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Milano, la moda, i giovani

La settimana della moda milanese è stata attaccata da ogni lato per un calendario troppo corto e troppo fitto, in cui a dettare legge sono stati i nomi (più o meno) blasonati a discapito dei nuovi talenti. Abbiamo chiesto agli emergenti (raramente interpellati) di dire la loro.

È finita la settimana della moda di Milano e si è portata dietro uno strascico di polemiche che, dalle pagine dell’ Independent a quelle del Corriere della Sera, passando per Business of Fashion e Il Sole 24 Ore, hanno posto l’accento su un problema di primaria importanza: in Italia i giovani non hanno spazio, nemmeno nel calendario della fashion week, una piattaforma di respiro internazionale che a quei giovani potrebbe servire da trampolino di lancio.

Alexander Fury sull’ Independent ha cominciato la propria riflessione con una domanda: «Come risolvere un problema come Milano?». E l’ha chiusa dando la propria risposta a un altro interrogativo: «Potrebbe l’età avanzata (dei designer) essere la causa della morte naturale della moda italiana? Forse, se non ci sarà quella trasfusione di talento di cui c’è disperato bisogno». La critica viene da una penna straniera e forse anche per questo non è stata accolta in modo positivo: l’attitudine degli stranieri pronti a sparare a zero su un’Italia sempre un passo indietro (almeno dalla loro prospettiva) non è una novità e, nel tempo, si è trasformata in una prassi (non senza qualche motivazione di fondo, intendiamoci) un po’ ridondante e poco gradita. E poi si tratta di un appunto poco costruttivo. Ma non dell’unico: riflessioni più articolate e azzeccate sono giunte da una firma italiana, quella di Angelo Flaccavento, che su Business of Fashion ha bacchettato la settimana della moda appena conclusa battezzandola una «corsa folle» tra gli appuntamenti imposti da un calendario «infernale». Ma ha anche evidenziato questioni più pratiche e decisive sul piano dei giovani: «I nuovi designer non hanno bisogno solo della visibilità, ma di un supporto economico e infrastrutture che funzionino», scrive Flaccavento. Touché.

Parlando di logistica e di supporto, le falle del sistema saltano subito all’occhio: alcuni giovani (Leitmotiv e Alberto Zambelli) sono stati “relegati” all’ultimo giorno di sfilate, disertato perfino da un big come Giorgio Armani che, per questa stagione o forse in definitiva, ha deciso di spostare il proprio show al sabato mattina visto e considerato che, nella precedente edizione, alcuni tra i più importanti editor (tra cui Anna Wintour) erano fuggiti, armi e bagagli, la domenica sera. Del resto, scrive il già menzionato Fury sul quotidiano britannico di domenica: «la branca milanese delle sfilate internazionali per la stagione primavera-estate 2015 si concluderà domani, ma la maggior parte della stampa e dei buyer lascerà la città oggi. Perché? Bene, perché no? Non c’è nulla per cui valga la pena restare». Manca linfa, dunque, alla Milano fashion week, ma di rimanere mezza giornata a vedere i giovani non se ne parla. Si vola diretti a Parigi, poco collaborativi.

Viene quasi da ridere (con più di un velo di sarcasmo, ovviamente), leggendo queste cose. Perché l’Italia non è un paese per giovani in molti campi, non solo nella moda. E lo sanno bene i giovani stessi, sempre meno capaci di combattere ad armi pari in una scena competitiva che oggi è a tutti gli effetti globale, impegnati a mantenere un equilibrio nel camminare su quello che sembra più un filo sottile che non un trampolino di lancio. Lo stesso succede ai talenti emergenti nella moda, che spesso si vedono offrire occasioni preziose per acquistare visibilità internazionale (i concorsi, per esempio, che in alcuni casi hanno acceso i riflettori sui brand e attirato potenziali investitori: così è successo a Marco De Vincenzo dopo la vittoria del concorso creato da Vogue Italia, Who’s on Next?), ma altrettanto spesso arrancano sul piano economico e produttivo, scontrandosi con una realtà fatta di piccole aziende alle prese con l’incertezza del contesto economico che non possono permettersi di impegnarsi a produrre pochi pezzi, retailer in difficoltà che ai giovani propongono il conto vendita e, infine, consumatori che acquistano sempre meno.

In Italia, poi, è buffo e spiazzante allo stesso tempo, l’appellativo “giovane designer” non si nega un po’ a nessuno: viene chiamato così Andrea Incontri, architetto 40 enne neo direttore creativo di Tod’s uomo oltre che del proprio brand, che Fashionista inserisce tra i sei promettenti designer da tenere d’occhio in Italia. Tra i giovani c’è anche Andrea Pompilio, che di anni ne ha 41 e oltre al proprio marchio dirige sul piano creativo Canali. Gli under 30 che dettano regole nel backstage di una passerella e vedono sfilare la propria collezione a Milano sono quasi una rarità.

Tornando alla polemica di fine settimana della moda: su questa querelle ho letto tanto, sui giornali specializzati ma anche sui generalisti. Ho letto considerazioni scritte da chi ha più di 40 anni, interviste a chi, come il Cavalier Boselli, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, che non so quanti anni abbia di preciso ma un giorno, con la sua consueta educazione e il suo piglio ironico, mi ha detto «Io potrei essere suo nonno». Io di anni ne ho 31, fate un po’ voi i conti. Così ho pensato: perchè non chiedere a loro? I giovani, dico. Quelli veri, quelli che voi non conoscerete a meno che non siate addetti ai lavori. Perché ancora non hanno conquistato le pagine dei giornali o i grandi negozi. E un motivo ci sarà, e ha poco a che vedere con il talento.

Ne ho scelti tre, nessuno dei quali ha sfilato a Milano Moda Donna. Anzi quattro, perché un brand fa capo a due teste. Quattro designer diversi per formazione e per stile, ma accomunati da una passione e dalla voglia di costruire qualcosa anche in questo Paese. Ecco le loro risposte alle mie domande, precedute da un piccolo cenno biografico.

Francesca Liberatore
Romana, classe 1983, Francesca ha sfilato per anni nei contenitori messi a disposizione dalla Camera Nazionale della Moda. Ha vinto il concorso DHL Exported e, poche settimane fa, ha presentato la sua collezione primavera-estate 2015 alla New York Fashion Week. Ed è stata inserita nella “lista dei sei” di Fashionista. Nel frattempo fa molto altro e, tra le varie cose, è direttore creativo del merchandising del Moulin Rouge di Parigi. Al momento si trova in Armenia per lavoro.

Da Milano a New York: cosa è cambiato?

Quest’anno ho sfilato per la prima volta a New York: ho raccolto la sfida e fatto il grande salto con uno show totalmente individuale, passando dalle 22 uscite milanesi alle 42 della Grande Mela, introducendo l’uomo e avendo un’azienda produttrice alle spalle. L’atmosfera a New York è completamente diversa: a Milano i giornalisti continuano ahimè a fare un “calderone” accorpando le sfilate dei giovani, invece a Nyc sono stata accolta come la vincitrice di un concorso importante, che mi ha fornito opportunità concrete. Ho notato l’incredibile curiosità e lo stupore mostrato per la mia sfilata: ognuno ha seguito ogni dettaglio, l’ha analizzata fornendomi numerosi spunti per la crescita del mio marchio. E poi i giornalisti stranieri hanno dato la loro opinione sulla collezione, senza copiare il comunicato come spesso accade a Milano.

La Milano fashion week non dà spazio ai giovani. Come commenti questa frase tu che sei cresciuta sotto l’ala della Camera Nazionale della Moda?

Non sono d’accordo: da giovane che si trova spesso sotto riflettori internazionali dico che il problema è un’altro, troppi emergenti che vengono spinti inizialmente si rivelano bolle di sapone…la stampa e i nomi di rilievo del fashion system che dovrebbero vedere le sfilate dei nuovi talenti per fornire critiche costruttive a volte non sono nemmeno presenti perché impegnati in altre sfilate, spesso di marchi famosi. Poi ci sono gli imprenditori che mancano di coraggio e lungimiranza per credere e valutare le capacità di un nuovo progetto, oltre ai buyer che chiedono ai giovani il conto vendita.

Che tipo di supporto avresti bisogno tu in quanto giovane designer?

Ora rispondo solamente i soldi, persone vere e opportunità concrete come quella che mi è stata data da DHL. Tutto ciò che ho fatto fin ora l’ho fatto con le mie forze, con impegno e costanza. Il lavoro non mi manca, anzi; proprio grazie a collaborazioni e partneship consolidate posso portare avanti il mio marchio. Complici persone che hanno creduto in me e che mi sostengono con serietà.

CO-TE

Tomaso Anfossi, 27, e Francesco Ferrari, 30, hanno frequentato l’Istituto Marangoni di Milano e nel 2010 hanno dato vita al proprio marchio. Dopo aver collaborato con Peuterey per la collezione Aiguille Noire fino alla passata stagione, oggi sono concentrati sullo sviluppo di Co-Te. Realizzano tutto in Italia. Anche loro sono in partenza per la Parigi Fashion Week (e la campagna vendite).

Cosa pensate delle critiche piovute sulla settimana della moda di Milano?

È stata troppo corta: cinque giorni con un calendario estenuante che non ha dato modo ai buyer e ai giornalisti di deviare molto sul percorso prestabilito né di metabolizzare quello che hanno visto. Eppure abbiamo notato una maggiore apertura verso i marchi giovani e di ricerca, come il nostro. Noi non abbiamo mai organizzato una sfilata né una presentazione, almeno per ora: aspettiamo di essere pronti perché lo show implica un investimento considerevole sia in termini di immagine, sia economici. Preferiamo per ora fissare appuntamenti con giornalisti o compratori, nel secondo caso attraverso il nostro showroom Riccardo Grassi, ma cerchiamo di essere presenti di persona per stabilire un contatto diretto con i buyer.

Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato e incontrate quotidianamente come giovani designer

Far crescere un marchio di moda da soli è difficile: noi, per esempio, non abbiamo nessuno alle nostre spalle quindi reinvestiamo tutto quello che guadagniamo per migliorarci, collezione dopo collezione. Le difficoltà si incontrano soprattutto all’inizio: trovarsi di fronte a due ragazzi giovani, soprattutto in Italia, può destabilizzare. È capitato anche a noi che, nel tempo, abbiamo saputo dimostrare la qualità e la serietà del nostro lavoro. Sarebbe utile che ci fossero incentivi ad hoc per i business giovani come il nostro, ma in Italia si tratta più che altro di rebus da decifrare: si fa prima a basarsi sulle proprie forze.

Marco Rambaldi
Classe 1990, dopo essersi laureato in Design della Moda allo Iuav nel 2013, ha vinto a febbraio 2014 il concorso Next Generation indetto dalla Camera Nazionale della Moda. A settembre 2014 ha presentato i suoi capi nell’ambito del progetto Vogue Talents. Lui invece è a Copenhagen, sempre per lavoro.

 

I giornali stranieri hanno attaccato l’organizzazione della settimana della moda di Milano. Cosa ne pensi?

Sto leggendo in questi giorni gli articoli che attaccano la fashion week milanese. Penso che abbiano ragione a farlo. Se ne sono accorti i giornalisti, ce ne siamo accorti noi giovani designer e penso anche i big. La settimana della moda di Milano non è ben organizzata. Trovo assurdo che si sia ridotta a quattro giorni, a fronte degli otto di New York e ai nove di Parigi. La stampa e buyers avrebbero bisogno del teletrasporto per poter assistere agli show dei grandi, figuriamoci a quelli di noi emergenti.

È vero che manca nuova linfa sulla scena italiana?

Credo che non sia vero che in Italia non ci sia “new blood”. Penso che ci siano molti bravi emergenti, ma che non abbiano la completa opportunità di esprimersi. E questo è sicuramente determinato dagli insoddisfacenti dati di mercato che portano la maggior parte delle case di moda al riproporre le stesse idee, senza rischio e senza pericolo. Il business sta uccidendo la moda. Essendomi laureato da neanche un anno e avendo appena iniziato, presentando ora la mia seconda collezione, le difficoltà sono sicuramente tante: in primis il fatto di aver completamente auto-prodotto tutta questa collezione senza aver ricevuto alcun aiuto da istituzioni. Ho avuto la grandissima opportunità da Vogue (che ringrazio infinitamente) di poter presentare con loro la nuova collezione, una vetrina senza eguali che ha portato moltissime persone. Mi chiedo cosa però ci potrà essere in futuro, come potranno essere presentate le collezioni e come potranno essere presenti stampa e buyers dal momento che non hanno la possibilità di gestire nemmeno gli appuntamento con i grandi marchi.

Che tipo di supporto avresti bisogno?

Mi piacerebbe essere seguito in modo significativo: i giovani designer hanno bisogno di questo. Non basta dedicargli un articolo su un giornale (che è comunque una cosa fondamentale). Accade spesso, soprattutto in questo settore, che tanti giovani vengano lanciati per essere poi abbandonati e sparire.Tornando a ciò di cui parlavo prima, un grande problema è anche quello della produzione (che, per esempio, io ancora non ho): è molto difficile trovare il giusto produttore. Qualcuno disposto a prendersi il rischio, investendo sugli emergenti e finanziandoli. Questo è il problema, un giovane creativo ha bisogno di essere seguito e supportato per garantirgli stabilità e per garantire un futuro al made in Italy.

Non tutto è perduto, dunque: ho tenuto a precisare dove si trovassero questi  designer al momento dell’intervista per riportarvi l’immagine di persone che non stanno nel proprio atelier a sognare un futuro, ma prendono e partono (anche per l’Armenia) e si rimboccano le mani per andarlo a costruire . Forse i giovani non trovano spazio nei contesti istituzionali – non come dovrebbero, almeno -, forse non ricevono incentivi che alleggeriscano i loro oneri economici. Però non mollano. E i dati lo confermano: secondo le elaborazioni della Camera di Commercio di Milano su dati di Registro Imprese relativi al secondo trimestre 2014, sono più di 2mila gli under35 lombardi che hanno creato un’impresa nel settore moda creando circa 5mila posti di lavoro. Sei titolari su dieci sono donne: alla faccia delle quote rosa.
 

Nell’immagine in evidenza: il finale della sfilata di Angelos Bratis, giovane talento il cui defilé ss 15 è stato ospitato da Giorgio Armani nel suo Armani Teatro

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