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Che nome dare alla nostra epoca?

C'è chi propone Antropocene, l'era dell'uomo, e chi Età della plastica: il dibattito su come chiamare il nostro tempo.

In che era viviamo? È una domanda che si stanno ponendo da tempo diversi studiosi, media e istituzioni: che nome dare, insomma, alla nostra epoca? Soltanto pochi giorni fa una squadra di 24 geologi di tutto il mondo ha decretato che oramai viviamo nell’Antropocene, ovvero nell’età in cui l’impatto della presenza umana si fa sentire sulla geologia di tutto il pianeta. La posizione ufficiale della più grande istituzione di geologia internazionale, la International Union of Geological Sciences (IUGS), invece, è che viviamo nell’Olocene, cioè “l’epoca recente”. Altri, sempre in tempi recenti, hanno suggerito di chiamare la nostra era “Età della plastica”: così come noi parliamo di Età della pietra, Età del bronzo, ed Età del ferro, un domani gli archeologi parleranno della nostra epoca in base al materiale più diffuso. Questo concetto, tra l’altro, ha ispirato un simposio dell’istituto Smithsonian nel 2012, che però riguardava temi più ecologici che storici. Inoltre dà il titolo a un documentario ambientalista, The Plastic Age: A Documentary, con Pharrell Williams.

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Dunque, in che epoca viviamo? Per fare chiarezza bisogna specificare che si tratta di due approcci completamente diversi. “Età della plastica” è un’espressione legata all’archeologia e all’antropologia, mentre “Antropocene” e “Olocene” sono termini geologici. Soprattutto “Età della plastica” è più che altro utilizzato in contesti politici e mediatici, mentre intorno ad “Antropocene” e “Olocene” c’è un vero e proprio dibattito accademico, seppure soltanto “Olocene” sia ufficialmente riconosciuto. Infine, per quanto molto diversi, sia “Antropocene” sia “Età della plastica” hanno entrambi una connotazione ambientalista.

Chi parla di Età della plastica parte dal presupposto che ci sono state l’Età della pietra, l’Età del bronzo, l’Età del ferro. Questa classificazione tripartita suddivide le culture antiche (preistoriche, proto-storiche e in alcuni casi storiche) in base al materiale dominante. Se dovessimo applicare lo stesso principio alla contemporaneità… è evidente che si tratta della plastica. Tuttavia, “Età della plastica” è un’espressione più politica, insomma ecologista, che storica.

Cosa potrebbero trovare gli archeologi del futuro: tantissima plastica

Storici, archeologi e antropologi, infatti, utilizzano espressioni come “Età della pietra”, “Età del bronzo”, “Età del ferro” solo per riferirsi al mondo antico, dunque non c’è alcuna esigenza di continuità: ci sono state l’Età della pietra, l’Età del bronzo, e l’Età del ferro (in lassi temporali diversi a seconda della geografia). Per le epoche successive nessuno ha più utilizzato una classificazione basata sui materiali, dunque non s’è mai sentita l’esigenza di trovare un materiale che definisca la nostra epoca. Detto questo, l’espressione Età della plastica è efficace perché rende bene l’idea di cosa potrebbero trovare gli archeologi del futuro: tantissima plastica.

Un discorso completamente diverso è quello della geologia. La scala temporale geologica suddivide la vita della terra in ere, periodi ed epoche. La nostra era è il Cenozoico, il periodo il Quaternario, mentre sull’epoca c’è un dibattito. Come accennato, la posizione ufficiale della International Union of Geological Sciences è che la nostra epoca si chiami “Olocene”. Il termine Olocene indica un’epoca iniziata circa 12 mila anni fa, con la fine dell’ultima grande glaciazione, ed è stato riconosciuto ufficialmente dalla IUGS nei primi anni Ottanta. Per indicare la stessa epoca, la cui caratteristica principale è proprio quella di essere post-glaciale, o infra-glaciale, sono stati utilizzati anche i termini Neocene e un più generico “epoca post-glaciale”: cambia solo il nome, però, non il concetto.

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Nel 200 però il chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen ha proposto invece insieme al collega Eugene Stoermer di utilizzare il termine Antropocene: la loro tesi è che viviamo nell’epoca dell’uomo, in cui l’impatto delle attività umane è tale da avere un’influenza geologica e non soltanto climatica. Antropocene dunque non è un termine alternativo per Olocene, ma indica un’epoca successiva e distinta: secondo Crutzen l’Antropocene iniziera intorno al 1800 e prosegue nei giorni nostri, mentre l’Olocene spazierebbe da 11,500 anni fa al 1800.

La propsta di Crutzen, che nel 1995 ha vinto il Nobel insieme a Sherwood Rowland e Mario Molina proprio per i loro «studi sulla chimica dell’atmosfera», è stato accolta con scetticismo da molti geologi, secondo cui non esistevano ancora dati certi per stabilire che ci troviamo in un’epoca nuova, con un impatto umano tale da giustificare una distinzione di questo genere. Date le implicazioni politiche, tuttavia, il termine ha attirato molta attenzione da parte dei media: sono usciti articoli, libri, documentari, e una storia di copertina dell’Economist.

natureCol tempo però anche negli ambienti accademici si è costituita una minoranza di studiosi che sostiene la formalizzazione del termine Antropocene: esiste un gruppo di lavoro composto da 24 ricercatori, il cosiddetto Anthropocene Working Group, che ha fatto domanda alla Iugs affinché riconosca la nuova epoca (più precisamente la domanda è stata fatta alla Commissione internazionale di stratigrafia, un organo della Iugs).

«Le prove di una nuova epoca geologica segnata dall’impatto dell’attività umana sono schiaccianti»

Soltanto recentemente però l’Anthropocene Working Group ha prodotto un paper scientifico, pubblicato sulla rivista Science a gennaio, in cui sostiene di essere riuscito a raccogliere le prove geologiche necessarie a dimostrare che viviamo in una nuova epoca: «Le prove di una nuova epoca geologica segnata dall’impatto dell’attività umana sulla Terra sono schiaccianti, sostiene un recente studio di un gruppo internazionale di scienziati», si legge in un comunicato dell’università di Leicester.

Tra gli autori dello studio figurano Colin Waters e Michael Ellis della British Geological Survey, Jan Zalasiewicz, Mark Williams e Matt Edgeworth dalla Leicester University e Colin Summerhayes di Cambridge. I materiali prodotti dall’uomo, si sostiene, stanno cambiando non soltanto l’atmosfera terrestre, ma anche gli strati geologici del pianeta: «Gli esseri umani influenzano da tempo il loro ambiente, ma recentemente c’è stata una diffusione globale di nuovi materiali, inclusi alluminio, cemento e plastica, che stanno lasciando il loro segno nei sedimenti», dice Waters.

economist coverQuesto però non significa che sia stata detta l’ultima parola: «Il documento dell’Anthropocene Working Group pubblicato su Science non è una dichiarazione finale sull’argomento, ma piuttosto una posizione a interim, un aggiornamento sulle ricerche del gruppo», notava la BBC. Il gruppo pronuncerà le sue raccomandazioni finali più in là, e starà alla Commissione internazionale di stratigrafia se accettarle nella sua classificazione. Intanto Antropocene è passato dall’essere un termine non riconosciuto a essere un termine forse in via di riconoscimento.

Nelle immagini: una mostra di reperti fossili al Venetian Resort Hotel Casino di Las Vegas, 30 settembre 2009 (Ethan Miller/Getty Images).
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