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Yves Saint Laurent

Due film contemporaneamente in produzione sulla vita dello stilista. Quanto si può sviscerare un mito, fino a stravolgerlo?

Per raggiungere i Jardin Majorelle è necessario attraversare una strada con doppie corsie e lavori che sventrano il ciglio della strada. Lontana dalla Medina di Marrakech, la via per entrare nel giardino segreto di Yves Saint Laurent è il primo segnale delle incoerenze che costellano la carriera del grande couturier. Una volta varcato il cancello i Jardin Majorelle sono esattamente quello che le guide turistiche e i dizionari di moda hanno insegnato: palme, felci e aloe che convivono placidamente in vasi di terracotta dipinta blu Klein, in mezzo a viali di mattonelle dalle grafiche del movimento Memphis. I colori sono diventati pallidi, lo stridore dei lavori per strada riesce a oltrepassare il muro di palme e la quiete, dove Yves Saint Laurent amava rifugiarsi, svanisce.

L’intrusione nel mondo di Yves Saint Laurent non è avvertita solo dai curiosi che si allontano dagli hammam di Marrakech per scoprire il luogo dove riposa Yves, ma presto (nel 2014) diventerà una vera intrusione mediatica che unirà cultori di moda, critici cinematografici e poi loro, i piccoli avvoltoi della storia d’amore più dichiarata della moda, quella tra Yves Saint Laurent e Pierre Bergé. La Francia, infatti, trova il suo ultimo scandalo di corte in quello che si prepara a essere l’ennesimo tentativo  di mettere in piazza ogni ruga, abuso, tirchieria o eccesso dello stilista morto nel 2008, la cui scomparsa ha messo fine a un’epoca di moda per aprirne un’altra. Si tratta di poche settimane di distanza dalla registrazione dei diritti ma la polemica che si sta scatenando tra Bertrand Bonello e Jalil Lespert ha l’odore di una medaglia vinta al fotofinish. Il primo infatti sta realizzando Saint Laurent, il doc-film sul decennio più discusso del pupillo di Christian Dior, quello che va dal 1965 al 1976, anni in cui nascono le muse (Loulou De la Faleise), la celebre sahariana e poi le notti a ballare nella Parigi libertina. Jalil Lespert, invece, è alle prese con Yves Saint Laurent: biopic sullo stilista prodotto dallo stesso Pierre Bergé. Il film di Bonello è arrivato come un fulmine a ciel sereno a scuotere il set di Lespert: i due non erano (dicono) a conoscenza del progetto l’uno dell’altro. Una fortunata coincidenza a cinque anni dalla scomparsa di YSL. Sempre i due registi, a colpi di tweet e comparsate a Canal+,  hanno spiegato i motivi delle rispettive sceneggiature, dove non sono mancate sterili motivazioni storico-documentaristiche . Nelle loro dichiarazioni non c’è mai un’accusa diretta, neppure una pantomima da querelle letteraria. É possibile che il maestro della moda parigina lo si possa ricordare con due diverse visioni dello stesso coccodrillo? A interrompere questo eccesso di politically  correct è lui, Pierre Bergé, finanziatore del film di Lespert che nelle ultime settimane si è accanito verso l’opera di Bonello, contro cui ha dichiarato di sporgere denuncia il giorno dell’uscita nelle sale di Saint Laurent.

A infastidire Pierre Bergé non sono tanto le attenzioni di Bonello verso la figura di Yves, quanto la scelta di rappresentare il periodo dannato dello stilista che in quegli anni si riduceva a infimo drogato salvo poi, in poche ore, camminare sulla propria passerella con il pubblico ancora incredulo per quelle dee fasciate in ricchissimi abiti tribali. Il film di Bertrand Bonello, in parte prodotto da Luc Besson, si prospetta essere percorso da un diabolico ghigno che capeggia già sul volto di Gaspard Ulliel alias Yves Saint Laurent, mentre dalle prime foto del set di Lionel un terrorizzato Pierre Niney ricalca i passi che timidamente condussero Yves da Bergé. L’eccesso d’ira che ha portato Pierre Bergé a voler querelare Bonello è stato inizialmente letto come una grande, l’ultima forse, dichiarazione d’amore per Yves Saint Laurent. Dichiarazione che questi aveva già promesso essere l’ultima quando autorizzò e mise nero su bianco (nel cofanetto film+pamphlet di poesie) la storia con Yves nel documentario del 2010 di Pierre Thoretton, L’amour Fou. Nella pellicola il tema narrante era la vendita della sontuosa collezione d’arte della coppia al Grand Palais curata da Christie’s : 730 opere che nel 2009 in soli tre giorni si sono tramutate nella cifra record di 374 milioni di euro,  diventando così la collezione privata di maggior successo nella storia della casa d’asta. I tesori di Yves, catalogati come Brancuso, Mondrian, Ensor -quelli che hanno influenzato le sue opere couture- finivano nei ricchi attici di Manhattan, mentre la dimora parigina si svuotava completamente. Accusato per quella vendita poco sentimentale e troppo finanziaria, Pierre Bergé ha risposto con cospicue donazioni e necessità di staccarsi dal passato doloroso.

Ma il ruolo di Pierre Bergé nella vita di Yves Saint Laurent è molto simile a quell’asta da record: per Yves, Bergé ha imparato a commerciare la moda, a preservarne il talento e rilanciarlo quando era alla quotazione giusta. A Yves gli eccessi, a Bergé il libretto degli assegni. Un equilibrio che non è passato indenne a rotture e accuse mosse verso Bergé circa appropriamento illecito del genio di Saint Laurent. Se per l’Amour Fou il desiderio di Bergé era quello di celebrare una vita di coppia attraverso l’arte, la sua scelta di supportare il secondo doc-film sul compagno scomparso deve ancora trovare una motivazione solida. Con un budget di 12 milioni di euro Jalil Lespert ha la possibilità di spulciare qualunque anfratto della coppia e degli archivi tessili dello stilista: a concedere le chiavi d’accesso, ovviamente, lo stesso Bergé. La trama e l’ordito del film di Bonello, invece, arrivano direttamente da PPR (il gruppo che detiene attualmente il brand), autorizzazione questa che permette a Betrand Bonello di essere al sicuro da qualunque querela e scritturare con un budget superiore a Lespert (15 milioni di dollari) Léa Seydoux nel ruolo di Loulou de la Faleise. In tutto questo Hedi Slimane si muove tranquillo: attualmente a capo della maison come direttore creativo, il cattivo ragazzo cresciuto in Dior (a 17 anni Yves Saint Laurent era inginocchiato con puntaspilli alla mano, camice bianco e occhiali nell’atelier di Christian Dior) si è seduto da Yves Saint Laurent e per prima cosa ha abbreviato il trittico che in Francia significa “haute couture” a favore di un più snello Saint Laurent.  “Moncone del genio” che è lo stesso titolo voluto da Bertrand Bonello.

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