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Rachel Johnson, vestire gli Mvp

Ha cambiato il look dei giocatori dell'Nba e contribuito a stringere il legame tra moda e sport. E non solo: «Insegno ai miei clienti come la moda può accrescere il loro valore in termini di marketing».

«Gli uomini devono vestirsi da uomini. Non apprezzo il velo di androginia che sempre più spesso caratterizza il guardaroba maschile: non deve sembrare che un uomo abbia indosso un paio di jeans presi in prestito dall’armadio della propria fidanzata».

Che una donna dia ad un uomo consigli su cosa indossare non è una novità. Rachel Johnson, 39 anni, americana di Englewood, New Jersey, non è però una donna qualsiasi: è una stylist di fama internazionale. Soprattutto, non lavora con uomini qualsiasi: è considerata l’arma segreta dietro il rinnovato stile di alcuni tra i giocatori più in vista dell’ Nba tra cui LeBron James, ala dei Miami Heat, e Amar’e Stoudemire, in forza ai Knicks di New York. Cestisti che si sono fatti notare sul campo e, negli ultimi anni, anche fuori. Perché hanno abbandonato felpe informi e pantaloni oversize osando un completo a tre pezzi. Senza giacca, magari, e con le maniche della camicia rimboccate – come LeBrown James, cover-guy di GQ America nel settembre 2010 – per sdrammatizzare un po’ un look che, altrimenti sarebbe stato troppo formale.

Dietro queste scelte c’è lei, Rachel. Titolare dell’agenzia newyorkese Thomas Faison, che tra i propri clienti vanta anche il giocatore dei New York Giants Victor Cruz, ha le idee chiare sul suo lavoro. Le ha sempre avute, a dire il vero: «La moda per me è sempre stata una passione, qualcosa che ho sentito essere nelle mie corde fin da piccola», racconta.

L’incontro con la moda è avvenuto più tardi, all’università: «Studiavo alla F&M Florida University, studiavo per diventare un’insegnante di inglese – dice – ma un giorno ho incontrato un ragazzo che lavorava come stylist nell’industria della musica. Non sapevo nemmeno che un lavoro come quello esistesse davvero: fino ad allora non mi ero resa conto del fatto che avrei potuto guadagnare facendo qualcosa che amavo».

Dopo la presa di coscienza di cui sopra – e una laurea in Inglese – Rachel Johnson ha preso un aereo per New York City. Dove è rimasta. «Il primo ambiente con il quale sono entrata in contatto è stata l’industria della musica:  ho lavorato come assistente stylist con cantanti diversi tra loro – da J Lo a Lenny Kravitz – vestendoli principalmente per i loro video musicali, ma anche per i servizi fotografici e i red carpet. Così, sul campo, ho imparato a lavorare e, allo stesso tempo, ho stabilito contatti importanti. Cominciare la mia attività in proprio con un portfolio di clienti tutto mio, inizialmente rimanendo all’interno dell’industria discografica, è stata un’evoluzione naturale della mia carriera».

Altrettanto naturale è stato il passaggio dal mondo della musica a quello dello sport: «Mi definisco un tomboy e da sempre sono appassionata di sport: sono una grande fan dei New York Giants e ho sempre guardato il basket in tv». Dalla golden age dell’Nba vissuta da bambina, seduta davanti alla televisione, al confronto diretto con le star del basket contemporaneo, questa volta, però, in camerino: «Il primo atleta con cui ho lavorato è stato Jalen Rose, nel 2002: ho capito subito che il basket, era, dal punto di vista di una stylist, un mercato dalle potenzialità immense». Il legame tra il mondo dello sport e quello della moda, oggi sempre più forte, andava all’epoca costruito quasi da zero: «Gli atleti erano spaventati dal mondo della moda e viceversa: credo che fondere queste realtà apparentemente diverse sia stata una necessità espressa da entrambe le parti, complici i media».

È con LeBron James, presentatole dal comune amico Jay-Z, che la carriera di Rachel Johnson decolla con decisione. Il giocatore dei Miami Heat compare su numerose copertine importanti, tra cui quella di Vogue America, nel settembre 2008: sebbene il progetto venga molto criticato – il cestista viene ritratto al fianco di Gisele Bundchen in una posa che, secondo alcuni, riecheggiava quella di un gorilla –  LeBron è il primo uomo afroamericano scelto da Anna Wintour per la cover del magazine di moda più influente al mondo. E, per di più, è uno sportivo.

La sfida raccolta da Rachel, dunque, comincia a dare i suoi frutti. Nonostante le difficoltà iniziali: «Lavorare con i giocatori di basket non è semplice: non posso banalmente scegliere capi che a me piacciono e farli indossare a una persona perché, nella maggioranza dei casi, non gli andrebbero bene». L’intervento di Rachel, oltre a plasmare il nuovo look degli sportivi, ha cambiato anche le logiche di relazione tra stylist e brand: «Ho dovuto lavorare duramente e costruire un rapporto “straordinario” con i designer e le case di moda; di base, ho dovuto pregarli di creare dei vestiti apposta per i miei clienti». Il motto di Rachel, infatti, è sempre stato quello di non accontentarsi mai: «Voglio che i miei clienti indossino brand di alta gamma, riconoscibili, internazionali così da poter avere essere eleganti come lo sono altre celebrity che non superano, in altezza, il metro e novanta».

Aggirato l’ostacolo delle taglie, Rachel ha potuto concentrarsi sulla sua vera missione: cambiare un look, ma soprattutto un approccio. Attraverso un percorso educativo che, pur focalizzandosi sulla moda e i suoi linguaggi, punta ad avere risvolti decisivi anche sul piano economico: «Insegno ai miei clienti come la moda possa essere uno strumento per accrescere il loro valore personale in termini di marketing. Il mio ruolo è quello di far capire loro che un determinato stile li porrà su un livello più alto. Sul piano dell’immagine, ma non solo».

Così al primo incontro con un cliente, Rachel mette subito le cose in chiaro: «Non mi limito a chiedere “cosa ti piacerebbe indossare?”, ma indago i loro piani di carriera, domando a ciascuno cosa vorrebbe che la gente vedesse in lui». E lo invita a puntare in alto: LeBron James, per esempio, è in cima alla classifica 2013 dei 20 atleti meglio vestiti al mondo stilata dall’edizione americana di GQ. «Gli atleti vogliono essere considerati tra le celebrity più stylish, vogliono vedere i loro nomi in cima alle classifiche dei “best dressed”, vogliono sviluppare uno stile molto personale, perfino dettare tendenze. Io punto a formare persone che abbiano un punto di vista personale sullo stile, che si sentano a proprio agio in questo contesto».

Mai un momento di incertezza nella carriera di Rachel, mai la tentazione di abbandonare la moda maschile per cedere alle lusinghe ben più frizzanti del womenswear: «Mi piacciono gli abiti da uomo: il mio preferito è senza dubbio la camicia bianca di popeline. Io stessa compro e indosso capi del guardaroba maschile. E poi sono affascinata dall’idea di poter trasformare, da un punto di vista “modaiolo”, un ragazzo in un uomo».

Lo stile maschile, secondo Rachel, è frutto di un dialogo tra le tendenze contemporanee, motivi e pezzi iconici. E di una continua sperimentazione: «Gli uomini possono fare riferimento a un range limitato di capi: pantaloni, camicie, giacche. Per questo giocare con cappelli, occhiali, cravatte è fondamentale».

Il ruolo di Rachel e l’impatto che il suo lavoro ha avuto sull’immagine di un’intera categoria di sportivi ne fanno un’osservatrice privilegiata di ciò che sta accadendo al mondo della moda maschile: «Stiamo assistendo ad una evoluzione dell’approccio maschile alla moda: c’è stata un’epoca nella quale gli uomini si vestivano in modo troppo casual e non capivano cosa ci fosse di bello nel vestirsi bene. Poi hanno scoperto cosa significa avere un bell’aspetto ogni giorno e cosa questo comporta: ottenere posizioni lavorative più prestigiose, avere maggiori e più allettanti opportunità. Perfino uscire con donne più belle.  E hanno capito che moda è a tutti gli effetti uno strumento di espressione, della propria personalità e dei propri obiettivi. Credo che una cosa simile sia accaduta su larga scala: gli uomini hanno cominciato ad evolversi, ad acquistare maggiore fiducia in se stessi indossando abiti nei quali si sentono a loro agio». Indipendentemente dall’altezza.

 

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