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One man jacket

Iconografia del bomber: ancora impossibile da rendere unisex. Vedi quello di Drive.

I boyfriend jeans hanno provato a resistere, sono stati fatti propri come le camicie con iniziali altrui. Resistono sul corpo di una donna nonostante gli anni Ottanta e il loro revisionismo couture sia finito. Resistono perché sanno ancora essere trasversalmente utili. Dopo Winona Ryder indossare un giubbotto smaccatamente da uomo, di quelli che non hanno tagli delle spalle, che non hanno fianchi sartoriali ma che sono comunque, solo, maschili è un rischio che non ha avuto un alto numero di vittime. Vada per il berretto da baseball che ancora non sappiamo indossare, e ci viene perdonato, ma alcuni giubbini, bomber per lo più, sono e devono rimanere ad appannaggio maschile.

La conferma – se ce ne fosse bisogno – si presenta nel tormentone-le-spalle-di Gosling: in Drive più che l’osannato lui, il protagonista è quel bomber satinato champagne con scorpione ricamato senza troppa cura, quasi una chinoiserie rispetto a chi ha provato a ficcarci il bomber nelle passerelle, fallendo poi in boutique, e per questo molto più credibile. Peccato che la costumista Erin Benach abbia impiegato settimane a realizzarlo, si dice, su ispirazione di un vecchio giacchino souvenir di Gosling stesso. E che una volta terminato la Benach abbia passato ulteriori pene dell’inferno per farselo approvare da Winding Refn e dal direttore della fotografia che lamentava un po’ troppi riflessi causati dal satin. Dorato. Eppure  Ryan Gosling oltre a mettere in mostra un collo taurino grazie ai non revers del suo giacchino assassino diventa nuovamente testimone di una certezza che dai tempi di Marty McFly mancava: la giacca del protagonista non si tocca e non subisce alterazioni in corso d’opera.

Il bomber satinato del protagonista di Drive torna a mettere in chiaro che un oggetto è parlante, senza per questo interrompere i dialoghi migliori. Chiariamo: la protagonista, una Carey Mulligan che finalmente soffre ma ce lo dà poco a vedere, non osa mai tentare di avere freddo e indossare il giubbino di lui come in una classica commedia anni Ottanta-primi Novanta e quindi il capo satinato, animo notturno delle follie di lui, non è profanato nel suo scopo. C’è ma non si intromette nella storia, osserva, colora le scene migliori (vedi ascensore), in poche parole veste i panni della luna in un qualsiasi film: e dice quando è notte e arrivano i cattivi e quando no. È essenziale, ma non azzarda intromettersi.

Un precedente anticipato è quello di Marty McFly: il piumino rosso senza maniche con giacchino di jeans sotto è stato protagonista della saga per parecchio tempo ma quando nella scena classicona in cui lui è nel Far West e sfilandogli i jeans (con grande preview di product placement) pensano che Michael J. Fox si chiami Levi’s Strauss, il piumino rosso smanicato non è contemplato, sta lì, fresco elogio degli Eighties e corazza paninara del protagonista. Ecco, i Levi’s di McFly stanno ai molto più “rumorosi” ed esplicativi guantini da pilota di Ryan Golsing, leggerissimi in nappa traforata, perfetti per capire chi è chi nelle ultime battute quando spuntano dalla silhouette del protagonista ripreso solo nella sua ombra.

Il bomber icona invece no. Continua indisturbato a farsi usare e dichiarare lo stato delle scene. Nessuno osa dare un ruolo attivo a una figura così ben azzeccata di un copione. Non richiesta, ben portata, muta, un po’ come la maglia da baseball bianca e rossa di R.G in Blue Valentine per quanto poi il chiodo nero arrivi subito a dire troppo la sua. Grottescamente muto quasi quanto il protagonista.

Il giubbino co-partner di inquadrature ed espressioni di Ryan Gosling è uno dei matrimoni meglio riusciti in un film che ha rimesso a tutti non tanto la voglia di correre in auto la notte, quanto il senso pudico e dark per la mascolinità. La necessità di avere un buon alleato in un indumento ma per questo non cadere nella mimesi che unì per sempre Uma Thurman alla sua tuta tarantiniana. Neppure storpiarne i canoni utilitaristici come fece John Travolta con brillantina. E tantomeno così politicizzato da far chiamare in causa la blusa militare di Taxi Driver. Se l’opera di Nicolas Winding Refn è un B-Movie anche l’idolatria che ne consegue dovrebbe stare in linea e quindi mettere on line dal 15 novembre su Steady Clothing il bomber con scorpione ricamato a 169,99 dollari.

Si è mai visto il peacot di Joseph Turner/Redford ne I tre giorni del Condor avere un senso altrove? Sì e ha funzionato non perché non era un b-movie, ma perché era un ex novo che illuminò gli uomini americani di stampo kennediano. Il giubbino di Drive invece piomba di colpo in un’isteria collettiva neo sartoriale, arriva velocissimo a occupare un vuoto cinematografico di anni. Con il plus di essere totalmente anacronistico.

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