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Fine della magrezza?

Un tempo c'erano i blog pro-ana, poi sono arrivate Kardashian e Beyoncé, ma è proprio vero che la magrezza oggi ha meno presa sulle ragazze?

Nei primi anni del ventunesimo secolo, quando Facebook ancora non esisteva e andava di moda raccogliere i propri pensieri in un blog, non era difficile imbattersi in siti che si autodefinivano pro-ana. Erano diari aggiornati quotidianamente da ragazze anoressiche o aspiranti tali, che pubblicavano senza pudore le foto dei loro corpi scheletrici, o aspiranti tali, registrandone i “progressi” (il dimagrimento) mese dopo mese e, in qualche caso, anno dopo anno. Autoritratti in mutande e reggiseno scattati davanti allo specchio utilizzando macchine fotografiche, perché gli smartphone non esistevano ancora.

Oltre ai dettagli di cosce che non si toccavano e braccia in cui il gomito era la parte più consistente, nei blog pro-ana spesso ogni pasto veniva registrato con meticolosa precisione, indicando grammi, marca e a volte perfino il colore di ogni alimento. Come nel diario di Pontormo, non si trovavano soltanto dati riguardanti i pasti, ma anche i ritmi con i quali le ragazze si scaricavano e descrizioni – lunghe e pedanti o brevi e stringate, a seconda dello stile dell’autrice – delle emozioni vissute prima, durante e dopo i pasti. Le ragazze compilavano spontaneamente questi diari alimentari, che spesso venivano prescritti come cura per tenere sotto controllo i disturbi alimentari, ma con lo scopo opposto. Li usavano cioè per sfidarsi, incoraggiarsi e ispirarsi l’un l’altra nel mantenimento e nello sviluppo della propria malattia.

Beauty - Mercedes-Benz Fashion Week Istanbul Autumn/Winter 2016

Nei blog pro-ana si trovavano anche link a siti di cosiddette Thinspo (da “thinspiration”) e cioè immagini di donne magre che le ragazze anoressiche utilizzano per visualizzare il proprio goal e conservare la motivazione al sacrificio e alla lotta quotidiana. Gallerie di corpi fotografati a volte senza testa, in cui le immagini di ragazze anoressiche e sconosciute si mescolavano agli scatti rubati a modelle famose nei backstage delle sfilate o, ancora, a fotografie di attrici e top model nei loro periodi di maggiore magrezza (Angelina Jolie, Keira Knightley, Calista Flockhart, Kate Moss eccetera).

A un certo punto i siti pro-ana sparirono. Qualcuno li scoprì, si gridò allo scandalo. Cercando bene, qualche anno fa, era ancora possibile imbattersi in siti contro l’anoressia che, però, alla fine, si rivelavano pro-ana, perché snocciolavano un sacco di tips per digiunare (esempio: «Mi lavo i denti ogni mezz’ora, il sapore di dentifricio mi toglie la voglia di mangiare»). Oggi è molto difficile trovare blog pro o anti ana. I blog “confessionali” sono drasticamente diminuiti e hanno ceduto il posto ai beauty e ai fashion blog. Come se l’urgenza di condividere il dolore fosse passato di moda, soppiantata dal sogno di monetizzare le proprie ossessioni quotidiane.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un continuo tira e molla da parte dei media sul problema degli esempi di magrezza proposti dalla moda e dallo star system. Ha fatto scalpore la campagna di sensibilizzazione di Nolita, che ha usato come testimonial una ragazza anoressica che poco dopo è morta. Per anni ci siamo dovute sorbire le ridicole dichiarazioni delle modelle: «Mangio ciò che voglio, non faccio sport, il mio piatto preferito è la pizza ai quattro formaggi». Ogni tanto spuntava una modella curvy che veniva intervistata sulle riviste femminili. Disperate operazioni politically correct: tutte le modelle curvy, infatti, sono inesorabilmente cadute nel dimenticatoio.

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Ultimamente, però, qualcosa è cambiato. Corpi come quelli di Rihanna, Beyoncé e Kim Kardashian non vengono proposti come eccezioni bensì mostrati, ostentati in quanto fisici invidiabili. Nella pubblicità del suo nuovo marchio di abbigliamento, Ivy Park, Beyoncé esibisce un corpo massiccio. Su Instagram spopolano foto di corpi carnosi, pieni, e video in cui la carne soda vibra e si muove mentre la ragazza in questione si diletta in pochi secondi di twerking. Certo, è ormai da un po’ che il culo è al centro dell’attenzione. Ma il culo dei nostri sogni, ci dicono, è cambiato. Non è più androgino, infantile, minimale. Siamo forse tornati alle curve degli anni Novanta? Possibile che il ritorno della moda di quegli anni abbia inevitabilmente riproposto quel tipo di donna? Una donna con un corpo sano, abbronzato, sodo, ma non esile, per nulla tendente all’anoressia.Siamo in tante, immagino, a lottare con il dismorfismo corporeo: a vederci disgustose quando siamo normali. Quando il disgusto mi assale penso a Lena Dunham: a quanto il suo corpo mi piace, a quanto mi piace la sua pelle bianca e i suoi tattoo e i suoi seni da tredicenne, il modo in cui si muove, la consistenza soffice, e penso a quanto sarei felice se fosse la mia fidanzata, perché Lena non è un corpo, è lei tutta intera, e il suo essere in sé stessa rende il suo corpo – sicuramente lontano dalla perfezione – inscindibile dalla sua unità: un’unità esclusiva, irresistibile nella sua unicità.

Tuttavia, in questo stesso periodo ho scoperto su Instagram il proliferare di una specie di evoluzione dei siti pro-ana. Si tratta di ragazze anoressiche che, giorno dopo giorno, registrano il loro #recovery e fotografano ossessivamente ogni pasto. Come nei siti pro-ana è facile identificare i topoi: tutte le ragazze si fanno scattare mentre addentano cibo spazzatura di tutti i tipi (muffin, bagel, hot dog, cheescake, brioches, cheesburger, ecc.). Sembrano nutrirsi solo di schifezze: in un pomeriggio le vediamo addentare tre o quattro differenti tipi di torte, pane spalmato di Nutella, tortillas grondanti di formaggio. Sono visibilmente in un grave stato di anoressia perciò mi chiedo che fine facciano i cibi che tengono stretti nelle mani. Ognuna ha il suo stile nel comporre le nature morte: c’è chi decora il cibo con bandierine festose e cuoricini di marzapane, chi compone il piatto in base ai colori, chi realizza composizioni geometriche, chi predilige l’immagine nitida, ravvicinata, di salse e creme. Le loro dita pulite, con le unghie lunghe smaltate di azzurro, sostengono l’hot dog con delicatezza e apprensione, come fosse un collier di Cartier. E poi, una volta scattata la foto, cosa ne fanno? Lo buttano? Forse l’hanno preso in prestito dal vicino, mi dico. Forse il cibo è finto. Forse lo fanno mangiare a dei complici? Mistero.

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Nella maggior parte dei casi la magrezza rimane identica o addirittura peggiora e si somma ad autolesionismo e depressione: cicatrici, impressionanti ferite. Il dolore è vero e buca lo schermo. Queste ragazze “normali” hanno migliaia di followers (ad esempio le due che sto guardando ora: un’americana con 106k seguaci e un’italiana con 60k seguaci). Sotto ogni foto, in cui appaiono quasi sempre sorridenti, scrivono lunghi commenti motivazionali, ottimisti e positivi. Li scrivono in inglese, per farsi capire da tutti. La quantità di fotografie che pubblicano ogni giorno e la perseveranza nel farlo (ho trovato account aperti da anni e aggiornati quotidianamente) lascia intendere che quello che fanno su Instagram è parte integrante della loro vita, dei loro pensieri, delle loro azioni. Forse per alcune questo nuovo tipo di “diario alimentare” è un utile aiuto. Per altre evidentemente no.

I disturbi alimentari sono legati, tra le altre cose, a problemi di percezione dell’immagine di sé e del proprio corpo. Non stupisce quindi che chi ne soffre scelga l’immagine come il mezzo privilegiato per esprimersi e catturare progressi altrimenti sfuggenti. Il passaggio dai blog a Instagram appare naturale nell’evoluzione dell’espressione dei disturbi alimentari in rete: ciò che il testo esprimeva con inevitabile imprecisione, fatica e soggettività, è ora delegato alla pura eloquenza dell’immagine.

Guardando questi profili viene da pensare che l’estetica delle Kardashian e delle Beyoncé, per quanto  popolare, abbia un’efficacia ancora molto debole per quanto riguarda l’influenza sulle ragazze, e una bassa capacità di generare desiderio di emulazione. Anno dopo anno l’estetica della magrezza è entrata molto più in profondità di quanto si creda, e sarà difficile estirparla dai nostri sogni, che semmai diventeranno, forse, ancora più inconfessabili e segreti.

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