Cultura | Personaggi

Elena Ferrante, e adesso?

Il principio follow the money per svelare l'identità della scrittrice: è naturale che ci fosse la curiosità di svelarla, ma non tutte le cose naturali sono buone.

di Davide Coppo

«I romanzieri combattono sempre contro questo furore biografico impersonato, secondo Marcel Proust, da Saint-Beuve che dichiarava: “La letteratura non è distinta, o almeno non è scindibile dal resto dell’uomo”». Una prima analisi dello “svelamento” dell’identità di Elena Ferrante, avvenuta pubblicamente il 2 ottobre 2016, è ne I testamenti traditi, e l’ha scritta, nel 1992, Milan Kundera.

A differenza dei tentativi precedenti (decine: l’ultimo, goffo, del Corriere della Sera) l’indagine di Claudio Gatti pubblicata da New York Review of Books, Il Sole 24 Ore, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Mediapart segue un metodo più interessante e, a quanto sembrerebbe, più proficuo. Non ha svolto un’attività critica, non ha paragonato paragrafi di Elena Ferrante con quelli di altri scrittori, non ha confrontato le biografie “reali” di altre scrittrici o scrittori con quelle dei personaggi di finzione dell’opera. Ha utilizzato un sistema collaudato e pragmatico, non meno affascinante: follow the money. Ha collegato una serie di pagamenti dell’editore (e/o), documenti finanziari e immobiliari ad Anita Raja, traduttrice. È un metodo investigativo, e Claudio Gatti effettivamente è questo, non un critico letterario. Sempre Kundera, infatti, scriveva (sempre citando Proust): «Questo metodo semipoliziesco (…) esige che il critico “raccolga sullo scrittore tutte le informazioni possibili, compulsi la sua corrispondenza, interroghi coloro che lo hanno conosciuto”».

Leggo l’articolo, constato l’arguzia dell’investigatore e del suo metodo, noto l’orgoglio con cui scrive «[u]n’inchiesta condotta da Il Sole 24 Ore e pubblicata oggi anche dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, fa ora emergere evidenze “documentali” che danno un contributo senza precedenti all’opera d’identificazione della misteriosa scrittrice». Arrivato alla fine penso: bene, e adesso?

Ci ho pensato molto, ho cercato di rispondere alla domanda più semplice e importante: perché? Claudio Gatti ha deciso e perseverato («a months-long investigation», si legge nella versione americana) nell’intenzione di infrangere il desiderio di privacy di una scrittrice – ma un essere umano, ancora prima – per niente. Per un articolo, per uno scoop. Nessuno ha commesso un illecito, nessuno andrà in prigione, nessuno pagherà o ne beneficerà, nessuno potrà dire: “Giustizia è fatta”. Naturalmente, Gatti doveva trovare una giustificazione a un atto simile. E infatti, l’ha cercata. Trovata, probabilmente, no. Nel penultimo paragrafo, scrive: «[I]n La Frantumaglia, Ferrante aveva avvertito i lettori. (…) “Io non odio affatto le bugie, nella vita le trovo salutari e vi ricorro quando capita per schermare la mia persona”». E quindi, ecco la giustificazione finale: «Mentendo – o meglio, annunciando che, qua e là avrebbe mentito – a nostro giudizio la scrittrice ha però compromesso il diritto che ha sempre sostenuto di avere (e che comunque solo parte del vasto mondo dei lettori e dei critici le hanno riconosciuto): quello di scomparire dietro ai suoi testi e lasciare che essi vivessero e si diffondessero senza autore. Anzi, si può dire che abbia lanciato una sorta di guanto di sfida a critici e giornalisti». Ho letto più volte questa frase. È una motivazione debolissima e pericolosa. Non riesco a non pensare al valore morale della giustificazione che Gatti crede di aver trovato. Riassumendo: la scrittrice che scrive libri a nome Elena Ferrante ha mentito. Ho il diritto di punirla violando il suo diritto alla privacy.

Le ingiustizie e la violenza hanno diverse gradazioni e possono assumere temperature diverse, tuttavia è possibile dividerle in gruppi e farne un elenco. L’ossessione investigativa con cui un giornalista sceglie di violare un diritto legittimo come quello alla privacy è così diversa dall’atto con cui vengono pubblicate fotografie rubate dall’archivio iCloud di un’attrice, o un attore? Certo, l’intensità della violenza, su una scala Richter della violazione, è diversa, e un terremoto da due gradi lascia meno morti, meno feriti di uno da otto. Ma un terremoto è un terremoto.

Poi, sì, mi sono anche detto: per un quotidiano o una rivista è difficile dire di no a un pezzo simile, che promette di rivelare chi è Elena Ferrante, e lo capisco. E sarebbe ingenuo non pensare che il successo di Elena Ferrante è in parte dipendente dal mistero della sua identità, ed è naturale la volontà di svelarla. Ma tutte le cose naturali sono buone? Tutti gli istinti sono giustificabili? E se il successo di una scrittrice si basa sull’anonimato, perché non porsi il sospetto, prima di agire, che la distruzione dell’anonimato possa condurre alla distruzione del successo?

Ma non riesco a non pensare alla giustificazione di Gatti, ovvero il diritto di violare la privacy perché “Elena Ferrante” ha ammesso di non trovare peccaminoso il mentire. E la mancanza di un fine: in cosa si distingue l’atto di Gatti da quello di un paparazzo? È utile alla comunità di lettori sapere che Elena Ferrante si chiama in un altro modo, e vive a Roma, e ha origini napoletane e discendenza ebraica? È utile alla comunità di amanti del cinema vedere fotografie di Jennifer Aniston in costume da bagno alle Barbados? La risposta è la stessa. Se fosse per Kundera, ci andrebbe pure più pesante, forse esagerando, forse no: «È una vecchia utopia rivoluzionaria, fascista o comunista, quella di una vita senza segreti».

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