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Il trench e la sua arte

Da Casablanca ai fashion victim. Storia e iconografia del sostituto low cost del cappotto, nato per i campi di battaglia e ora parte del guardaroba di tutti.

Ai militari di stanza a Verdun, storico campo di battaglia della Prima guerra mondiale, non credo interessasse indossare qualcosa alla moda, appostati nel fango di una trincea e animati, più che altro, dalla speranza di uscirne vivi. Eppure portavano un indumento che oggi rappresenta uno dei capisaldi dell’abbigliamento di mezza stagione. E non solo. L’oggetto in questione, nato in Inghilterra per vestire proprio i soldati di Sua Altezza (all’epoca era Re Giorgio V, nonno dell’attuale sovrana Elisabetta II) e poi transitato in una dimensione decisamente più glamour, è il trench: inconfondibile, intramontabile, passe-partout.

Ricapitolando i momenti salienti della sua genesi bisogna tornare ai primi del Novecento – era il 1901 – e a un’azienda britannica nata a Basingstoke nel 1856, la Thomas Burberry&Sons: quella che oggi è diventata più semplicemente la Burberry, società globalizzata dal piglio avanguardistico, specialmente in termini di nuove tecnologie, che nel primo trimestre del 2013 ha fatturato 339 milioni di sterline, al tempo era una piccola impresa familiare specializzata nella produzione, tra le altre cose, di capi in gabardine, un mix di fibre ideale per realizzare abiti e cappotti pesanti. Si dice che la corona britannica abbia commissionato il primo trench all’azienda del Surrey proprio in virtù di questa specializzazione. Il tutto per ragioni militari: trench, dopotutto, significa trincea.

Le sue origini sono quelle di un capo dall’impronta fortemente tecnica: nella prima versione l’impermeabile è lungo fin quasi alle caviglie così da proteggere il più possibile dal freddo chi lo indossa. Ed è ricco di dettagli funzionali: alle spalline militari – che, in qualche caso, caratterizzano il modello ancora oggi ma a mo’ di vezzo – si aggiungono cinghie e fibbie a chiudere i polsini, tasche di sicurezza, anelli pensati per appendere l’equipaggiamento militare.

Nel primo dopoguerra molti non possono permettersi un cappotto caldo, magari in lana, e, di conseguenza, scelgono il trench sempre per una questione pratica, perché protegge dal freddo ma è più economico.

Il passo dal campo di battaglia alle strade di città è repentino e quasi naturale: nel primo dopoguerra molti non possono permettersi un cappotto caldo, magari in lana, e, di conseguenza, scelgono il trench sempre per una questione pratica, perché protegge dal freddo ma è più economico. Così come molte aziende anche la Burberry converte i propri prodotti in chiave post bellica: il capo si accorcia progressivamente e smette i ganci porta bombe a mano, alleggerisce le tasche e le forme. E diventa quello che oggi definiamo il “trench classico”.

L’iconografia legata al capo è ampia e famosa, maschile e femminile. Già, perché quello che fu concepito come un complemento all’uniforme militare è stato ben presto tramutato in un caposaldo dello stile menlike che vede la declinazione femminile di una serie di mise tradizionalmente riservate all’uomo. Tra le prime ad indossare il trench c’è Marlene Dietrich, una vera e propria cultrice del look d’ispirazione mascolina. Ma tra le affezionate estimatrici del prodotto figurano alcuni personaggi – e, di conseguenza, le attrici che li interpretano – cult: su tutte Holly Golightly (Audrey Hepburn) in Colazione da Tiffany. Indosso a loro il trench coat , declinato in versioni diverse, diventa un’icona: di stile e di sensualità. Lo stesso vale sul piano maschile: l’impermeabile beige dalle fattezze militari sfoggiato da Humphrey Bogart in Casablanca continua a nutrire l’immaginario comune, anche 71 anni dopo l’uscita del film. E che dire di tutti i detective e gli investigatori che hanno fatto del trench sabbia doppiopetto il proprio biglietto da visita: sono forse troppi per elencarli tutti senza scadere nella noia.

Ma veniamo ai giorni nostri, giorni in cui il trench lo si vede indosso al professionista sessantenne – nella classica versione beige con i bottoni in corno oppure in blu o in nero – ma anche alle ventenni, che optano per versioni a stampa colorata e al cotone preferiscono il vinile o il pvc. O, ancora, alle fashion victim che prendono appunti direttamente dalle passerelle: per l’ai 2013/14 Burberry Prorsum l’ha presentato in passerella in una versione slim, con le maniche in pvc e la tradizionale doppia fila di bottoni neri; il marchio francese A.P.C ha invece optato per un capo color sabbia dalle proporzioni classiche. Più estrosi i modelli autunnali di Banana Republic che spazia dal trench a stampa zebra a quello con movimentato da una leggera balza sull’orlo.

Nel 2009 il trench Burberry ha varcato la dimensione online con il progetto Art of the Trench: utenti da tutto il mondo sono invitati a inviare ad un sito ad hoc i loro ritratti mentre indossano l’impermeabile. Dal lancio le pagine di Artofthetrench.com sono state visitate più di 22 milioni di volte da utenti di oltre 200 paesi: la “trench mania” è ancora in corso.

 

 

Nella foto: Camilla, Duchessa di Cornovaglia (Chris Jackson/Getty Images)

Dal numero 16 di Studio

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