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Kate Moss

Nessuno la odia, tutti la conoscono, molti la rendono icona. Ecco perché lei li ha anticipati tutti. Con un'autobiografia di immagini cult.

Il “C’era una volta” di Kate Moss di solito lo si inizia così: con una foto scattata da Corinne Bay di lei neanche maggiorenne con slip rosa, braccia conserte, appoggiata a una parete e un’aureola di lucine che le pende sopra la testa. Kate Moss è stata data in pasto al suo futuro con quella foto, una timida rilettura della Vergine Maria che adesso rispunta, 25 anni dopo, per giustificare la sua prima grande monografia che raccoglie fotografie e interviste,  Kate: The Kate Moss Book a cura di Fabien Baron e Jess Hallett e Jefferson Hack (in Italia edito da Rizzoli).

Non c’è bisogno di ricevere la newsletter di Models.com per constatare che le modelle più pagate e con più copertine alle spalle, spesso sono lontane ere dalla fisicità di Kate Moss: nessuna l’ha emulata, nessuno ha mai comparato giovanissime olandesi e brasiliane a “piccole Kate”. Questo perché per trovare un’erede c’è bisogno che qualcuno sia in vena di abdicare. E Kate Moss non ha mai dato modo di farlo credere. La sua monografia arriva infatti all’apice -un eterno apice – di una carriera che Kate Moss non ha mai alleggerito, anzi. Tra le più grandi arguzie della top cresciuta nel sobborgo di Londra di Croydon, c’è stata quella di crearsi un ventaglio di carriere per ogni stagione, fossero per la Moda momenti di grande digiuno o vezzosi tempi di sperpero. Ed è per questo che lascia attoniti la visibilità che Kate Moss ha ancora nel quotidiano delle persone comuni.

Spesso nell’overdose di esposizione di Kate non ci sono le pubblicità per le griffe che l’hanno lanciata, ma catene low cost (praticamente tutte eccetto Zara). Ecco la linfa vitale di Kate Moss: trovare un nuovo approccio, ogni dieci anni, per conoscere un target differente, palesarsi al pubblico come “professione modella”, nuda e cruda,  e lasciare agli altri il bisogno di renderla icona per scatti di Testino di 15 anni fa. Quello che fa di Kate un’eterna, è la capacità di farsi conoscere nel suo ruolo di modella  anche da 14enni che oggi la scoprono come volto di Mango e che del suo passato da rivoluzionaria dell’androginia non sanno che farsene. E’ a loro che si pone la nuova Kate Moss, quella che a un passo dai quaranta ha preso la moda in contropiede disegnando, indossando e sponsorizzando l’entry price.

Seguire le mode, siano di target o di blazer, così anche i gli scandali di cattiva condotta sono passati come è giusto che passi una moda: tacciata di anoressia quando investe il mondo vestendo CK Jeans, lussuriosa in trasferta a L.A. da Johnny Depp, poi colta sul fatto(re) cocaina con l’amante eroinomane. Certo è che anche in ogni gossip Kate è contemporanea, azzecca suo malgrado il tema caldo e s’immola testando con mano gli effetti. Non ha mai abbandonato la poltrona perché il rischio di scottarsi con il presente non c’era: anche quando chiacchieratissima per chi frequentava a Londra mette tutti a tacere sussurrando Some Velvet Morning degli amici Primal Scream.

Ecco perché nell’antologia che omaggia la carriera della modella bassa, mingherlina e piatta, praticamente perfetta per pensionare in un solo scatto tutto il Dream Team di Schiffer&socie, le collezioni di immagini raccolte rischiano di sembrare un coccodrillo prematuro di una che non è scesa a patti con il diavolo – i famosi skinny che solo lei sa indossare hanno preso una taglia e nessuno ha lacrimato.  Peccato che a volerlo, il coccodrillo manifesto, sia stata lei, Kate. E per mettere insieme tutti i pezzi della sua vita abbia chiamato tutti gli amori della sua vita (vedi il primo, Mario Sorrenti che l’ha rivoluta per il Pirelli 2012 e poi il padre di sua figlia, Jefferson Hack).  Ma forse è l’ennesima conferma di come Kate Moss sia previdente: passata l’ondata di artisti che negli anni Zero l’hanno resa icona di gesso e tempere, da Marc Quinn a Lucien Freud, ora è lei a rendersi un’opera d’arte prima che il grande riassunto fotografico lo firmi qualcun altro.

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