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Bolle spaziali

Dal pianeta gemello all'acqua su Marte: perché gli annunci della Nasa promettono più di quello che mantengono.

Nel 2010 la Nasa annunciò una scoperta che avrebbe «rivoluzionato la ricerca di vita extraterrestre». Nel 2012 promise la pubblicazione di dati che sarebbero entrati «nei libri di storia». A luglio è stato invece il turno della «notizia che stavamo aspettando da migliaia di anni». Ma non sentitevi in colpa se, anche a distanza di poco tempo da questi annunci, non ricordate di preciso a quali scoperte si riferiscano: ultimamente la Nasa sembra avere un problema di gestione dell’entusiasmo nella comunicazione con l’esterno. È difficile dire quando sia iniziata esattamente questa routine, ma l’agenzia spaziale americana ci sta ormai abituando alla ripetizione ciclica di comunicati roboanti e pieni di esagerazioni riguardanti ricerche serie e affidabili, sì, ma che sono spesso ingranaggi piccoli, sebbene importanti, di progetti ben più ampi e articolati.

New Horizons Nears July 14 Flyby Of Pluto

Da dove viene quest’ebbrezza? La prima e più ovvia giustificazione è un comprensibile tentativo di autolegittimazione. È una storia che avrete letto e ascoltato chissà quante volte, ma la strada era indiscutibilmente più in discesa qualche anno fa, quando la Nasa era l’immagine stessa dell’orgoglio americano e John F. Kennedy faceva della ricerca spaziale e dell’esplorazione della Nuova Frontiera un motto elettorale. Oggi la situazione è radicalmente diversa, l’agenzia si ritrova a racimolare con fatica i fondi per i suoi programmi, è costretta a cambiare gli obiettivi a lungo termine praticamente a ogni elezione e soprattutto deve convincere di volta in volta il Congresso a finanziare progetti complessi, estremamente articolati, dagli esiti incerti e dalla durata decennale. E questa è la parte facile, perché allo stesso tempo deve anche stare attenta a non abbassare la guardia davanti a un pubblico che, quando non viene stimolato con qualche scossa di adrenalina, inizia subito a diventare scettico: ma quanto ci costa andare nello spazio? A cosa serve? Perché lo facciamo? Non era meglio utilizzare questi soldi per combattere il cancro? Questo è più o meno lo scenario all’interno del quale si muove la Nasa oggi, costretta a rispettare un’agenda precisa, tra scadenze politiche, ostacoli economici e il bisogno di sedurre il pubblico.

Lunedì abbiamo festeggiato l’ultimo annuncio: c’è acqua su Marte! C’è il doodle di Google a ricordarcelo e ci sono le prime pagine di tutti i giornali. Eppure siamo lontani dalla svolta suggerita dalla magniloquenza dei titoli. Parliamo di acqua su Marte da decenni. Sappiamo che in un passato non recente il pianeta, che all’epoca aveva un’atmosfera e una temperatura più accoglienti, ha ospitato fiumi e laghi che ne hanno scolpito il suolo. Abbiamo vari indizi sulla possibile presenza di acqua fossile, ma sappiamo anche che, nelle condizioni in cui si trova il pianeta oggi, la temperatura gelida e la bassa pressione atmosferica non permettono la presenza stabile di acqua allo stato liquido in superficie. C’è qualche ghiacciaio, ma Marte è per lo più un deserto, come ci mostrano le foto scattate delle varie sonde che abbiamo inviato lì.

NASA Announces Major Scientific Finding On Nature Of Mars

In alcuni punti però il terreno è dipinto da striature scure che compaiono e scompaiono lungo alcuni dirupi a seconda della stagione, e che per questo sono chiamate Recurring Slope Lineae (da qui in poi RSL), che potremmo tradurre malamente con striature ricorrenti sui terreni scoscesi. Le novità dell’ultima ricerca arrivano proprio dalle RSL, la cui ciclicità è nota ormai da anni. Nuove osservazioni di queste striature hanno infatti rivelato la presenza di sali idrati, e questi sali sarebbero, secondo i ricercatori Nasa, una prova indiretta della presenza di acqua. Per brevi periodi di tempo e grazie a delle condizioni riscontrabili solo in alcune piccole zone del pianeta, quindi, dell’acqua salmastra potrebbe scorrere lungo quelle striature. Ancora non sappiamo dire da dove sgorghi però, potrebbe provenire da sotto la superficie, da falde o ghiacciai, o dalla condensazione atmosferica.

Questa, a grandi linee, è la novità. Parliamo di una ricerca importante, d’accordo, ma è un passo in avanti in un percorso iniziato anni fa e non ancora concluso, non la rivoluzione che ci vorrebbero vendere. La cosa interessante di quello che è successo in questi giorni è però la distanza, per una volta piuttosto netta, tra l’entusiasmo con cui la notizia è stata presentata dalla Nasa e l’ironia non più celata con cui molti addetti ai lavori hanno accolto l’annuncio. Così, mentre molti siti raccontavano gli eventi come fossimo di fronte a un nuovo allunaggio, i giornalisti del settore commentavano il tutto con battute caustiche e frecciatine un po’ nerd come quella di Alexandra Witze, corrispondente di Nature

Ovvero: un acronimo migliore per RSL, la presunta smoking gun dell’ultima ricerca, potrebbe essere piuttosto recurring story line: sempre la stessa storia. C’è acqua su Marte, di nuovo. C’è un annuncio storico della Nasa, di nuovo.

Un caso simile, e per certi versi ancora più clamoroso, è quello accaduto qualche mese fa con l’annuncio della cosiddetta “gemella della Terra”. In quel caso il comunicato si preoccupava ancora meno delle mezze misure: «Dopo centinaia di scoperte gli astronomi sono sul punto di trovare qualcosa che le persone hanno sognato per migliaia di anni: un’altra Terra», si leggeva nel lancio del comunicato ufficiale.

Anche in questo caso la ricerca era importante, senza dubbio una scoperta da festeggiare, ma i toni agiografici erano decisamente di troppo. L’annuncio si riferiva infatti alla rilevazione di Kepler 452b un pianeta appena scoperto al di fuori del sistema solare, l’ennesimo, ma il primo ad avere tutta una serie di caratteristiche che potrebbero favorire la vita extraterrestre: forse roccioso (forse!), grande più o meno quanto la Terra, orbita attorno a una stella simile al Sole a una distanza simile a quella Sole – Terra. Troppo poco per decidere di trasferircisi comunque: non solo è irraggiungibile, a 1400 anni luce da noi, ma probabilmente non ne conosceremo mai neanche l’atmosfera o la composizione geologica, neanche da lontano. Potrebbe essere una Terra 2.0, o un Venere 2.0 (le caratteristiche sono bene o male le stesse), o magari un altro pianeta completamente diverso, probabilmente del tutto inospitale.

Da qui a parlare di vita extraterrestre o di un’altra Terra insomma ce ne passa. E per di più negli ultimi quindici anni il telescopio Kepler ne ha registrati a centinaia di pianeti extrasolari, alcuni dei quali potenzialmente abitabili, e centinaia ancora ne scoprirà il James Webb Telescope, mentre di altre centinaia non sapremo probabilmente mai niente.

New Horizons Nears July 14 Flyby Of Pluto

Come spesso succede con le cose di scienza, i giornali si sono però limitati a ricucinare i comunicati cercando di rendere ancora più accessibile e più accattivante una notizia resa già fin troppo accessibile e accattivante dalla Nasa. Nel caso di Kepler 452b il risultato è stato particolarmente disastroso, un’amplificazione paradossale delle già ampie forzature e degli eccessi degli annunci. E così, partendo da un paper scientifico rigoroso che tra l’altro, di suo, non parla giustamente mai di “gemello della terra”, siamo arrivati al parossismo di esaltazione del lancio della notizia nel post del pagina Facebook del Fatto Quotidiano, dove, refusi a parte, quello stesso paper si trasformava addirittura in una scoperta che rivoluziona «molte delle nostre credenze» e che gli astronomi sognano da «milioni» di anni.

11750696_10152916439621126_5274181128432290407_nLe responsabilità di alcune esasperazioni non sono insomma solo colpa della Nasa, è tutto il meccanismo della pubblicazione e diffusione di notizie scientifiche ad avere dei problemi. E sarebbe anche incauto suggerire che l’agenzia spaziale stia perdendo credibilità. Tutto sommato è giusto che un gruppo di ricerca si faccia pubblicità con tutti i mezzi che ritiene necessari. Rendere accessibile e accattivante un paper, poi, è un processo difficile e laborioso, forzare la mano su certi dettagli forse è inevitabile. Ma banalizzare e soprattutto cedere alla tentazione di esagerare è una scorciatoia, un errore e un tradimento stesso dello spirito scientifico.

Quello che sembra sfuggire sempre più di mano alla Nasa non sono le modalità di ricerca in sé, quindi, quanto piuttosto il resto, il contorno, il racconto che ne viene fatto, della scienza. In un mondo in cui certi temi faticano a entrare nel dibattito pubblico è bello vedere le prime pagine dei giornali parlare ogni tanto di Marte o esopianeti, ma sollevare troppo clamore su scoperte che forse non meritano l’attenzione totale e la celebrazione incondizionata dei media è un’arma a doppio taglio. Quanto ancora può durare questo modello prima di stufare tutti quanti? Quante altri fremiti di eccitazione possiamo sopportare prima di raggiungere l’iperstimolazione e diventare apatici, distaccati e scettici davanti all’annuncio dell’ennesima rivoluzionaria scoperta che forse alla fine non lo era?

Purtroppo l’hype, il battage pubblicitario, la diffusione di notizie sovradimensionate o comunque vogliate chiamare questo fenomeno non è un vizio esclusivo della Nasa. Tutto il mondo della scienza, anche al di fuori dalla ricerca spaziale, ne viene di tanto in tanto ammaliato. La fretta di pubblicazione, la smania di arrivare primi e battere la concorrenza o semplicemente la sfortuna di non aver capito che i risultati di una ricerca sono viziati da qualche errore strutturale possono creare gli stessi paradossali effetti di esaltazione ingiustificata. Basti pensare al gruppo di ricerca BICEP2, che nel marzo 2014 era uscito dalle nebbie del quasi completo anonimato con nel cappello una ricerca da premio Nobel. Avevano annunciato di aver rilevato tracce di onde gravitazionali nella polarizzazione della radiazione cosmica di fondo. Senza addentrarci troppo: se confermata, quella che avevano tra le mani sarebbe stata la misurazione indiretta di un segnale proveniente dai primi istanti di vita del nostro universo. Una conferma decisiva di alcune teorie sulla nascita del cosmo e la sua rapida fase iniziale di espansione, detta inflazione, oltre che una manna per chissà quante altre nuove scoperte.

In quel caso il pacchetto offerto dall’ufficio stampa prevedeva, tra le altre cose, anche un video, un mini documentario di un due minuti e mezzo pubblicato dalla Standord University, in cui uno dei giovani scienziati del team di BICEP2 andava a bussare alla porta dell’inconsapevole fisico Andrej Dmitrievič Linde, uno dei padri teorici dell’inflazione, per comunicargli la buona notizia: abbiamo trovato la conferma sperimentale alle ipotesi teoriche che lei ha formulato trent’anni fa. C’erano tutti gli elementi per un blockbuster di successo: l’allievo pieno di speranze, il vecchio maestro, la moglie – fisica a sua volta – fedele negli anni. E poi, in presa diretta, l’incredulità, la sorpresa, le lacrime. La riconoscenza del duro lavoro, il trionfo della scienza e il brindisi con la bottiglia buona. Il video conta oggi quasi tre milioni di visualizzazioni.

Ma rivedere quelle immagini è piuttosto doloroso. «Let’s just hope that it’s not a trick», speriamo solo sia solo un abbaglio, dice Linde nel video in un lampo di scaramanzia dopo i festeggiamenti. Purtroppo a distanza di solo qualche settimana, a grandi passi, mestamente, sono arrivate le brutte notizie. Oggi, a meno di un anno e mezzo dall’annuncio, i risultati di quella misurazione sono più o meno carta straccia. Quelle osservate non erano le tracce delle onde gravitazionali, era solo polvere galattica. Nulla di rilevante. Ci sono voluti i dati di un altro esperimento, quelli del telescopio spaziale Planck, per accorgersi dell’errore.

Nessuno è tornato con una telecamera da Andrej Linde per chiedergli come l’ha presa.

 

Nelle immagini: impiegati della Nasa esultano per la riuscita di una missione (Bill Ingalls, Will McNamee/Getty Images)
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