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Eravamo io, gli inglesi e Dante

Un tour nei luoghi di Dan Brown, e com'è immergersi in un’Italia a misura di straniero, la Disneyland in cui il Poeta è una mascotte.

di Mattia Carzaniga

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La domanda che aspettavo più di tutte a un certo punto arriva: «Ma perché in Italia studiate Dante così tanto?». A farla è un giornalista inglese, siamo nella chiesa cosiddetta di Dante, sempre lui, davanti alla tomba di Beatrice, qui pronunciato “Bèatris”. È la volta che finalmente capisco. Quella follia a cui ci sottoponeva la professoressa di italiano del liceo – interrogazioni con sorteggio di una terzina a caso pescata dentro una delle tre cantiche, a te toccava dire cosa, dove, chi: tipo buttarsi nel cerchio di fuoco – puntava esattamente a questo: non tanto ad addestrarci così che in età adulta saremmo stati capaci di rispondere a questa domanda, piuttosto a metterci in testa che Dante sarebbe stato per sempre una cosa normale, come sapere che nella carbonara ci va il guanciale (questo non è scontato per tutti, a dir la verità). Qualche anno fa, prima del giornalista inglese, un’altra ragazza (americana, assai stupida) aveva variato sullo stesso tema con un altro quesito: «Ma per voi italiani la Divina Commedia è come la Bibbia?». Nonostante per lei potesse essere davvero una domanda seria, ancora oggi non riesco a non dare, in fondo, una risposta affermativa.

Sono andato a Firenze a fare un tour sui luoghi di Inferno, quello di Dan Brown e successivamente di Ron Howard (il film è appena uscito in dvd con Universal Pictures Home Entertainment, in Italia è stato uno dei grandi incassi della stagione). Fino a quel momento non sapevo nemmeno ci fosse, un tour di Inferno. E invece «da quando è uscito il libro vengono apposta per quello, dopo il film non ti dico la quantità di richieste, è tipo quadruplicata», mi dice Giulia: accompagna me e un gruppo da incipit di barzelletta (parecchi inglesi, due francesi, uno svedese, una spagnola) in giro per Firenze. «La cosa buona di Inferno è che ha ridato dignità a luoghi che prima non si filava nessuno. Per dire, Palazzo Vecchio tutti i turisti ce l’avevano sotto il naso, dicevano bello bello ma si fermavano un secondo davanti al David e poi via agli Uffizi. Adesso chiedono la visita dettagliata, perché nella Sala dei Cinquecento c’è la Battaglia di Marciano del Vasari: su una bandiera ci ha messo la scritta “cerca trova”, che è la chiave di uno degli enigmi del film. A occhio nudo mica si vede, ma la cosa li gasa moltissimo, usano tutto lo zoom possibile sullo smartphone per provare a fotografarla». Giulia va in giro con il tomo di Dan Brown nella borsa, contrassegnato con post-it per trovarci mappe e battute, spiega le differenze tra libro e film, e soprattutto tra libro/film e quella cosa ancora più romanzesca che si chiama realtà.

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Per esempio: la maschera di Dante al centro di una delle scoperte del film non è un originale, ma una copia «che non si caga mai nessuno», qui è conservata su un comò in una sala di passaggio, sullo schermo è messa invece sotto teca in una stanza tutta per sé, protetta da laser e telecamere. Altra cosa: la porticina che usa Tom Hanks («bravissima persona, quando è venuto qui a presentare Inferno se ne stava lì in disparte col suo cappellino, altro che divo») per accedere al leggendario Corridoio Vasariano in realtà porta da tutt’altra parte. Ma chi se ne importa, la storia del Corridoio è un altro film, più bello ancora. Prima nella galleria (mica tanto) segreta che porta da Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti si faceva uno dei tour più esclusivi del mondo: seicento euro a cranio per essere scortati da una guida lungo il percorso, alle pareti la più grande collezione di autoritratti esistente, roba di gente minore tipo Bernini e Guercino. Ora è in restauro da un po’: riaprirà ma senza più i ritratti, «stavano lì, chiusi tra gli Uffizi e il Ponte Vecchio, d’inverno fa troppo freddo, d’estate troppo caldo, si deteriorano facilmente, non c’è modo di proteggerli perché sono a pochi centimetri dai turisti che passano accanto, insomma verranno tolti, il Corridoio Vasariano ci sarà ancora ma sarà vuoto, tutta un’altra cosa, anche rispetto a come era stato pensato nel Cinquecento: alla fine della mia ultima visita, prima della chiusura per i lavori, mi sono messa a piangere», fa Giulia. Lo dice a me solo, perché solo un italiano può capire.

Fare il turista non è brutto per niente pure perché si saltano le code, si hanno i biglietti cumulativi: “gruppi”, chi l’avrebbe mai detto che un giorno quel cartello affisso all’ingresso dei musei ci sarebbe stato amicoNon è male essere, per una volta nella vita, parte di uno di quei gruppi di turisti che vedi in giro per le città d’arte e maledici. Abbiamo gli auricolari per ascoltare la nostra guida, che spesso è a un passo da noi: ma, mi rendo conto mentre il tour procede, senza gli auricolari non sarebbe la stessa cosa. Abbiamo un programma fittissimo dove sono schedulate anche le pause, dalla pipì al caffè, la prima è un linguaggio universale, il secondo sarebbe certo più facile se fossimo tutti italiani: con gli stranieri i tempi si allungano, c’è chi vuole il cappuccino e chi il doppio macchiato, fino al latte macchiato, il tè, il tè col latte, fortuna il pumpkin spice latte in piazza della Signoria non lo fanno. La cosa più brutta che può capitarti, da turista scortato passo dopo passo, è la richiesta dei guardasala (cattivissimi) di Palazzo Vecchio di posare ombrelli e zaini sfuggiti al controllo dei colleghi all’ingresso. Per la prima volta in vita mia, devo confessare a me stesso che fare il turista non è brutto per niente, il turista vero dico, di quelli che seguono percorsi tracciati, che aspettano di andare al Battistero perché nel romanzo/film il signore detto Duomino (che nome meraviglioso) ha disseminato altri indizi segreti, veri o falsi che siano. Fare il turista non è brutto per niente, dicevo, pure perché si saltano le code, si hanno i biglietti cumulativi: “gruppi”, chi l’avrebbe mai detto che un giorno quel cartello affisso all’ingresso dei musei ci sarebbe stato amico. Nell’ora “adesso potete fare quello che volete” concessaci nel pomeriggio, io e un paio di inglesi non torniamo in camera: ne approfittiamo invece per salire i quattrocento e qualcosa scalini del Campanile di Giotto, roba che non facevo da quando avevo sette anni. Fare i turisti è una goduria. Le due ragazze che sono con me – londinesi, mai state prima da queste parti – guardano dalla cima della torre la città ai loro piedi, è spuntato un raggio di sole là dove fino a un minuto prima c’erano solo nuvole: la fatica del turista, scopro, viene sempre ricompensata. «E quella che cos’è?». Facile: «Santa Croce», si possono pure tirare fuori due citazioni da Camera con vista, che figurone. E quello? Il Mercato comunale appena ristrutturato, ora ci sono i baretti hipster. E quel parco laggiù? I Giardini di Boboli (torneranno nella spiegazione della guida, Tom Hanks è passato anche di lì). E quella villa bianca in fondo, la vedì? Quello è il Forte di Belvedere, e qui si gioca l’asso pigliatutto: è il posto dove si sono sposati Kanye West e Kim Kardashian. Viene giù il teatro, standing ovation, sipario.

Firenze spiegata agli anglosassoni è (deve essere) questo “qualcos’altro”. I Medici – i primi banchieri in città, semplificando – sono descritti come una specie di mafia che governa con l’intelligenza del soldo e le minacce, sintetizza Giulia. Forse oggi ci sarebbe anche un tour ispirato alla serie con Dustin Hoffman, non fosse stata un mezzo flop internazionale. E poi: Botticelli e Leonardo da Vinci avevano aperto un ristorante insieme, ma la società non era destinata a durare: il primo era un ciccione che arrivava all’ammazzacaffè e oltre (oggi probabilmente aprirebbe un chiosco di lampredotto, street-food), il secondo un salutista osservante (“L’ultima cena vegana” sarebbe una sua storia su Instagram). Ancora: la casa di Dante, altra tappa del giro, non era la sua vera casa, «e allora perché la chiamate casa di Dante?», buona domanda, ma non si può mica spiegare sempre tutto. E poi la peste nera, il fiorentino che è l’italiano più nobile e puro, il calcio storico con gli omaccioni che si menano ed è un culto tipo il palio di Siena. Pure il principesco Hotel Brunelleschi in cui soggiorna il gruppo ha una storia da raccontare: ovviamente prima era un’altra cosa (un carcere femminile, resta una bella torre a testimoniarlo), poi – ma non è ufficiale, o quantomeno non lo vogliono rendere tale, il mistero tira di più – vi ha soggiornato Dan Brown quando è venuto a documentarsi per il romanzo, e lo stesso Robert Langdon (il professore protagonista del libro) sarebbe passato di qui. È un gioco di scatole cinesi, c’è la Storia e c’è la fiction, c’è l’Italia e c’è la sua percezione immaginifica.

La chiave, adesso capisco, è proprio questa. Da qualche tempo si assiste a un fatto inequivocabile: il racconto di un’Italia a misura di straniero è tornato di moda. Ci sono due parole, per dirlo in estrema sintesi: Paolo Sorrentino. La grande bellezza e The Young Pope rispondono alla stessa intenzione: far vedere dallo spioncino i luoghi di un’Italia eternamente uguale a se stessa e alla sua rappresentazione ormai canonizzata, le suore che giocano a calcio e le ville romane coi loro giardini segreti, la luce del Gianicolo e il culo del Papa, i sanpietrini e l’Appia Antica. Il danbrownismo – che sia Codice da Vinci o Inferno non fa differenza – funziona in modo uguale e però distorto dall’occhio dello straniero: l’Italia non è più il Paese a cui ti dà accesso chi ci è nato e cresciuto grazie alle sue competenze autoctone, è diventato un posto dell’immaginazione che uno straniero può padroneggiare ancora meglio. L’Italia è un quiz da risolvere, una caccia al tesoro piena di indizi che si contraddicono a vicenda e per questo risultano interessanti, un puzzle di riferimenti ingenui ma granitici che risponde a una lingua ormai universale. In quei due-tre giorni ho provato a guardare Firenze attraverso gli occhi di quegli inglesi e francesi e svedesi, e allora ho capito: improvvisamente anche per me la città era la tappa di un luna park meraviglioso e kitsch, una sosta in un luogo della fantasia, una delle tante attrazioni di una Disneyland dove la cultura diventa gioco, dove il Sommo Poeta è una mascotte al pari di Mickey Mouse.

Alla stessa logica risponde il nostro bere e il nostro magnare. Non c’è MasterChef che tenga: di fronte a una fetta di pane toscano con l’olio extravergine, uno straniero prova lo stessa sindrome di Stendhal che lo sorprende davanti al campanile di Giotto. Ma anche qui c’è un ribaltamento: il cibo è un altro territorio per noi del tutto scontato, per loro una landa troppo vasta e troppo difficile da capire, anche questo va allora preso come un gioco. Dopo il tour dantesco veniamo scortati verso una sontuosa degustazione: la cantina ha un nome bellissimo e, guarda caso, pure qui si gioca: La Divina Enoteca; il gruppo che organizza quest’altro pezzo di visita ha un nome bellissimo e, guarda caso, pure qui si gioca: Grape Escape. Da questa cosa che “l’Italia è tutta un quiz” ormai non si scappa. Cominciamo con un chianti classico e finiamo col Brunello di Montalcino secondo un percorso che a me pare perfettamente logico, all’inglese che ho di fronte fa l’effetto di un incomprensibile poltergeist. «A ogni vino è associato un diverso pecorino toscano, dal meno al più stagionato», dice il bravo sommelier (ha ovviamente vinto qualche anno fa il titolo di campione italiano, altra cosa per noi del tutto prevedibile) indicando il piattino che abbiamo di fronte, con le fettine di formaggio disposte come le lancette di un orologio. La londinese accanto a me li aveva già incautamente assaggiati tutti, prima ancora che fosse servito il primo vino: perché mai dovrei aspettare l’abbinamento giusto, come siete dolcemente complicati voi italiani.

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Capisco che è tutto incomprensibile, o quantomeno quello che i nostri geni (e i geni dei nostri antenati) trattengono da una vita questi stranieri di passaggio non possono impararlo in un fine settimana. Non hanno il tempo di metabolizzare un presidio Slow Food che subito ne arriva un altro, come potrebbero stargli dietro. La sera prima c’era stata la ribollita rivisitata e griffata dallo stellato Fulvio Pierangelini da Irene, il nuovo ristorante fighetto di Piazza della Repubblica. «Prendetela, è buonissima», dicevo ai commensali residenti a Brighton, salvo pensare, dopo averla mangiata, che era meglio quella della trattoria: ma io solo potevo capirlo. La sera dopo viene il turno della più classica Enoteca Alessi, sempre lì dietro. Ad attenderci c’è già una sventagliata di salumi locali, dal prosciutto di cinta alla soppressata, e la finocchiona, e il lardo di Colonnata, e poi la schiacciata col pecorino al pepe, e avanti così. (Altra cosa da segnare sul mio diario segreto: il turista mangia moltissimo, il Maalox nello zainetto è obbligatorio.) Sempre a me Unico Italiano spetta il compito di introdurre, spiegare, far capire che no, non è tutto uguale, non è tutto la stessa cosa. A volte anche l’italiano a chilometro zero (io poi lo sono senza integralismi) deve cedere, anche i migliori allievi si ribellano. Per dire: c’è una frangia di inglesi che chiede un vino bianco profumato, sceglie un pinot altoatesino peraltro ottimo (ma coi salumi senesi!), tant’è che tutti quelli che lo bevono perdono il lume della ragione, «non ho mai assaggiato una cosa simile!». Io, pur non essendo un chiantofilo, sto sul Chianti classico, siamo in Toscana e non intendo spiegare il perché della mia scelta, stavolta sì integralista.

Qualche sera fa ero all’anteprima del nuovo film di Giovanni Veronesi, Non è un paese per giovani; trae ispirazione dall’omonima trasmissione in onda su Radio2 che racconta gli italiani (perlopiù giovani, appunto) che lasciano il Paese e vanno a vivere e lavorare all’estero. Nella sua introduzione ai giornalisti, il regista (toscano) ha così commentato: «Il fatto è che un ragazzo italiano parte con un bagaglio che un coetaneo di un qualsiasi altro paese non potrà mai vantare. Anche se finirà a fare il cameriere a Sydney, l’italiano sarà sempre mediamente più colto di un cameriere nato e cresciuto in Australia. Tanto per dire: l’italiano con sé avrà sempre Dante». Rieccolo, Dante. È vera, questa cosa del bagaglio? Chissà, però ci piace raccontarcelo. Ci piace credere che siamo meglio degli altri, che fatti non fummo a viver come bruti. È piaciuto crederlo anche a me, mentre giravo per Firenze con la mia allegra cumpa di stranieri. Che poi alla domanda «Ma perché in Italia studiate Dante così tanto?» ci proviamo anche, a dare una risposta credibile: ha inventato la lingua italiana; è il più grande poeta di tutti i tempi; eccetera vari ed eventuali, a piacimento di ciascuno. Ma nell’occhio di quell’inglese io l’ho visto, che in fondo non era così convinto. Io l’ho capito che pensava: certo, a questi italiani piace raccontarsi (di avere) la storia più bella del mondo, noi mica lo sappiamo se è vero, però questo gioco non è poi così male.

Nelle immagini: la mostra Bill Viola. Electronic Renaissance a Palazzo Strozzi in questi giorni (Tiziana Fabi/Afp/Getty Images)
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