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Lezione di astronomia

Chi sono Peter Pilotto e Christopher de Vos, il duo di designer guest del prossimo Pitti Immagine Uomo

Un nome solo e nessun litigio all’orizzonte: Peter Pilotto e Christopher de Vos hanno scelto il nome del brand mandando avanti il primo dei due, Peter Pilotto, appunto, metà austriaco metà italiano. De Vos, l’altro, il biondo, quello alto che sembra un modello, dal sangue misto anche lui, belga e peruviano, mix simile a quello che ha reso immortale Helena Christensen, non smania per avere il nome appeso al cartellino degli abiti che nelle ultime stagioni escono sempre più spesso sui red carpet (vedi Carey Mulligan) dopo anni in cui a crederci era stata solo Claudia Schiffer.

Da Antwerp a Pitti. Perché di mezzo c’è il low profile che distingue il duo di designer cresciuti nelle aule dell’Academy of Fine Arts di Antwerp; low profile al punto che non ha di certo fatto urlare al miracolo come è successo per l’altro duo, oltre Oceano, che risponde al nome di Proenza Schouler. No, Peter Pilotto per qualche tempo è sembrato un curioso nome che nascondeva un designer come ne stavano spuntando molti in quei primi anni Zero londinesi. Una discrezione che paga: lasciato il rigore e il classicismo della Antwerp di Dries Van Noten, Pilotto e De Vos sono entrati nel calendario della London Fashion Week, quando il gioiello della moda inglese era Christopher Kane, il primo a pescare a mani piene dalle grafiche spaziali, hanno atteso, sperimentato senza strillare troppo e ora, si preparano per sfilare a Palazzo Borghese a Firenze per l’82esima edizione di Pitti Immagine Uomo. E al tempio della moda maschile (dove anche quest’anno si replica l’uomo nuovo di Valentino) ci portano la donna, ovviamente, la loro unica linea a cui non riescono a rinunciare.

Lo spazio è un check. Peter Pilotto (brand) non riesce a rinunciare alla donna perché ci sono troppi tubini ancora da disegnare, troppe linee da snellire senza perdere un centimetro di tessuto per imprimere un marchio di fabbrica: lo spazio e con esso costellazioni, pianeti e massi informi di asteroidi esplosi. Nulla di inventato, quanto un pratico segno con cui questo duo di amici conosciutisi in mezzo ai futuri designer di Martin Margiela, si è imposto sulla scena mondiale, ripetendo come un mantra: stampa lo spazio, conquista lo spazio. E l’hanno fatto ovunque:  dai mini top che diventavano costumi olimpionici ai marsupi che hanno rilanciato (come oggetto) quando sono stati chiamati dal marchio apparentemente non proprio in target, Kipling, che ha voluto le loro fedeli riproduzioni della via Lattea per rilanciare il marsupio in una limited edition. Pilotto e De Vos hanno proceduto senza nessuna preoccupazione, riproducendo su tele diverse quel ritmo perfetto e perennemente ripetibile che è lo spazio visto dalla Terra. Si sono inventati un check quando  “check” era diventato sinonimo di “tartan”.

I crateri di Thomas Ruff. Adorano la linea femminile, specie quella anni Sessanta e Settanta, povera di tutti gli orpelli e ricchissima di una linea a tubo che sfiora il ginocchio, gode del colletto, e lascia nude le braccia. E con questa base classica si può partire con il resto: ovvero l’idea che il colore non esista, che tessuti e materiali si scontrino e funzionino solo quando collimano tra loro. Per questo lo spazio, il cielo e le sue sfumature, salvo qualche divagazione (recente vista nell’ultima estate 2012) con onde stile Hokusai a investire balze inaspettatamente anni 50. Il riferimento più potente e chiaro per leggere Peter Pilotto lo si trova più che in qualunque ispirata vetrina di Barneys quanto nell’allestimento dell’ultima personale di Thomas Ruff alla Gagosian Gallery di Londra dove lo scorso aprile si è chiusa la mostra m.a.r.s. . Le pixelate del cielo, i crateri resi gommosi nelle tele dell’artista tedesco si susseguivano senza sosta, sempre più dettagliate, più ravvicinate: intere stanze prese d’assalto dalle costellazioni sgranate. Pilotto e De Vos avrebbero potuto citare Ruff più che nelle staticità di quella via Lattea, nelle pose erotiche, mosse e provocanti, delle sue coppie riprese in scenette bondage. E invece no i due di Antwerp seguono il filone di Ruff: riprodurre e sgranare quello che già è incontenibile e infinito. Cliché che a Pitti piace, come ha dimostrato quando lo scorso anno scelse le sorelle Rodarte, altre natura-centriche, che non si vergognano di dichiarare da dove arriva l’ispirazione.

 

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