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Il velo e la moda

Dolce & Gabbana lancia la sua prima linea di hijab: i marchi tra apertura a nuovi mercati e appropriazione culturale.

Con l’anteprima su Style.com/Arabia e sul seguito profilo Instagram di Stefano Gabbana, Dolce & Gabbana ha lanciato la prima collezione di hijab e abaya, ovvero i veli e le tuniche indossati dalle donne musulmane in osservanza ai precetti del Corano e in segno di modestia. Il lookbook di 20 immagini non potrebbe essere più “dolce” di così: la modestia, infatti, non si traduce nella rinuncia ai capisaldi dello stile del marchio, amato da milioni di consumatori nel mondo. E allora pizzo nero, stampe di agrumi che richiamano la Sicilia, fiori, applicazioni di pietre dure e intricati ricami ravvivano e rendono omaggio agli indumenti della tradizione: il terreno è scivoloso, ma il momento storico giusto, come molti commentatori hanno notato. Non a caso, da più parti si è ricordato come la fetta dei consumatori di religione islamica sia a oggi quella più ignorata dai grandi marchi, nonostante le enormi potenzialità. I giovani (e ricchi) musulmani sono i nuovi cinesi, sottolinea Vogue, quindi dobbiamo aspettarci che sempre più stilisti si cimentino con collezioni dedicate, esattamente come era successo con la sempreverde “ispirazione orientale” che spopolava sulle passerelle dei primi anni Duemila. Il rapporto più citato è quello di Thomson Reuters, che nel suo State of Global Islamic Economy 2014-15 ha stimato per i Paesi musulmani una spesa di 366 miliardi di dollari (circa 340 miliardi di euro) in vestiti e calzature nel solo 2013, con una proiezione di 484 miliardi (450 miliardi di euro) da raggiungere entro il 2019.

Prima di Dolce & Gabbana, anche marchi come Oscar de la Renta, DKNY e Tommy Hilfiger hanno creato capsule collection in occasione della ricorrenza del Ramadan, mentre Moda Operandi si è affidato a Monique Lhullier per una collezione a tema. I grandi del fast fashion e dell’e-commerce non sono stati da meno e hanno tentato i primi (timidi) passi nel temuto e agognato mercato mediorientale: H&M ha lanciato di recente la sua prima campagna con protagonista una giovane modella musulmana, Mariah Idrissi, mentre Mango, Zara e Net-a-porter hanno pensato a una linea da mettere in vendita appositamente per il mese di festa. Da una parte le collezioni speciali per il Ramadan si aggiungono a quelle tematiche per il Natale e/o Hanukkah cui siamo ampiamente abituati, mentre dall’altra la vera sfida si gioca sulla disponibilità di tali collezioni anche al di fuori dei Paesi musulmani, come sottolinea a Fortune Amani Al-Khatahtbeh, fondatrice e editor in chief di MuslimGirl.net. «Ci sono periodi dell’anno che appartengono a determinati gruppi di persone ed è bello per noi musulmani essere inclusi, per una volta. I designer strizzano l’occhio alla comunità musulmana [con le collezioni speciali in occasione del Ramadan] (…) Ma qual è il punto di rendere queste collezioni di grandi marchi e stilisti disponibili solo nei Paesi dove le persone sono già ben consapevoli del Ramadan e si sentono già parte di esso? Negli Stati Uniti e negli altri Paesi occidentali, invece, quel tipo di visibilità sarebbe davvero utile (…) Siamo una fetta di mercato virtualmente intatta che nessuno ha ancora toccato».

Screen Shot 2016-01-07 at 10.42.16Uomini e donne musulmane, però, non si vestono solo nei periodi di festa: Uniqlo ha scelto la fashion blogger Hana Tajima per una “lifewear collection” dove non si menzionano né il Ramadan né l’Islam, ma piuttosto uno “special modest-wear”. Sempre a Fortune, Reina Lewis, docente presso il London College of Fashion e autrice di Muslim Fashion: Contemporary Style Cultures, nota come, addirittura, l’abbigliamento di ispirazione tradizionale possa farsi promotore di una sorta di “modesty movement” capace di allargarsi anche alle altre culture. D’altronde, la profilazione sempre più millimetrica del consumatore è già realtà e, sotto questo punto di vista, le differenze culturali ed etniche diventano opportunità di mercato cui i marchi non vogliono rinunciare: basti pensare all’eccitazione che, al pari delle hijab firmate Dolce & Gabbana, ha causato l’esordio delle di linee di fondotinta e make-up per pelli scure – refinery29.com e il Guardian hanno pubblicato più di una guida a riguardo – e di marchi di lingerie dedicati alle donne di colore, come Nubian Skin.

Il terreno è scivoloso, dicevamo. Recentemente molto si è parlato dell’ispirazione “africana” dietro la collezione Primavera-Estate 2016 di Valentino, che ha provocato non poche polemiche a causa del contrasto, che in molti hanno trovato stridente, fra le pettinature di chiara ispirazione tribale e un cast di modelle quasi tutte bianche. Eppure gli abiti erano, come sempre, eccellenti. Attingere a usi e costumi lontani può essere infatti un’arma a doppio taglio, ma ciò non toglie che, al di là delle motivazioni economiche, le culture sono sempre state fonte di fascinazione per tutti gli stilisti. Gli esempi in questo senso sarebbero davvero troppi, basti citare gli harem pants di Paul Poiret negli anni ’10 o la collezione dedicata all’Africa di Yves Saint Laurent del 1967, che pure rappresenta un momento di ineguagliata bellezza e sofisticazione nella moda, oppure ancora i sari indiani disegnati da Jean Paul Gaultier per Hermes nel 2008, dove la ricerca dell’elemento “esotico” si mescola a quello più spietatamente naïf dell’accessorio di stagione.

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Oggi, a far storcere il naso non è tanto l’idea in sé – non c’è nulla di male a voler rendere omaggio questo o quell’altro aspetto di una determinata cultura, contribuendo così a propagarne la conoscenza – ma la presentazione di quella stessa idea, con modelli stereotipati o eccessivamente stravaganti. D’altronde quello dell’appropriazione culturale è diventato un argomento di discussione talmente ampio e sfaccettato da comprendere sotto lo stesso cappello le treccine (o cornrows, le stesse contestate alle modelle di Valentino) di Kylie Jenner e Justin Bieber e i famigerati rip-off, ovvero il furto delle idee a scopo di lucro. Un po’ come è successo con il ricamo sacro di alcune famiglie Inuit, diventato a loro insaputa logo sulle felpe del marchio Kokon To Zai: in quest’ultimo caso, si è trattato a tutti gli effetti di un furto, con tanto di scuse ufficiali.

Ci sono poi esempi decisamente più virtuosi, anche qui racchiusi in uno spettro ampissimo: dalla visione estetica e manifatturiera di Antonio Marras, che della sua Sardegna non ha mai fatto stereotipo, al marchio brasiliano Osklen, la cui collezione per la Primavera-Estate 2016 si è ispirata ai disegni della popolazione indigena Ashàninka, che vive nelle foreste tra il Brasile e il Perù. I disegni sono stati formalmente “acquistati” dal marchio: con i soldi ricavati gli Ashàninka hanno aperto una scuola e apportato diverse migliorie alla loro vita quotidiana, mentre Osklen si è impegnato nel sostenere la loro battaglia contro lo sfruttamento delle foreste, realizzando un mini-documentario di 18 minuti, andato online sul sito del brand.

E i veli con i limoni di Sicilia? Nel rispetto della libertà di scelta dell’individuo e nella consapevolezza che ancora moltissimo c’è da fare in termini di diritti delle donne nei Paesi musulmani, l’accessorio portavoce della tradizione che si fa colorato e dalla fattura raffinata è un segno dei tempi (e dei mercati) che corrono. E in vista delle collezioni per l’Autunno-Inverno 2016, chissà che qualche stilista non decida di prendere sul serio le critiche sull’assenza di contemporaneità sulle passerelle, e non decida di darci la sua personale visione della crisi dei rifugiati.

 

Immagini tratte da Style.com/Arabia
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