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Etica ed estetica di una Tesla

Al volante di una Model X per un giorno, ragionando sul messaggio "messianico" delle auto elettriche di Elon Musk.

Nell’archivio dei ricordi d’infanzia, c’è un cassetto ampio e ordinato dedicato unicamente alle automobili su cui ho viaggiato. La prima macchina che ricordo è una Honda Civic Shuttle. Lo Space Transportation System fu utilizzato per la prima volta nel 1981, e la Guerra fredda si tradusse, per tutto il decennio, in corsa spaziale. Mia nonna visitò la Florida alla fine degli anni Ottanta, e dal viaggio mi portò un vhs della Nasa da Cape Canaveral. L’auto di mio padre era bianca e nera come uno Space Shuttle. Arrivarono altre auto giapponesi prima di passare alla Volvo, la prima delle quali era una 850, il modello immediatamente successivo alla storica Polar. Era comoda, silenziosa e potente, ma soprattutto spaziosa e sicura. Non ho mai provato un sentimento di affetto verso un’automobile, ma quella Volvo rappresentava un luogo, un senso di protezione, il ricordo di giorni felici. Oggi so che l’umanizzazione che avevo dato a quell’auto era soltanto l’estensione di una nostalgia per il mondo protetto dell’infanzia poi violata dalla banale normalità della vita. Per la prima volta, i primi giorni di marzo 2017, ho provato un’empatia simile, anche se di diverso registro, verso un’altra automobile: quando ho passato una giornata guidando una Tesla Model X 90D.

L’estetica degli spot delle “auto elettriche di lusso” è differente da qualsiasi altro commercial automobilistico: se questi ultimi puntano sulla realizzazione personale del guidatore attraverso l’esperienza di guida (sii libero; la città è nelle tue mani; è il momento di dire no), nuovi marchi come Tesla – ma non solo – convogliano un messaggio di ordine diverso, quasi opposto. A inizio 2017 è stato diffuso lo spot “Introducing Lucid Air”, dell’americana Lucid Motors, una possibile concorrente della casa di Elon Musk: in apertura, la telecamera inquadra una distesa marittima senza confini. La voce in background dice frasi come «siamo liberi di sfidare il modo in cui le cose stanno, e ricercare il modo in cui dovrebbero essere». Ora la telecamera inquadra dall’alto di un drone una strada sinuosa, al tramonto, in un paesaggio roccioso ma estivo, solitario. «Abbiamo l’ambizione di creare, e la volontà di trasformare». Oceano, ancora dall’alto. «È questa la bellezza di iniziare qualcosa di nuovo. Quando non sei più costretto dalle convenzioni, sei libero di definire la tua personale esperienza». Crescendo musicale. Strada costiera su spiaggia oceanica, luce calda, solitudine, mindfulness. Inquadratura di una Lucid in mezzo a un bosco, alberi centenari ricoperti di muschio. «Questa è un’esperienza senza compromessi. Questa è Lucid».

Nel 2015, al raggiungimento del miliardo di miglia percorse utilizzando soltanto propulsori elettrici, Tesla diffuse uno spot simile. L’apertura del video mostra una strada statale o provinciale immersa nel verde, vicino a un corso d’acqua. Non c’è voce, ma una scritta in sovrimpressione che spiega: «In soli tre anni, i possessori di una Model S hanno guidato per oltre un miliardo di miglia elettriche. È l’equivalente di 4.186 viaggi verso la Luna». Compare una Tesla Model S, la musica cresce, è una canzone tipo Yo La Tengo. Il drone si alza, mostra uno scorcio di oceano, scogliere selvagge. «Grazie per guidare verso un futuro più sostenibile. Grazie un miliardo».

Non ci sono scogliere né oceani nei dintorni di Milano, e per guidare la Model X ho scelto le campagne di Milano sud-ovest, oltre i confini della città, oltre le distese di Esselunga, Ikea, Decathlon, Leroy-Merlin. Volevo strade poco trafficate e paesaggi incontaminati, senza troppe costruzioni, anzi senza troppe costruzioni ingombranti e industriali, per tentare di immergermi nell’estetica comunicata dagli spot. Ho trovato qualcosa di simile – declinato in salsa lombarda – guidando verso piccoli paesi come Cisliano, Gaggiano, San Vito, tra campi di grano verdi e risaie, cascine abbandonate e ancora funzionanti, ma senza animali. L’associazione estetica tra Tesla e la natura è curiosa e interessante: da un lato c’è un’automobile che porta all’estremo l’esplorazione e la ricerca tecnologica, dall’altro lo stato selvaggio della flora e della fauna del pianeta. Ciò che unisce questi due apparenti estremi è una sorta di filosofia new-age contemporanea che si compone di ecologismo, Silicon Valley, trascendentalismo, forse anche una patina apocalittica tipica di tutti i movimenti più giovani o più originali: una specie di Walden con la tecnologia di Guerre Stellari.

In quelle ore mi sono accorto di quanto il semplice significato del termine “guidare” sia destinato a cambiare con Tesla, anche senza menzionare la funzione di guida automatica: grazie al sistema di “freno motore”, ad esempio, è sufficiente sollevare il piede dall’acceleratore per ricevere un’impressionante forza negativa e contraria, evitandomi quasi del tutto di toccare il pedale del freno, il che, in città, corrisponde a una fondamentale diminuzione del livello di stress; in accelerazione la coppia erogata dai due motori elettrici permette di passare da 0 a 100 km/h in 5 secondi senza emettere alcun suono e senza dare mai la sensazione del cambio di marcia. Al verde dei semafori supero auto a velocità da supercar mentre la Tesla sibila un impercettibile “wiiii”. Il computer di bordo comunica ogni tipo di informazioni: il bilanciamento delle ruote, la quantità di energia rimasta, la canzone che sto ascoltando su Spotify, il sito che sto scrollando fermo al semaforo, la posizione della vettura rispetto alle linee della corsia in cui sto viaggiando.

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Tornando in città mi accorgo che la Model X è oggetto di sguardi a ogni stop, e la cosa mi sorprende: pur non avendo la silhouette di una Lamborghini o di una Ferrari, ho l’impressione che l’auto sia riconosciuta da chiunque, o quasi. Il posizionamento di Model X è lo stesso di altre auto di lusso, ma la sua percezione è diversa: Tesla suscita curiosità e ammirazione, non invidia. Elon Musk ha saputo veicolare un messaggio nuovo, in cui l’ecologismo è allo stesso momento buono e bello, affascinante e propedeutico a un bene maggiore e futuro e collettivo. Un miglioramento della propria condizione materiale, ma anche spirituale. Un colpo all’estetica e uno all’etica.

È la stessa cosa che si percepisce guardando uno dei keynote, così simili a quelli di aziende tecnologiche della Silicon Valley, con cui Musk presenta le sue auto. In quello di Model X, ad esempio, è centrale l’introduzione del filtro Hepa, che protegge l’abitacolo dall’inquinamento esterno. Musk tiene in mano il filtro (il più grande mai installato su un’auto) e mostra slide che parlano di riduzione della vita media dovuta allo smog nelle maggiori città del mondo, poi slide che parlano di «viruses» e «bacteria» e «allergens», e infine svela la funzione «Bioweapon Defense Mode». L’elemento messianico e apocalittico è al suo massimo. Poco dopo, urla da stadio si alzano quando la Model X, sul palco, apre le “Falcon Wings” in un ristrettissimo spazio di manovra.

Uno dei più famosi sketch di Louis C.K. si trova su Youtube sotto il titolo “Everything is amazing and nobody is happy”. La prima versione del monologo è andata in onda al Late Night with Conan O’Brien nel 2008. Il comico racconta di come alcune tra le più straordinarie innovazioni tecnologiche degli ultimi anni vengano in breve tempo date per scontate: bastano soltanto pochi secondi per non renderle più “amazing”, ma obsolete. Louis C.K. cita, tra le altre cose, il relativamente nuovo wifi degli aerei di linea, razionalizza l’esperienza (una connessione internet mentre siamo seduti su una macchina che vola a quasi mille chilometri all’ora, a centinaia di chilometri da terra), e ottiene l’effetto comico descrivendo il borioso compagno di viaggio che, non appena la linea accusa un problema, sentenzia: «This is bullshit». Dopo tre ore alla guida di una Tesla Model X 90D, ho ripensato a quello sketch e al suo titolo. Considerando il miliardo di dollari raccolto in pre-ordini della prossima Model 3, nessuno sembrerebbe unhappy.

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