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Kanye, anche no

Attese interminabili, location segrete, modelle che svengono: con la sua nuova collezione Yeezy, Kanye West ha fatto arrabbiare quelli della moda.

Gli articoli, o meglio i saggi brevi, sulla megalomania di Kanye West potrebbero essere considerati ormai un genere letterario a sé, un genere a cui ci siamo appassionati nostro malgrado, per quella storia della celebrità come specolo della nostra socialità, per quell’attrazione verso le persone popolari e quel qualcosa che le rende tali, o perché Hollywood (e per proprietà transitiva tutto il mondo delle celebrity) è Babilonia, per dirla con Kenneth Anger. Quando Kanye West ha deciso di darsi alla moda, di fatto allargando a dismisura il fenomeno delle collaborazioni dei grandi marchi dell’abbigliamento sportivo, nessuno si è sorpreso più di tanto, in fondo viviamo in un’industria in cui sfila Victoria Beckham, Rihanna “disegna” Fenty, Beyoncé Ivy Park, Kendall e Kylie Jenner Topshop, e così via. Kanye West, Yohji Yamamoto, Pharrell Williams, Rick Owens, Raf Simons: tutti hanno la loro collezione continuativa con adidas, solo tre fra loro sono autori di moda a tutti gli effetti, ma poco importa.

L’apparel (e il beauty) sembrano ormai passi obbligati nella consolidazione del brand di se stessi, come Kim Kardashian e le creme autoabbronzanti insegnano, e in un settore che per sua natura non può prescindere dal rinnovamento/riciclo continuo, Yeezy è un po’ la pietra miliare della confusione che oggi regna dentro e fuori gli uffici stile. Le cose, per questa quarta collezione, non erano proprio iniziate benissimo: già il tweet che richiamava al casting – «Only multiracial women. No make up please. Come as you are» – aveva avuto la sua parte di copertura mediatica, per nulla benevola. «Multiracial» sta per non troppo nero? Cioccolato? Caramello? Non bianco? Come ha spiegato lo stesso West in una breve ma densa intervista a Vogue: «Come definiresti a parole che stai cercando tutte le varie sfumature del nero? Come si fa a spiegarlo?». Ci hanno provato, appunto, e non gli è andata benissimo: e anche qui i saggi brevi – “Kanye West’s “multiracial” casting was a 6 hours nightmare”, da The Cut – hanno iniziato a diffondersi ben prima che i suoi body color carne ricomparissero sulla scena.

Kanye West Yeezy Season 4 - Front Row/Arrivals

Eppure, in quell’intervista al sì benevolo Vogue, Kanye in realtà dice delle cose interessanti ed è più che evidente il tentativo di Dirk Standen di umanizzarlo un po’, renderlo simpatico, quasi. Parla di Drake e del loro futuro album insieme (non sono queste le notizie che dovrebbero essere rilevanti, a proposito di un musicista?), accenna alle diverse concezioni che lui e la moglie hanno sul vestire i bambini, ci rassicura sul fatto che Yeezy Kids arriverà (come faremmo senza? Rigurgito di neonato on total nude, imperdibile), addirittura dice che forse, magari, qualche volta, s’è fatto sfuggire qualche parola di troppo contro questo o quell’altro. Insomma, sarà anche l’ego più grande on display nella Babilonia di oggi, ma state tutti tranquilli che una visione artistica c’è, è un padre anche, sorride molto di più ultimamente, non lo avete notato? Questa nuova, direi timida direzione nella narrativa del personaggio West, degna di una Olivia Pope delle prime stagioni, però, si è infranta ieri pomeriggio, quando Yeezy Season 4, alla fine, è successo.

Una precisazione: a me Kanye West sta simpatico, e quando pronunciò quel «We are culture» da Zane Lowe, che tanto fece scalpore, ricordo di aver pensato che non è bravo a dire le cose, proprio no, ma poi spesso ci azzecca. Riesce a essere drammatico e parodistico, icona e primo distruttore di se stesso, figo e sfigato allo stesso tempo. Gli sono riuscite tante cose e io voglio anche credere che quella sua collezione di arte e design l’abbia messa insieme con vero spirito curatoriale, e che quando si è circondato dei migliori creativi al mondo volesse davvero imparare da loro, perché è un uomo intelligente. Ve lo ricordate il suo primo, terribile, show a Parigi? Ecco, visualizziamolo tutti. La sua linea Pastelle aveva il suo perché, ok. Sfilare con una collezione durante la settimana della moda (di Parigi!), però, è un’altra cosa. Kanye non è Tom Ford, non è Raf Simons, non deve esserlo. La sola idea di immaginare Raf Simons rappare credo metta a tutti i brividi, ma immagino possa disegnare delle fantastiche ceramiche, come da suo desiderio (non è vero, prima sperimenterà la lingerie da Calvin Klein). Tom Ford sa fare cinema, occasionalmente. Le persone che hanno molteplici talenti esistono, non sono tantissime. Kanye ne ha uno enorme, quello musicale, ma questa cosa del fare i vestiti, beh, non gli è mai riuscita.

Kanye West Yeezy Season 4 - Front Row/Arrivals

Eppure, con Yeezy, la stampa di settore è sempre stata abbastanza comprensiva rispetto a quella prima, goffa ma pretenziosa, sfilata di Parigi, fatta qualche eccezione illustre (Cathy Horyn). Vuoi perché effettivamente funzionava il concetto base, perché le sneakers hanno venduto (meno di quelle di Pharrell, ma hanno anche un prezzo diverso, più alto), vuoi perché il clan West-Kardashian-Jenner fa tanti click, vuoi perché il livello di surreale raggiunto a febbraio al Madison Square aveva del metafisico, perché infine c’è poco altro di cui parlare. Ieri però qualcosa si è spezzato, Kanye ha tirato troppo la corda e quelli della moda si sono arrabbiati, loro che non lo fanno (quasi) mai. La location e l’orario dello show sono stati comunicati solo nella mattinata di ieri, di fatto scombinando la prima giornata di sfilate per gli addetti ai lavori, che sono stati trasportati in massa in bus (#YeezyBus) all’isola di Roosevelt, non prima di 1) rimanere bloccati nel traffico 2) aspettare quasi due ore (Kim è arrivata con 76 minuti di ritardo) prima dell’inizio dello show 3) patire i 30 gradi di New York, piacevoli almeno quanto quelli di Milano.

Da lì in poi, della visione di Yeezy, di Vanessa Beecroft, di Teyana Taylor, pure del resto del cast che effettivamente era un’accurata esposizione di quante sfumature può avere la pelle nera, non se n’è fregato più nessuno. Stella Bugbee di The Cut era oltraggiata su Twitter – «mi sono pentita di essere venuta» – perché le modelle si sentivano male per il caldo e nessuno le aiutava, neanche Vanessa Friedman del Times era proprio contentissima della situazione, Jessica Iredale su Wwd ha scritto la recensione più cattiva che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. I vestiti erano ripetitivi, «at best», la performance ha imposto alle modelle delle sofferenze inutili e poi l’abbiamo tutti già vista, anche basta, la crew di West è stata disorganizzata e sgarbata. «Qualcuno lo faccia smettere», ha concluso perentoria.

(Nota a margine: ci sono stati anche molti entusiasti, eh. Ma quelli della moda, questa volta no.)

Immagini: in testata Bryan Bedder/Getty Images for Yeezy Season 4; nel testo: Jamie McCarthy/Getty Images.
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