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Come si scrive un avviso di pericolo per i prossimi 20 mila anni?

La Yucca Mountain si prepara a conservare tonnellate di scorie nucleari che rimarranno nocive per sempre, o quasi. Come lo si spiega agli umani del futuro? Gatti radioattivi, simboli semplici e nuovi culti.

Disegni di piante, alcuni diagrammi, delle forme che possono sembrare isole o costellazioni. E testo, molto testo, tracciato fitto su cartapecora. Il manoscritto di Voynich ha l’aspetto di un antico documento vergato per i posteri, pieno di informazioni, prodigo nell’affiancare scrittura e iconografia (sul sito dell’università di Yale è conservata una sua copia digitale), eppure nessuno l’ha davvero mai letto: la lingua in cui scritta è tuttora – dopo un secolo di studio – incomprensibile, un mistero che ha resistito alle analisi dei migliori crittografici delle guerre mondiali, gente che concepì e decifrò il codice Enigma, per dirne una. Sappiamo solo che fu scritto nel XV secolo nel nord Italia ma autore, temi trattati e lingua utilizzata rimangono ignoti. Persino le illustrazioni che lo decorano sono troppo ambigue per trarre conclusioni solide: certo, sono piante ma che piante di preciso? Le teorie sul documento si sprecano: un reperto alieno, una burla giocata ai posteri da un genio in incognito, una scheggia di conoscenza di una civiltà scomparsa. Comunque sia andata, il manoscritto di Voynich (dal nome di Wilfrid Voynich, collezionista polacco che lo comprò nel 1912) continua a veicolare un messaggio che nessuno sembra in grado di comprendere. E sono passati solo cinque secoli.

Quando nel 1982 il Congresso degli Stati Uniti passò il Nuclear Waste Policy Act, una legge che prevedeva di trovare un sito adeguato a diventare la discarica nazionale dei rifiuti nucleari, la scelta cadde sulla Yucca Mountain, una montagna in mezzo al deserto del Nevada. La decisione causò molte proteste da parte di residenti e non, associazioni ambientaliste e parte del Partito Democratico (la presidenza di Barack Obama ha interrotto gli investimenti nel progetto, almeno per ora) ma al di là delle polemiche e degli enormi rischi ambientali, interessiamoci al progetto in sé, che prevede lo storaggio di tonnellate di materiale radioattivo nel cuore di una montagna isolata, un tesoro proibito del progresso la cui data di scadenza ha del disumano: 10.000, 20.000 anni. Diecimila, ventimila anni sono tanti: il Tumulo di Barnenez, in Francia, ovvero la costruzione più antica arrivata a noi, risale al 4850 a.C., poco meno di 7000 anni fa.

Questo dovrebbe rendere giustizia alla portata cronologica del progetto Yucca Mountain, la cosa più vicina all’eternità mai ideata dall’uomo; una costruzione che avrà una caratteristica inedita: a differenza delle Piramidi o di altri templi abbandonati, lo Yucca dovrà rimanere inacessibile agli umani del futuro per via del suo contenuto mortale. Chi tocca il tesoro di quel deserto morirà e con esso tutti i suoi simili, e non stiamo parlando di strambe maledizioni lanciate da faraoni arrabbiati. Per correre incontro ai posteri, nel 1981 è stata istituita la Human Interference Task Force, a cui è stato affidata la soluzione a quella che Chris Heaney ha definito “The Forever Problem” (pdf), il problema eterno: come spiegare agli umani (o non umani!) del remoto futuro di non accedere a questi luoghi? Che è poi la domanda: come si parla a un essere intelligente di cui non sappiamo nulla?

Non abbiamo forse ideato messaggi troppo umani per civiltà che di umano potrebbero non avere nulla? E se avessimo riempito l’universo di spam?

Prendiamo gli alieni. Finora la discussione instaurata con le potenziali forme di vita sparse per l’Universo non è stata solida né interessante: nel 1977 la Nasa ha spedito nello spazio la sonda Voyager dotandola di un disco dorato contenente una serie di informazioni riguardo la nostra specie, la posizione della Terra rispetto al nostro sistema solare e due immagini stilizzate di un uomo e una donna, nudi. Il disco è inoltre suonabile, contiene melodie selezionate di Bach, Mozart e altri geni, un notevole biglietto da visita (quasi uno show-off interstellare) per la nostra civiltà. Un altro esempio è la proposta di messaggio galattico ideata nel 1961 dallo scienziato Bernard M. Oliver, che consiste in un semplice codice binario che, se risolto, rivela il seguente disegno puntinoso: due umani e il loro cucciolo, alcune indicazioni astrali e fisiche. Il messaggio è sempre lo stesso: questi siamo noi e questo è quel che sappiamo di come funziona la vita.

Entrambi i casi presentano però un problema che potremmo definire di etnocentrismo galattico: che ne sappiamo degli alieni, di come pensano, di come vedono, di come sentono? Non abbiamo forse ideato messaggi troppo umani per civiltà che di umano potrebbero non avere nulla? E se gli alieni fossero ciechi o avessero udito e vista completamente differenti dal nostro? E se avessimo riempito l’universo di spam?

Una nuova liturgia

È il tipo di errore che non possiamo permetterci di ripetere qui, nel nostro piccolo pianeta, in quel cuore di Nevada di cui vogliamo lordare le viscere con rifiuti mortali ed eterni. Fortunatamente con il tempo la comunità scientifica ha cambiato approccio nel confronto dei messaggi spaziali ideando la crittografia inversa, un tipodi messaggio cifrato «che non nasconda il significato ma anzi lo renda il più facile da comprendere possibile», come ha scritto Lambros D. Callimahos (pdf). Parlare di atomi e consigliare melodie classiche non è la prima cosa da fare quando si cerca di contattare esseri lontanissimi e inimmaginabili, che comunque riceveranno il nostro messaggio tra secoli o millenni (oppure mai). Prima, forse, dovremmo pensare agli alieni nostrani, gioioso ossimoro con cui ci permettiamo di definire l’umanità del futuro, dai quali ci divide nel futuro un lasso di tempo molto più ampio di quello che ci separa dagli antichi Egizi. Presto gli alieni saremo noi: parliamoci.

La soluzione per la Yucca Mountain potrebbe essere ancora più intricata di quella astrale, non un semplice rebus comunicativo. Nel nostro caso, come spiega Sarah Zhang sulla rivista Method, si sta cercando di affiancare alla trasmissione di un messaggio di pericolo la costruzione di un tabù culturale: ALLONTANATEVI, QUESTO È UN LUOGO PERICOLOSO. Un report stilato nel 1994 (pdf) per risolvere «il problema dell’intrusione umana» in zone come la Yucca si è concentrato così sulla ricerca di risorse minerarie, da sempre la prima ragione di scavi e ricerche; ma ha anche affrontato una questione culturale poiché «nei prossimi 10 mila anni le nostre lingue cambieranno profondamente». A preoccupare sono quindi le «società avanzate che non hanno mantenuto informazioni sul sito ma dotate di conoscenze fisiche equivalenti o superiori alle nostre», quindi in grado di profanare la discarica radioattiva. I messaggi di pericolo devono quindi abbondare ed essere organizzati a livelli: 1) cautela; 2) pericolo; 3) messaggio dettagliato; 4) dettagliate informazioni tecniche. Quanto al contenuto del messaggio, meglio utilizzare pittogrammi e illustazioni (vedi immagine precedente, tratta da qui), visto che la loro comparsa nella storia umana risale a 10 mila anni fa e sembrano costituire una sorta di lingua franca elementare per l’umanità.

Omero è un meme culturale spontaneo, potentissimo poiché diffusosi lentamente, diventando indimenticabile. Come si crea dal nulla un qualcosa di simile nel bel mezzo di un deserto?

Ma la scrittura non basta. Nell’introdurre una possibile soluzione al probema dello Yucca, Zhang tira in ballo le opere di Omero, tramandate per anni oralmente e poi scritte, trascritte, tradotte e conservate fino a oggi. L’Iliade e l’Odissea sono racconti epici, miti, storie di guerre e amori che valgono nei millenni; inoltre, nel corso degli anni, hanno avuto un buon numero di traduttori e curatori d’altissimo livello, il che aiuta. Omero è un meme culturale spontaneo, potentissimo poiché diffusosi lentamente – manualmente – diventando indimenticabile: «Anche se le lingue cambiano […], le storie che ci raccontiamo durano nel tempo». Come si crea dal nulla un qualcosa di simile nel bel mezzo di un deserto?

Thomas Sebeok, uno dei membri della Task Force ha sostenuto nel 1981 la creazione di un culto, l’atomic priesthood (il sacerdozio atomico), organizzazione in grado di creare e diffondere prodotti culturali minacciosi legati al luogo, che servano da deterrente per gli esterni:

[…] una combinazione di ritualità e leggenda creata e alimentata artificialmente che funga da inganno per i non iniziati che sarebbero così allontanati dal sito pericoloso per ragioni diverse da quelle scientifiche. Può essere previsto anche un rituale annuale con il quale perpetuare la leggenda. La verità sarebbe affidata solamente a un “sacerdozio atomico”, commissione di fisici di rilievo, esperti in malatie legate alle radiazioni, antropologi, linguisti ed esperti in semiotica.

Una proposta, quella di Sebeok, che è stata fortemente criticata da Susan Garfield perché basata sulla «segretezza, la manipolazione e l’inganno» e mossa da «una mancanza di rispetto nei confronti delle capacità umane». L’idea di Françoise Bastide e Paolo Fabbri spinge invece verso il mito, affidandosi all’utilizzo di ray cats, gatti da lasciare in loco rendendoli col tempo di colore diverso. Il noto podcast 99% Invisible ha persino commissionato al musicista Emperor X un brano in grado di aprire le fila di questo inganno culturale: “10​,​000​-​Year Earworm to Discourage Settlement Near Nuclear Waste Repositories” è una canzone volutamente fastidiosa e minacciosa, un canto di pericolo che dovrebbe affiancarsi – è sempre la proposta del duo di scienziati – alla creazione di  «proverbi e miti per spiegare che quando un gatto cambia colore, è meglio scappare».

Il fascino del pericolo

Funzionerà? Alcune di queste proposte possono sembra strambe, al limite del demenziale, ma sono possibili risposte a un interrogativo sovraumano. Forse riusciremo a lasciare un messaggio comprensibile – quanto meno più comprensibile del manoscritto di Voynich. Forse creeremo un monito di pericolo e di morte duraturo e millenario. Il rischio è però di trasformare la Yucca Mountain in un enigma millenario. E nessun enigma respinge gli esseri umani. Tutt’altro. Se tra 20.000 anni sembrasse un assurdo tempio, enorme e inspiegabile, chi potrà resistere alla tentazione di visitarlo per spiegarne il mistero? Lo abbiamo sempre fatto, dalle Piramidi di Giza a Stonehenge, eccitati dal proibito e il pericolo, consci e, anzi, spinti dal tabù e dal proibito. Il fatto che Stonehenge conservi un misterioso lato mistico non ci frena, ci legittima a scavarci attorno, a sezionare reperti e scandagliare il terreno. Forse la funzione di quei primordiali massi sistemati con cura è di avviso. Forse è proprio questo il significato del sito: state lontani, per carità. Troppo tardi.

La soluzione potrebbe essere un’altra. Per esempio, un posto normale e noioso. Ecco il genere di sito che nessuno vorrebbe mai dissacrare: un ufficio comunale anni Sessanta del nord Italia, con il cemento fatto a pezzi e le vetrate monotone ormai polverizzate dal tempo; nessuna scritta, nessun segnale, solo un grosso rudere da bolla specualtiva. Forse la Yucca Mountain dovrebbe essere un luogo brutto e grigio, talmente banale da non interessare nessuno, nemmeno tra 20.000 anni. Se abbiamo pensato davvero di ingannare i posteri con gatti radioattivi e culti speciali, tanto vale provare a costruire un garage e sistemarci dentro una Fiat Croma. Saranno – saremo – tutti al sicuro.

 

Immagini: un cartello di pericolo nei pressi della Yucca Mountain nel 2002 (David McNew / Getty Images); il messaggio da spedire nello spazio proposto da Bernard M. Oliver; uno dei disegni proposti per la Yucca Mountain

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