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Chi decide il Premio Strega

Dopo la recente vittoria di Edoardo Albinati, quattro giurati raccontano dietro le quinte e meccanismi del principale premio letterario italiano.

Si parla sempre ogni anno di come il più importante premio letterario italiano sia pilotato, predeterminato dai grandi gruppi editoriali, che abbia nessuna o poca affidabilità nel valutare il vero valore letterario di un romanzo e che sia guidato da altre logiche, perlopiù politiche. Tutto questo si dice e si pensa senza mai interpellare quelli che alla fine il premio decidono a chi darlo, cioè i famosi Amici della domenica, un lungo elenco di nomi, che si può trovare anche su internet, che copre un importante pezzo di storia letteraria del Paese fino a oggi; basta scorrerlo per trovarci i personaggi che stanno dentro la grande fotografia di gruppo dell’editoria storica d’Italia. Gli Amici della domenica – chiamati così perché dal 1944 incominciarono a riunirsi ogni domenica nel salotto di Maria Bellonci – sono scelti per cooptazione e fanno parte a vario titolo del mondo culturale. All’indomani dell’assegnazione dello Strega a Edoardo Albinati – apparentemente senza grosse polemiche, anche se qualche fibrillazione c’è stata anche quest’anno in seguito all’esclusione dalla cinquina di Antonio Moresco – sembrava sensato fare ad alcuni di loro un po’ di domande su com’è il premio visto dall’interno. Ne ho scelti quattro, tendenzialmente giovani rispetto alla media d’età e anche rispetto alle partecipazioni, diversi anche per professione: Annalena Benini, giornalista del Foglio, Martina Testa, editor di Sur, Filippo La Porta, critico letterario, e Luca Ricci, scrittore. Qui di seguito le domande a cui hanno risposto.

 

Che sensazione hai provato quando sei stato chiamato a fare parte degli Amici della domenica? Ti sei sentito parte di qualcosa?

All’epoca – sono entrato nel 2006 su invito di Anna Maria Rimoaldi (che non conoscevo) – non ci ho fatto molto caso, mi sembrava tutto sommato normale considerando la mia inesausta attività di critico militante e recensore dell’attualità. Quasi un atto dovuto. Poi ho saputo che molte richieste vengono respinte, che si tratta di appartenenza ambita, etc. Insomma, ero stato cooptato in club esclusivo! Quanto all’essere entrato in una “storia”, beh, tante persone che stimo non ne fanno parte né si sentono perciò sminuite: da Berardinelli, Ferroni, Cordelli ai più giovani Di Consoli e Tricomi e a tantissimi non romani, come Barenghi e tutto il giro milanese degli spinazzoliani. Il giudizio vero sulla qualità letteraria non lo dà mai la giuria di un premio ma una critica seria, responsabile, autorevole. (La Porta)

Mi sono emozionata perché ho pensato che mia madre sarebbe stata fiera di me (e anche mio padre, se fosse ancora vivo). I miei non hanno mai avuto chiarissimo in cosa consista il mio lavoro in casa editrice ma il fatto che fossi una dei votanti del più famoso premio letterario italiano era facile da spiegare e li avrebbe resi orgogliosi. Perché sì, di fatto si entra a far parte di una storia prestigiosa: sul sito del Premio Strega c’è quel file pdf con un lunghissimo elenco dei votanti, e dentro ci sono un sacco di nomi importanti della cultura italiana. Poi vabbè, a prescindere dall’orgoglio dei miei, io ho trovato e trovo abbastanza surreale che il mio nome sia in quell’elenco. Mi occupo da sempre di narrativa angloamericana, non italiana, quindi penso che altri editor meriterebbero più di me l’inclusione nel gruppo. Però ho messo da parte la sindrome dell’impostore e mi sono sforzata di assolvere il compito al meglio delle mie capacità. (Testa)

Sono stata felice, perché conosco la storia di questo premio e trovo esaltante la possibilità di contribuire a scegliere il romanzo italiano più importante dell’anno. Moravia, Morante, Bassani, Primo Levi, La Capria, Mario Soldati, Natalia Ginzburg e gli altri hanno costruito la letteratura italiana del Novecento, ed è bello continuare così, con una gara fatta di parole e di storie, con la lavagna per segnare i voti, con il caldo d’estate a Roma. (Benini)

Mi ha fatto molto piacere e mi sono sentito gratificato. Gli ingressi funzionano per cooptazione, cioè la candidatura dei nuovi Amici viene sottoposta al Comitato direttivo, perciò è un riconoscimento che viene da un gruppo di persone di valore che, nella maggior parte dei casi, gioca il tuo stesso sport. I premi letterari sono quel che sono, con ogni probabilità un pretesto abbastanza arbitrario per accendere molto temporaneamente – e spesso per i motivi sbagliati – i riflettori sulla cultura. Fatta questa premessa, non c’è dubbio che lo Strega sia il maggior premio letterario italiano. (Ricci)

Premio Strega concorso letterario

ⓢ Cosa pensi dei meccanismi, spesso criticati, che regolano il premio Strega? Sono perfettibili oppure qualunque meccanismo si trovi ci sarà sempre occasione di fare polemica?

Qualunque meccanismo si rivelerebbe non completamente affidabile, ma se dipendesse da me introdurrei un primo voto collettivo degli Amici per scegliere la rosa ampia dei candidati. Chi sceglie davvero queste iniziali candidature, chi opera questa importantissima scrematura che riduce le centinaia di testi papabili a una ventina o poco più? Sappiamo che a scegliere sono sempre le case editrici. Gli editori già incidono pesantemente (e giustamente) nella nostra vita culturale. Decidono quali testi pubblicare e quali no, orientano i nostri gusti e ci spingono ad acquistare un titolo piuttosto che un altro. Siamo sicuri di voler lasciare loro anche lo Strega? Nel 1968, in un’edizione bollente, Pasolini minacciò di abbandonare la gara e accusò lo Strega di essere diventato ostaggio dell’industria editoriale. Ecco, oggi più di ieri, vedo in quell’accusa una verità non confutabile. Ma non è solo una questione di noia, di prevedibilità del premio. È questione di corretto bilanciamento dei poteri culturali del Paese. Solo con l’introduzione di un voto iniziale forse la Repubblica delle Lettere ne avrebbe riguadagnato uno fondamentale: il Salotto. (Ricci)

Non li conosco neanche troppo bene i meccanismi che regolano il premio. Intanto non mi è chiarissimo da dove escono ogni anno i 25 titoli o giù di lì della primissima selezione: so che ognuno è presentato da due Amici della domenica, ma gli Amici della domenica sono 400, quindi perché i titoli della primissima selezione sono 25 e mai, che ne so, 50? Prima o poi me lo farò spiegare. E poi in anni passati sentivo parlare del fatto che le grandi case editrici e anche la fondazione Bellonci «controllavano pacchetti di voti»: non so bene cosa volesse dire (un tot di schede venivano mandate ai votanti presso la casa editrice per cui scrivevano/lavoravano invece che al loro indirizzo privato, per cui erano direttamente gli editori a votare?), e non so se sia ancora così. Comunque sia, anche se non ci fosse questo meccanismo iniziale di cooptazione dall’interno ma autori e/o editori fossero liberi di autocandidarsi, e anche se le grandi case editrici non avessero in mano questi fantomatici «pacchetti di voti», temo che la fase di caccia al voto in cui i vari editori contattano i votanti sollecitandoli a scegliere il proprio candidato ci sarebbe comunque, perché lo Strega è l’unico premio in Italia che può far svoltare decisamente le sorti commerciali del libro che lo vince. Finché sarà così, penso che le pressioni sui votanti (e il relativo squilibrio fra gli editori che hanno una sfera di influenza più vasta e quelli che ne hanno una ben minore) esisteranno sempre, e le polemiche conseguenti pure. (Testa)

Lo Strega è come il festival di Sanremo: irriformabile, e però, come quello, entrato nell’immaginario degli italiani (relativamente parlando: chi vede la diretta televisiva è comunque un’infima minoranza). Una volta qualcuno propose di sorteggiare il vincitore. Ricordo che sulla democrazia del sorteggio esiste una corposa bibliografia… E comunque, meccanismi a parte, c’è una dimensione “di potere” che fatalmente incombe sulle cose letterarie almeno dai tempi delle Illusioni perdute di Balzac. (La Porta)

Mi sembra che sia impossibile evitare le polemiche. Il premio Strega esiste da settant’anni, e da settant’anni si fa polemica, che è anche un modo per divertirsi e per riempire i giornali e le cene. All’inizio i voti venivano inviati per posta, e spesso si perdevano (La Capria con Ferito a morte vinse per un voto, ma poi venne fuori che era arrivato in ritardo un voto per Fausta Cialente che avrebbe creato un ex aequo, ad esempio, però Ferito a morte è un romanzo meraviglioso, modernissimo, che meritava di vincere). Già negli anni Sessanta Calvino, che arrivava sempre secondo, diceva che il romanzo era morto e il premio in mano alle conventicole. Forse il meccanismo non è perfetto, ma io credo che la perfezione non debba esistere: la letteratura si basa sul piacere e sullo sconvolgimento che provoca, e questo sconvolgimento è sempre soggettivo. Dovrebbe essere l’unico criterio, è il mio criterio, mi sembra giusto anche se non perfetto. (Benini)

Premio Strega Nicola Lagioia

Riconosci una tendenza tra i libri che hai letto come giurato da quando hai iniziato? E cosa pensi dell’edizione di quest’anno?

Voto al premio Strega da due anni soltanto, ma la tendenza mi sembra quella del romanzo di Edoardo Albinati, e anche di quelli di Elena Stancanelli, Vittorio Sermonti, Rossana Campo: assumersi la responsabilità di usare se stessi. Un sé letterario, naturalmente, ma è qualcosa che richiama a una grande intimità con il lettore. (Benini)

Ogni anno, banalmente, ritrovo allo Strega libri belli e libri brutti. Quest’anno la qualità media era dignitosa. Forse l’unica novità è stata l’apertura al graphic novel gli anni scorsi, e poi il fatto che a vincere sono stati anche libri che non erano di fiction pura, come quelli di Nesi e quest’anno di Albinati. (La Porta)

Sono un Amico dal 2012 perciò è davvero difficile fare un’analisi di ciò che è ancora puro magma: i tempi della letteratura, per quanto riguarda la ricezione delle opere, dovrebbero essere lunghi. Posso dire però che in almeno due casi il libro migliore della cinquina è riuscito a vincere: il primo è Siti, il secondo Albinati. La domanda vera è: quanto la cinquina dello Strega riesce a essere rappresentativa della produzione letteraria italiana dell’anno? E si torna implacabilmente al meccanismo di voto. Il punto non è la trasparenza che è un argomento demagogico (in questo senso, non serve a niente che un Amico dichiari pubblicamente la sua intenzione di voto), bensì la possibilità del corpo elettorale di compiere una scelta preliminare libera ed anonima. Oggi alla maggior parte degli Amici – quelli cioè non facenti parte del Comitato direttivo – non resta che fare delle scelte condizionate, all’interno di una lista di dodici titoli (solo dodici!). Fosse per me, reintrodurrei gli incontri domenicali a casa Bellonci – almeno tre sessioni annuali – per dare agli Amici la possibilità di confrontarsi davvero su titoli e scelte. (Ricci)

Questo è il primo anno che voto. Una cosa che mi ha colpito è che vari libri in gara erano più memoir che fiction, e molti comunque presentavano situazioni molto vicine alla realtà. Ci ho trovato poca verve immaginativa, per essere romanzi. E poi, purtroppo, devo dire che solo in pochi casi li ho trovati affascinanti dal punto di vista dello stile e della lingua; io leggo quasi solo manoscritti e libri in inglese, e quando leggo libri italiani vorrei che mi facessero un po’ reinnamorare della mia lingua, che fossero pieni di frasi dal bel ritmo, lessicalmente ricchi, con dei dialoghi convincenti, metafore insolite ecc.; fra i libri di quest’anno, non ce n’erano tanti così. (Testa)

 

ⓢ Come si svolge praticamente il lavoro di un giurato? Non è faticoso leggere in uno spazio di tempo così breve così tanti libri visto che siete persone che spesso leggono per mestiere e quindi hanno sicuramente molte altre letture da fare?

Il lavoro consiste nel valutare la dozzina di libri selezionati dal Comitato direttivo nell’arco di alcuni mesi. «Valutare» non significa “leggere” o almeno non necessariamente leggere integralmente. Si dice che l’incidenza di lettura dei testi tra gli Amici sia bassa, e probabilmente è vero, ma rivendico il diritto di poter capire un libro senza il bisogno di leggermelo tutto. Proprio in ragione anche del fatto che di libri mi occupo tutto l’anno, dovendo scriverne per lavoro. Non arriverò al paradosso di Manganelli («non l’ho letto e non mi piace»!), però a volte è anche inutile trascinarsi dietro la lettura di libri di cui si è già capito funzionamento, stile (quando c’è), intenzioni dell’autore. Per valutare un testo letterario in nove casi su dieci non serve sapere che il maggiordomo è l’assassino, basta con questa stupida tirannia del plot. (Ricci)

Io sono avvantaggiato, per evidenti motivi. Recensisco 6/7 libri al mese. Si tratta di libri che avevo – quasi tutti – già recensito ( e perfino già letto!). (La Porta)

Bisogna leggere un po’ di libri, ma non mi sembra una grande fatica. Per me è un piacere, soprattutto quando i libri sono belli. (Benini)

Sì, è faticoso e anche materialmente impossibile farne una lettura completa, nel momento in cui diversi di questi libri sono sopra le 300 pagine e uno supera le mille. Quello che ho fatto è cominciarli tutti, andare avanti per qualche decina di pagine, e continuare solo con quelli che mi sembravano più interessanti. Che è del resto la stessa tecnica con cui seleziono professionalmente i manoscritti. (Testa)

Premio Strega 2016

Quante telefonate hai ricevuto quest’anno? Quante pressioni? C’è stato qualcuno che è riuscito a convincerti a esprimere il tuo voto in una determinata direzione?

Un paio di uffici stampa mi hanno raccomandato di leggere il libro su cui lavoravano, nella speranza che mi piacesse e lo votassi; ma il tono di questi inviti alla lettura era totalmente amichevole e non c’era nessun sottinteso “do ut des”, quindi non le chiamerei “pressioni”. Uno di questi uffici stampa, con l’avvicinarsi del voto finale, mi ha poi scritto per chiedermi espressamente se alla fine avrei scelto il suo candidato. Ho risposto che non mi sembrava corretto preannunciare il mio voto a uno degli editori ancora in gara. Sento di aver votato in modo completamente libero. Conosco di persona svariati autori in gara e con qualcuno ho proprio un legame di amicizia ma – non senza fatica – credo di essere riuscita a prescindere da questo e a votare i libri (e poi il libro) che mi avevano effettivamente convinto di più. (Testa)

Ecco, vorrei sfatare questa leggenda metropolitana degli editori disposti a tutto pur di accaparrarsi il tuo voto. Ci sono alcune telefonate (non sempre e non da parte di tutti) in cui un addetto stampa molto educato ti chiede di esprimere la preferenza per il suo libro. Queste non mi paiono pressioni indebite, ma strumenti legittimi. Trovo indebito invece che non siano gli Amici a scegliere i libri da sottoporre al giudizio del corpo elettorale in totale autonomia, bensì siano gli editori a cercare un paio di Amici per candidare libri scelti da loro (che poi vincano o perdano non importa, il meccanismo oggi è questo). (Ricci)

Ho ricevuto qualche telefonata di editori che tenevano al proprio romanzo. Ma assolutamente nessun tipo di pressione. Mi sembra che se si dichiara una cosa semplice, voterò il romanzo per me più bello, non ci sono pressioni possibili.  (Benini)

Come a tutti gli Amici della domenica anche a me capita di essere subissato di telefonate che chiedono un voto, da parte degli uffici stampa, dei direttori di collana, degli editori stessi (non degli autori, in verità). Ma nessuno influenza il mio voto, che è sempre imprevedibile, capriccioso, umorale. A volte ho cambiato idea all’ultimo momento. Non sono un giurato affidabile. (La Porta)

 

Qual è il libro che ritieni più ingiustamente sottovalutato tra quelli che ricordi, e perché?

Credo che La femmina nuda di Elena Stancanelli avrebbe meritato più voti: è un bel romanzo, avvincente, duro, sincero, la storia di un’ossessione raccontata in modo preciso e nudo. Spero che lo leggeranno in tanti. (Benini)

Dalle rovine di Luciano Funetta. Era l’unico che fin dalle prime pagine è riuscito a catapultarmi dentro un mondo di finzione di cui non sapevo niente e non potevo immaginare niente, di cui l’autore inventava i dettagli e le regole. Questa sensazione, da lettrice, mi piace molto. Il fatto che abbia ottenuto così pochi voti mi lascia un po’ l’amaro in bocca, ma che sia arrivato alla dozzina già mi sembra un gran risultato per un esordiente pubblicato da un piccolo editore in una collana nata da poco. Di fatto è un libro che di visibilità, nel suo piccolo diciamo, se ne è conquistata parecchia: quindi bene così. (Testa)

Da quando sono diventato Amico il dispiacere più grande me l’hanno dato le esclusioni dalla cinquina di Busi e Moresco. Due autori a cui l’esclusione in un certo senso ha fatto gioco, perché anche se ormai sono entrambi completamente organici al sistema culturale del Paese hanno potuto gridare: «Ecco, siamo dei mostri, nessuno può digerire tipi come noi, restiamo incompresi, continuiamo a scrivere lettere a nessuno!». In realtà penso che siano esclusioni che danneggiano il premio, anche se lo Strega ha portato avanti negli anni un discorso innegabile legato alla qualità. Gli autori impresentabili sono pochissimi – mi riferisco a due categorie: i paraletterari e i paraculi – che riescono a passare le maglie strette del doppio turno (anche se ci sono, e qualcuno ha perfino vinto). (Ricci)

Quest’anno i libri di Morelli, Sebaste, Morandini, Di Fronzo, Pignatelli. Ma ripeto qui la mia “modesta proposta”, formulata già due mesi fa. I vari Affinati, Albinati, Rossana Campo, Funetta, Lo Iacono, Malaguti, Meacci, Moresco, Paolin, Romagnoli, Sermonti, Stancanelli che formavano la dozzina sono già un gruppo di autori meritevoli ciascuno di almeno una porzione del nostro premio più prestigioso. Da solo però nessuno, verosimilmente, ce la poteva fare, nonostante le ambizioni. C’è chi promette un romanzo che poi non si trova, chi si sbilancia troppo sulla autobiografia, che vira unilateralmente verso il saggio, chi si smarrisce nella Storia, chi inclina ad un lirismo autoappagato… Bene, insiemei danno se non il Grande Romanzo dell’Italia Contemporanea, almeno un variopinto Arcimboldo della Prosa Italiana. Dunque diamo a tutti e 12 il premio Strega ex aequo! (La Porta)

Premio Strega 2016 Albinati

ⓢ Come valuti l’alone di mondanità un po’ decadente e molto romana che circonda il premio? È un male necessario? Ti diverte?

Essendo nata e cresciuta a Roma e lavorando da 15 anni nell’editoria non riesco a trovare nessun glamour mondano né nella romanità né nell’ambiente editoriale: è l’acqua in cui nuoto da sempre, è il mio habitat, non ne sono né affascinata né intimorita, di base lo prendo sul serio nella stessa misura in cui posso prendere sul serio una pizza con gli amici. Le tre volte che sono andata alle serate dello Strega ci sono andata con lo stesso spirito: ho bevuto mangiato fumato chiacchierato, trovato ridicole un sacco di cose e riso veramente tanto. Ah: non so se può rientrare nella categoria “decadenza”, “male necessario” o “divertimento”, ma nel mio nuovo ruolo di Amica della Domenica ho prontamente chiesto al direttore della fondazione Bellonci di aggiungere, dal prossimo anno, un dj set di chiusura alla serata finale e farci ballare tutti; non mi è sembrato che là per là l’idea venisse presa troppo sul serio, ma è una battaglia in cui credo molto e continuerò a portarla avanti. (Testa)

Alla serata finale ci si va anche per trovare lavoro, la gente semplicemente ti vede, si ricorda di te e allora ti propone qualcosa…«Ah, Filì, senti, me la fai te la introduzione a Conrad?» o «C’è un programma televisivo che parte tra un mese, ti va di fare l’ospite fisso?» o «Ci vieni quest’anno alla rassegna nel Salento?». Tutto molto romano, molto levantino, (quasi) offensivamente casuale, piacevolmente sbracato. (La Porta)

Mi sono sempre divertita al premio Strega, anche quando non ero giurata: il buffet, i saluti, i tacchi, i pettegolezzi. È una festa, mi piacciono le feste. (Benini)

Non solo mi diverte ma ritengo che la romanità, per così dire, sia un valore del Premio. Ecco perché l’edizione di quest’anno all’Auditorium è stata una mezza catastrofe: non si può togliere lo Strega al suo stadio naturale, cioè il Ninfeo di Valle Giulia, dove la gente può beatamente infischiarsene dello spoglio dei voti per prendere d’assalto il buffet. Per la prima volta lo Strega si è piegato ai tempi televisivi mentre prima – con quelle bellissime “differite in diretta” del passato – accadeva l’esatto contrario. Lo Strega è anche, forse soprattutto, la sua decadente serata conclusiva un po’ cafonae senz’altro mondana, in cui la cultura fa capolino qua e là, e talvolta si prende anche tutta la scena, in modo scandaloso e bellissimo. (Ricci)

Immagini di Musacchio & Ianniello, per gentile concessione Premio Strega
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