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Riflessioni a caldo del post Saloni

La densa settimana dei Saloni milanesi, lascia quest’anno una sensazione marcata. Le mille cose viste, e osservate con chi le ha pensate e realizzate, si dispone come a creare varie zone i cui confini sono sempre più distinti. Fra vari mondi e un’estetica contemporanea dai tanti volti. Indice di scelte personali ed etiche. Ma la chiarezza di queste “tendenze” lascia aperti alcuni interrogativi.

La questione è sempre la stessa e riguarda tutti: da una parte si cerca di scrutare il futuro, dall’altra di risolvere l’oggi. In questa dualità la teoria e la pratica della progettazione delineano strade sempre più divergenti. Un atteggiamento che immancabilmente sta sancendo, e sancirà sempre di più, anche forti demarcazioni all’interno del sistema produttivo, disciplinare e, in qualche modo, sociale. L’aspetto più strano, è che tutto ha un sapore molto pragmatico, che sembra non lasciare spazio all’utopia. Non abbiamo visto sogni, idee improbabili, slabbrature fra il possibile e il probabile, ma affermazioni nette e concrete.

Una certa visione del futuro inquadra un mondo “primitivo” di autosufficienza del saper fare. Proviene da un’educazione “ecologica” che rifiuta i grandi numeri della produzione e che va verso il fai da te e soprattutto riflette su la possibilità di una vita che fonde le aspirazioni, potremmo dire “agresti” e i ritmi della città e le necessità che richiede. Le scuole, ma anche tanti designer, sembrano impegnati a offrire strumenti che possano aiutare alla sopravvivenza di un day after, quasi a voler ricostruire un mondo nuovo. O meglio, parallelo a quello attuale.

Si agisce quindi con soluzioni alla portata di tutti, perché non è più solo tempo di proclami. Ci si avvicina all’artigianato, utilizzando materiali grezzi o materiali naturali, trattati naturalmente. Si rivalutano i mestieri, pur utilizzando i mezzi più tecnologici per la distribuzione. Quale può essere un sito internet, da consultare per seguire le istruzioni di montaggio di un mobile. Si comprano le idee, non più i materiali e gli oggetti. La vita di bottega, sembra spostata nelle case di ognuno. Certo bisogna voler vivere così. Attorniati di cose che portano anche la propria firma, ma soprattutto, che sono l’espressione di scelte che hanno a che fare con l’etica. Il messaggio sembra istigare a impegnarsi in prima persona a costruire il proprio mondo.

Poi c’è la produzione delle aziende. Mobili impeccabili, esecuzioni ineccepibili, materiali raffinati, designer geniali. Ecco l’inversione è questa: a confronto di quel mondo parallelo fatto di concretezza alla portata di tutti, è la grande produzione, ora, a vendere sogni. La casa ideale, fatta di begli oggetti da mostrare, con cui coccolarsi. Direte: è sempre stato così. Sì. Ma l’alternativa ha sempre offerto brutte copie di quei sogni. Ora l’alternativa si contrappone in modo altrettanto accurato.

Accanto a questo scorre un altro mondo fatto di pezzi unici, a volte irripetibili nella loro ripetibilità. Da collezione, da galleria. Anche questo c’è sempre stato. Ma sembra ora lasciare la sua nicchia. Non è per tutti, ma è un mondo riconosciuto e riconoscibile. E in quanto tale, accettato e ricercato. E include anche un saper fare che incrocia nuovi modi di produrre, incrociando prototipazione rapida, produzione industriale e rifinitura artigianale.

Le linee di confine sono valicabili, le potenzialità esponenziali. Tutto procede. Ma affiora un certo timore. Non per la fine del mondo, ma per un pensiero insistente: dove metteremo tutte queste cose?

Le tante alternative, non risolvono l’eccesso della produzione e del prolificarsi delle figure che la riguardano, a iniziare dagli studenti che affollano le scuole. C’è qualcosa che non torna: siamo troppi? O sono troppe le cose di cui abbiamo bisogno? Ne abbiamo davvero bisogno? Forse lo sviluppo, che motiva l’innovazione continua, dovrà davvero rivolgersi a risolvere altri problemi, non legati alla materialità delle cose. I calendari continueranno a segnare gli appuntamenti con il design, siamo curiosi di vedere se riusciranno a rispondere a questi interrogativi che il tour nei Saloni milanesi hanno lasciato sospesi.


 

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