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Michael Young. Disegna come mangi

Ami il cibo?» «Be’ sì, mi piace mangiare ogni giorno» Inizia così la conversazione con Mr.Young che nonostante il nome inizia a portare sul viso quegli splendidi cedimenti di chi vive con rilassatezza e senza salvaguardarsi dal tempo. Una filosofia a cui risponde sorridendoti, calmissimo come chiunque sappia di aver capito tutto dalla vita «chiedimi quello che vuoi, è vero sono un uomo piuttosto easy…mi piace la parola easy..» – ripete come se la sentisse per la prima volta. Parla piano, un po’ per il jetlag un po’ perché è un bravo ragazzo cresciuto nel Sunderland. Forse per questo ci verrà facile comunicare con lui attraverso il cibo – “ti hanno detto che mi piace? E chi te l’ha detto?”- per prendere una boccata d’aria fresca dal sacro mostro Design, che per quanto lui lo definisca «una mia Seconda Natura» sembra essere diventata la sua prigione. Certo dorata come viene fin troppo facile pensare anche per colpa dello stesso Young che si è presentato a Milano con Link una gabbia di tubicini oro simbolo del designer (leggeri, a incastro, mutevoli) presentata durante l’ultimo Salone del Mobile. Una struttura di tubi peso piuma che danno una sensazione di onde incerte, lo stesso disequilibrio che avverti quando guardi Michael Young, uno che assomiglia a un e a un gigante buono. Che mangia (e disegna) perché è naturale e necessario allo stesso tempo.
“Scherzi a parte, davvero cucino molto spesso, mi piace farlo mentre ascolto musica, non tanta quasi solo Neil Young. Ascolto Neil Young da quando ho 14 anni, praticamente tutti i giorni. Ricercare altra musica è complicato e spesso ne scopri di brutta. Neil invece è sempre perfetto. Non l’ho mai condiviso con nessuno, soprattutto in amore, così anche quando ho sofferto per la fine di una storia non ho dovuto rinunciare nemmeno a una canzone di Neil Young”. E giù una sorsata di birra.

 

Nella sua camicia di flanella quando fuori si sfiorano i 30 gradi, pantaloni della tuta e capelli come se avesse passato tutta la mattina a fare surf Michael Young assomiglia parecchio fisicamente (e non solo ) a Neil Young. Principalmente per quel viso con addosso 48 ore di concentrato emo-fisico: gli è nato il suo primo figlio, ha fatto un volo dall’Australia (dove vive alternato al suo quartier generale di Hong Kong), e ora qualche cappuccino in corpo sta nel dehors del café Trussardi visto che è diventato direttore creativo della parte design.
Le braccia lunghissime scappano dal corpo e si sprimaccia i capelli: Young è tutto fuorché un oggetto di design, anzi ha quella tranquillità che invidi, occhi calmi e ritmi slow, forse perché- come ci confesserà più avanti- ha già fatto la sua rivoluzione, “quella di rendere il design industriale qualcosa non per forza cheap”. Per lui la necessità non è qualcosa di urlato ma un bisogno da soddisfare con naturalezza: “Sai la mia prima rivoluzione culinaria è stata quando a 13 anni sono tornato a casa da scuola un pomeriggio, mia madre non c’era e mi sono fatto un toast farcito: per la prima volta soddisfavo da solo un bisogno naturale. Cool. È stato semplice.” e mentre lo racconta sgrana gli occhi e simula con le mani il volume di quel paninetto grezzo. Niente di più chiaro per capire la sua libertà: cose semplici e utili, come un toast fatto perché si ha fame, quella adolescenziale post scuola, la stessa che Young dimostra di avere ancora cucita addosso quando ti racconta come trascorre le sue giornate conscio che “sono davvero grato per la liberà che ho. Ma mi sono ben aiutato da solo, perché il design è libertà non dimentichiamocelo. E allora sì mi sono costruito una bella libertà.”

 

Ma il toast farcito di sua sponte è solo una delle madeleine che torna a bussare nei racconti di Mister Young, anche quando bypassa il suo essere uno dei nomi del design Duemila, e con la stessa naturalezza con cui ti ha appena raccontato il senso pratico con cui si è fatto un panino, riassume la differenza “tra industrial design e il resto. Organic design incluso”. Una bestia nera che lo vede scaldarsi un  po’ e perdere quello stato di calma assoluta, non che non sia un “green addicted, anzi, è una forma che può essere utile per molti, ma bisogna che abbia un senso pratico ben chiaro. Non solo un esercizio di stile, verde ok, ma poi?”. E’ la prima dichiarazione senza fronzoli sul design in legno&erba, e per accompagnare bene il concetto mima piccole case incastonate nelle rocce. O forse stiamo immaginando tutto questo e lui è semplicemente fermo a parlare come un bravo inglese birra a fianco e mani ferme sulle gambe e ha un potere descrittivo più acuto ancora di come disegni. Durante la nostra chiacchierata con sole battente non ci saranno elogi alle produzioni di massa -seppure lui sia stato uno dei primi a innamorarsene appena planato in Oriente, terra del seriale “con uno scopo” direbbe Young, anzi, ti confessa (poco) polite che “non c’è bisogno di tutti gli oggetti  che abbiamo” anche se lui ha costruito piccoli desideri in quantità industriali dai vibratori ai set di bottiglie da olio (molto in stile Sideways, che sia il lato sempre più boho che conquisterà definitivamente anche le prossime creazione made by MY?) “perché un oggetto deve essere utile, nel senso che deve essere da utilizzare, deve avere un senso”.

 

“Michael, se dovessi salvare solo un oggetto e doverlo riprodurre all’infinito, quale sarebbe il prescelto?” si illumina prende le distanze dal suo iPhone e inizia a scorrere foto su foto sorridendo quasi su ognuna tanto che vorresti chiedere un aneddoto per tutte, perché te le direbbe, ma poi finalmente si ferma e girando lo schermo verso di me si accerta che la veda bene “l’oggetto di design più bello che dovrebbe continuare a esistere nei secoli dei secoli: la Mini Moke” e vedendomi perplessa prima di spiegarmi perché è “la più bella invenzione di sempre” mi elenca la sua storia. Sul perché invece questo scatolino a cavallo tra una Méhari e un caddy sia l’oggetto predestinato Young non ha dubbi e riassume rapido: “è incredibile, guardala è un oggetto che solo a vederlo ti fa stare bene! Quando esci guidandola ridi!”. E ride anche lui, compiaciuto riguarda le foto di quell’auto azzurra e tra le labbra sillaba “Mini-Moke”. Un’auto giocattolo non è quello che definiresti l’have to di Michael Young, non supponi che possa essere il climax estetico dello stesso che ha fatto per Magis il Bedtray, alias il tavolino da letto molto ospedaliero in bianco e grigio.
Poi guardi Young più che il suo catalogo di oggetti fluo e il macinino d’epoca tra le icone di Young non fa una piega, forse ci va anche a fare la spesa, lui e le sue casse di pomodoro e occhiali con montatura oversize come quelli che gli penzolano dalla camicia ora. Basta guardargli il polso e l’orologio che porta rivela il tempo secondo Young: sembra un Flik Flak con cinturino in tessuto ma con quadrante digitale, un buon compromesso disegnato da lui per vivere a cavallo tra due epoche. E due bisogni:  giocare e “testare il design quotidianamente”.

 

E a cavallo tra le cose Young ci sta da un po’, esploso come nuovo designer inglese nato a  che posava con occhi impallati e cappottone di feltro alla Beuys ha lasciato Londra per Reykjavik “bella l’Islanda. Intensa,  ma un posto anche triste dove però ti concentri moltissimo, e diventi un designer…ah ah…è un luogo molto intimista…fin troppo, il mistero che prima ti affascina poi ti deprime e non te ne accorgi. Ci sono andato per una ragazza – arrossisce- ma no, non me lo chiedere in Asia non mi ci sono trasferito per quello…”sorride timido. Altra febbre da cavallo invece per quel mondo che l’ha salvato e reso un designer di genere l’Oriente che ha alleggerito le ossa dal freddo di un’infanzia passato sul mare del Nord inglese:  “Hong Kong è un posto magico, il miglior dove vivere. Davvero. Quando sono arrivato lì c’era ancora –ed è rimasta così- la produzione di oggetti senza tutto l’apparato di marketing che domina qui in Europa. Era un luogo dove inventare, ovunque, mentre l’Europa non mi piaceva più. Poi è vero, l’amore è arrivato anche lì.” Nel salone dietro di noi capeggiano dei sedili Alitalia anni Ottanta (realizzati da Trussardi e a cui si è ispirato per rieditare la collezione) a guardarlo te lo immagini nei suoi mille miglia accumulati per collegare Vecchio Continente e Oriente “ Sui voli europei, anche in business class, si mangia sempre malissimo, è quasi doloroso…sulle compagnie asiatiche invece hai notato quanto è più buono il cibo?E’ pensato meglio, non è solo una questione culturale e sono così per molti altri aspetti della loro vita” “E’ un segno forte di dove stai atterrando?”gli chiedo – “forse, certo è vero che il gusto in aereo è alterato, a quelle altezze i sapori cambiano sai? L’ho visto in un documentario, ne guardo un sacco di quel tipo. Mi rilassa davvero parecchio…ti stupisci?Non guardo solo noiosissimi clip di design, quella sfera della mia vita è già piuttosto coperta, è diventata un prolungamento di me vero, ma il resto del corpo e del cervello è fatto di tante altre cose”.
“Dove sta la differenza tra cucinare e costruire una sedia? “Cucinare è complicato. Devi capire. E scoprire gli ingredienti giusti, fare tentativi, azzeccare quelli che cambiano davvero la ricetta…e prenderti il tempo di farlo, scoprire quello che stai cucinando, da dove arriva. Un po’ come provare a realizzare una buona sedia sì.”. Quando Young parla tu sostituisci il fondale di piazza Scala con il panorama alla Chatwin che vede dalla sua cucina, in una casa “dove non ci sono oggetti di design se per design intendiamo quello che è costruito dietro a una marea di altro dal puro oggetto utile e fabbricabile…allora no ho una casa senza design ma piena di mobili rimediati!” (e non gli credi davvero). Lo immagini lì perché pur rimanendo legatissimo a Hong Kong, la sua seconda città natia, il quartier generale di Young si è spostato più al centro della sua vita “passo molto tempo a casa, mi collego spessissimo a Skype e lavoro con il mio team da lì.” Una soluzione più intimista rispetto a quando è arrivato a metà dei Novanta ” la prima cosa che provo quando arrivo in un luogo nuovo è quella di non capire nulla! Vivi in un mistero in cui non capisce cosa stanno dicendo intorno a te. E lo scopri attraverso il cibo, poi una parola, poi un’altra. E tutto si schiude lentamente”. E’soprattutto il mistero del mercato orientale che non si è fatto sbranare dall’advertising che trattiene Michael Young a Hong Kong. Pochi mesi dopo essere diventato il designer ufficiale con vibratori, orologi e sedute disegnate in quantità industriali ha mantenuto i rapporti con l’Occidente, ma a modo suo, introducendo il design come elemento di ricreazione, per esempio applicando uno strato simil gommato sulla classicissima polo Lacoste. E poi firmarlo, perché anche qui, niente vesti grafiche minimali e simboli in elvetica per il logo di Michael Young ma una firma, la sua, stilizza ma non troppo, che sembra un ricamo sbavato. Quando si alza e scopre che il set fotografico implica anche un bel piano cottura con carne pronta sul tagliere ti sembra ancora più sereno e nel muoversi il gigante buono rivela l’educazione da lord britannico mista ai toni pacati immagazzinati in Oriente. Anche se gli proponi la cella frigorifera lui braccia conserte ti guarda, sorride lento e rimane lì con la testa leggera. Forse perché non ha mai disegnato un oggetto inutile. Quando subisce gli ultimi scatti bagnato dal sole diventa il surfer in stato di grazia che sonnecchia con Neil Young che ci ha fatto credere di essere per tutta l’intervista. Eppure incapace di perdere il controllo del tutto, di rallentare e lasciarsi andare totalmente al cazzeggio (e anche a qualche esercizio di stile che lui stesso odierebbe e molti amerebbero) perché “non ho mai giocato con il cibo. Davvero mai che io ricordi. E non inizierò ora.”

Pubblicato sul Numero 2 di Studio

 

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