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La borsa dei valori

Giorni di moda a Milano. Piccoli designer (di accessori) crescono: Paula Cadermatori

Le borse non hanno stagioni, le borse non hanno target, le borse non hanno bracci destri. Un vocabolario che si chiude (o si apre) a nuove intimidazioni nel campo degli accessori.  Strano che a definire queste linee guida delle borse, emblema del made in Italy, sia una brasiliana caduta nella trama del design all’italiana e poi scesa a compromessi (amorosi) con il design versione pelletteria «serve aver studiato design, perché l’ergonomia, i materiali, la praticità sono i veri dettagli che rendono le mie borse no season. E portabili». Paula Cademartori si destreggia così tra una collezione in bella mostra sotto a un Arco di Castiglioni dove colori neon e pitone sono stranamente elementi zen a confronto col brulichio del Tribunale mattutino su cui affaccia il rifugio show room di Paula.

 

In piena Fashion Week Milanese, poco prima che le auto magiche stampate su seta di Miuccia Prada prendano il sopravvento su tutto, Paula Cademartori ha tentato a sua volta il colpo ironico, e l’ha fatto equilibrando volumi, pesi (come il metallo “svuotato” del suo logo-bijoux) e pellami strategici (iuta e pitone «un contrasto che mi rappresenta bene») ma soprattutto -forse senza voler essere ironica nell’intenzione- dichiarando che «la borsa è un oggetto destinato a durare nel tempo, attraverso le stagioni‘. Superandole?

 

La verità è che osservando Paula, brasiliana che di primo acchito sembra essere cresciuta nelle luci calde del Sedicesimo arr. vorresti che davanti a lei ci fosse un qualunquista del fraseggio “borsette e scarpette” che riesce a ridurre il fashion biz a un consumismo rapido e indolore. Uno che una giovane designer  come la Cademartori riuscirebbe a inchiodare semplicemente perché ha la convinzione che «la borsa non è parte del corpo come può essere una scarpa che sta a coprire il piede. E’ un plus, ha carattere è il proprio lusso quotidiano». Sotto a quegli occhiali grandi e rouge à levres Paula sgrana molta rilassatezza (brasiliana) e confidenza con il “mestiere”: quello che la lascia ore al banco degli artigiani a riprovare dettagli che pochissimi -meglio se con laurea in design- noteranno come espedienti del benessere. E in questo è diventa una milanese assoluta, città che continua a trovare bella e in cui riesce ancora a perdersi tra salotti open air e vernice. Di questa milanesità si vedono i risultati: forse perché li abbiamo imparati a memoria dalla signora della borsa all season, Miuccia Prada appunto, o forse perché da lì in poi la borsa vuol dire Milano, quella borsa che ti porti dietro come fosse un pezzo di corpo cresciuto per sopperire a un bisogno, sì di borsette- di una necessità di vivere con un porto sicuro sotto il braccio.

 

A questa stagione costruita su misura che può durare mesi e mesi ha pensato Paula, conscia che un colore possa ridefinire una silhouette così come «il fatto che la mia fibbia sia uno stemma lavorato e alleggerito per esserci ma senza pesare (con metallo svuotato appunto) che lo rende un gioiello senza limitare l’utilità della borsa dove ci puoi mettere laptop, telefono, fogli, tutto quello che ti vuoi portare dietro». Una collezione, la terza, per Paula che  arriva dopo essere finita lo scorso luglio nella rosa dei dieci best of di Who is on Next, di Vogue Italia e AltaRoma e con un passato (recente) come junior degli accessori di casa Versace. Per nulla lontana dalla sua Porto Alegre che sembra aleggiare intorno a noi nei colori neon -giallo acido, salmone, turchese- che motivano la nuova collezione p/e 2012 pronta al debutto, Paula svela l’altra linea di pensiero, da soirée, che anima maxi clutch sono borchie e diamantini. E ancora una volta pochi cliché a rapporto: «glamorous sì ma io l’ho immaginata per una diva che ha appena ritirato un Oscar e si sveglia all’alba a bordo piscina» ispirazione dichiarata: le notti allo Chateau Marmont e quindi niente grida finto punk, più che borchie, di nuovo, gioielli con aculei. Di massimo design.

 

«Sì la settimana della Moda di Milano soffre un po’ …nonostante la frenesia che caratterizza questa città…manca uno spazio per i designer meno sotto ai riflettori…» ma chissà perché mentre te lo dice è più tranquilla del solito. Forse perché lei all’ipanema ha rinunciato e in cambio si trova una cittadina villaggio chiusa e con i salotti (ancora) buoni da sfatare, forse perché ha dalla sua la certezza che gli oggetti belli durano per sempre. Siano borse o chaise-longue.

 

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