arrivare alla droga sono diversi, diversi risultano i percorsi per uscirne». Ma, che si creda o meno nella dimensione “sociale” più che “clinica” del problema, nasce il sospetto, che, nel vasto e incerto campo delle dipendenze, valga il detto della scienza medica: se ci sono tante cure per lo stesso male, vuol dire che quella efficace non è stata ancora trovata.

Oggi, a quasi quarant’anni da quando i casi di tossicodipendenza impennarono, e le comunità fioccarono in tutto il Paese, i Sert hanno cambiato nome in Serd, perché si sono aggiunte nuove dipendenze, tra cui l’azzardo e Internet. Oggi, i bambini cresciuti in tutte le comunità utopiche degli anni Ottanta, sono diventati grandi. Non raccontano solo la loro storia, ma molti, tra cui la mia amica, continuano a lavorare accanto alle persone che sono loro più familiari – i tossicodipendenti – istruendoli, ispirandoli, facendoli ballare e recitare, accompagnandoli ancora sul prolungamento della linea sbiadita tracciata da chi, quarant’anni fa, prese per primo l’iniziativa di strappare alla droga tanti ragazzi rimasti delusi dai sogni rivoluzionari degli anni Sessanta e dalla lotta armata degli Settanta. Come in un’isola, appunto, senza tempo.

 

Le immagini sono tratte da un reportage in una comunità di recupero del New England (John Moore/Getty Images).
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