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Where are they now?

Che fine hanno fatto le band che, dieci anni fa, rappresentarono l'indie-rock nel suo picco commerciale? E come sono andati i loro lavori, dopo il 2005?

C’è stato un mondo senza Youtube ed era soltanto dieci anni fa. C’è stato un mondo senza Vevo, ed è un mondo ancora più recente, che ha cessato di esistere nell’inverno 2009, e pure un mondo senza Spotify. C’è stato un mondo in cui si vendevano i Cd, e c’era chi li comprava: almeno, io li compravo, e ne compravo molti.

Me ne sono reso conto in queste ultime settimane, aprendo pesanti scatole di cartone riempite in fretta qualche mese fa per traslocare nella mia nuova casa. Aprendo pesanti scatole di cartone e trovandomi in mano decine di Cd ricoperti di polvere. Mi sono imbattuto, con circa dieci anni di distanza, nella musica che ascoltavo a vent’anni– con la musica che mezzo mondo occidentale ascoltava dieci anni fa. Era piena di polvere e si chiamava indie rock. Così mi sono messo a cercare, sorpreso dalla mia stessa mancanza di memoria e dalla mia mancanza di informazioni sul destino delle band di cui dieci anni fa conoscevo biografia, testi, provenienza. Band che avevano segnato un bel po’ della mia educazione musicale e culturale. Che fine hanno fatto? – mi sono chiesto. Sono “morte”, in un certo senso. Oppure no, è andata anche peggio. Sono vive, e terribilmente irrilevanti.

Il 2005 è stato l’anno di massima espansione di quella matassa di band e generi chiamata indie, o indie rock, un termine su cui si è dibattuto molto e molto a sproposito e su cui, tutto sommato, non è così importante tornare. Quello che mi interessava, in questa piccola archeologia musicale, è la risposta alla domanda “where are they now?”.

Per fare un po’ di storia: nel 2005 si inizia a parlare di una band che segnerà la storia discografica inglese e mondiale. Io ne sento parlare una sera d’estate, in un concerto a Milano, in un posto che si chiamava Rolling Stone e che non c’è più, con un’acustica terribile ma un discreto booking, almeno per l’epoca. Quella sera d’estate di dieci anni fa avevo i biglietti per un concerto che era composto da tre concerti: suonavano i Kaiser Chiefs, i Maximo Park e questa giovanissima band di Sheffield, sotto contratto con l’etichetta Domino, ma senza un vero album da promuovere. Erano gli Arctic Monkeys, e la loro presenza fu cancellata all’ultimo, e io feci spallucce perché non li conoscevo, e tutto sommato mi andava bene così. Pochi mesi dopo Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, uscito il 23 gennaio 2006, era nel mio lettore Cd (o forse nel mio computer, e dal mio computer al mio iPod) e batteva tutti i record di vendite di un debut album. Più di 360.000 copie in otto giorni. Non che i Kaiser Chiefs e i Maximo Park fossero conosciuti, o definibili come “mainstream”, almeno non ancora, almeno non in Italia. Anticipato dal singolo “Oh My God” nel 2004, i Kaiser Chiefs pubblicano il disco Employment nel marzo 2005. Non sono giovanissimi: il cantante Ricky Wilson ha già 27 anni. Employment è un successo, come si dice, di pubblico e di critica. Soprattutto di pubblico: vende due milioni di copie e fa vincere al gruppo tre Brit Award (best British band, best rock act, best new band). I Maximo Park vengono da Newcastle, il cantante Paul Smith ha venticinque anni, e il loro primo album A Certain Trigger, che esce il 16 maggio, vende più di 500.000 copie. Pitchfork lo recensisce con un 8.4 e NME con un 7.

Entrambe le band hanno suoni che richiamano gli anni ’80, il post-punk e la new-wave. Sono suoni “nell’aria”, è un revival musicale e culturale che passa per la musica ma non si esaurisce nella musica. Non è un caso, ad esempio, che il libro Rip it up and start again, del critico musicale Simon Reynolds (tradotto in Italia da Isbn Edizioni come Post Punk), una panoramica super dettagliata degli anni compresi tra il 1978 e il 1984, la fine del punk, la nascita dello streetpunk, dell’Oi! e soprattutto del post punk, della no wave e della new wave, esca nel febbraio 2006. Non è nemmeno un caso che il film Control, il biopic dei Joy Division girato da Anton Corbijn, esca nel 2007 (e sia dunque stato scritto nel 2005, e filmato nel 2006). L’Inghilterra, dopo il britpop, stava dando al mondo musicale una nuova scena. Non lo stava facendo da sola: negli Stati Uniti erano nate molte band, di simile successo ed estetica, come Strokes e Interpol. Ma la Gran Bretagna stava, diciamo, tenendo il punto, musicalmente, esteticamente, culturalmente. Per una nazione di 60 milioni di abitanti non è male. Era, però, un punto tutto basato sulla nostalgia. O, per usare le parole dello stesso Simon Reynolds, sulla “retromania”. Anche altre band capostipiti dell’indie rock della prima metà dei 2000, come i Libertines e i loro derivati (Babyshambles, Dirty Pretty Things) avevano un’estetica e una musicalità improntata al passato, al punk (pop-punk?) dei Clash. E il primo disco di Pete Doherty, Carl Barat, John Hasall e Gary Powell fu prodotto da Mick Jones, che dei Clash fu il chitarrista. Il grande contenitore chiamato indie rock aveva, sostanzialmente e a grandi linee, due grandi anime: quella più legata agli anni ’70 (Clash e dintorni), e quella più legata agli anni ’80, che qualcuno chiamò anche “new new wave”. Qui dentro, c’erano tutti o quasi: Strokes, Libertines, Maximo Park, Mando Diao, Franz Ferdiand, Bloc Party, Glasvegas, Kaiser Chiefs, Arctic Monkeys.

Che fine hanno fatto, e perché l’hanno fatta? Alla prima domanda è facile rispondere: non una bella fine. Molte band che avevano venduto centinaia di migliaia di copie (a volte milioni) con il primo disco affondarono con il secondo. Una cosa che capitò ai Kaiser Chiefs soprattutto: se Employment vendette 2 milioni di copie, il sequel Yours Truly, Angry Mob ne vendette 800.000, che non è poco, ma è comunque il 55% in meno. Il terzo, Off With Their Heads, arrivò a 200.000, meno 90% rispetto all’esordio. I Glasvegas passarono da 300.000 dell’esordio (Glasvegas) a 30.000 di Euphoric Heartbrake, meno 90%. I Klaxons da 350.000 di Myths of the Near Future a 30.000 di Surfing the Void, meno 92%. A volte i cali di vendite coincisero con i cali di critica: se il primo album dei Bloc Party, Silent Alarm, disco di platino, ricevette una recensione da 9/10 da Pitchfork vendendo più di un milione di copie, il secondo, A Weekend in the City vendette leggermente meno (un caso raro di secondo album all’altezza del primo), ma il terzo titolo Intimacy fu accolto molto più freddamente. Lo stesso vale per i progetti solisti del frontman, Kele Okereke. Per quanto riguarda i Maximo Park, il sequel di A Certain Trigger, Our Velocity, ricevette soltanto un 6/10 da NME, che significa: è un brutto disco.

Molti gruppi che esistevano dieci anni fa esistono ancora: i Maximo Park hanno fatto uscire il quinto album, Too Much Information, nel 2014. I Franz Ferdinand il quarto nel 2013. I Bloc Party il quarto, Four, nel 2012. Kele Okereke, il frontman, ha pubblicato il suo secondo disco solista nel 2014. Anche i Kaiser Chiefs hanno pubblicato il quinto album nel 2014. Gli Arctic Monkeys sono arrivati al quinto nel 2013.

Sul perché sia finito il periodo d’oro dell’indie rock, le risposte possono essere molte. Perché tutte le “scene”, o le band, devono finire. Perché, credo, i testi di quelle stesse band erano testi diretti a un pubblico molto giovanile. Imran Ahmed, oggi direttore del sito Business of Fashion, nel 2005 giornalista di Pitchfork, scriveva a proposito di Silent Alarm: «Bloc Party take in sex, boredom and consumption». La ricetta perfetta per un pubblico giovane, «dreams of naughtiness» dicevano gli Arctic Monkeys in “I Bet You Look Good On the Dacefloor”. Ma quando il tuo pubblico cresce, questa ricetta non può più funzionare. Oppure, una carenza di buone canzoni, molto semplicemente: se i primi dischi (Franz Ferdinand, A Certain Trigger, Glasvegas, Employment, e così via) avevano – in quanto primi dischi, in quanto simili, in quanto parte omogenea di qualcosa di nuovo – un sound originale, i secondi non si distaccarono, spesso, da quel sound. Se la prima volta, però, è la prima volta, la seconda volta, beh, è già sentita. Tony Wadsworth, CEO di EMI Music dal 1998 al 2008, ha dichiarato al Guardian tre anni fa: «Don’t put all your best songs on the first album; Dylan and the Beatles always held stuff back». Quello che è successo con gruppi come Libertines, Kaiser Chiefs e Maximo Park è l’esatto contrario: i secondi album suonavano come… scarti del primo.

Da un punto di vista non strettamente musicale, il fenomeno indie rock aveva una lampante, enorme pecca: era un club esclusivo. Tranne rare eccezioni, i gruppi erano maschili, soltanto maschili. Con eccezioni ancora più rare, al punto da essere non quantificabili statisticamente (Wilson dei Libertines, Okereke dei Bloc Party), i gruppi erano bianchi. Giovani uomini bianchi. Date un’occhiata a quali sono i fenomeni più potenti, oggi. Troverete molte poche band. Molte poche band bianche. Molti pochi uomini, almeno rispetto a dieci anni fa.

E, infine, il messaggio. Che è cambiato, come deve necessariamente cambiare in dieci anni che portano un cantante e scrittore dai 25 ai 35. Ma non è un messaggio che funziona, o almeno non più come prima. Come scrive Zachary Lipez su Noisey (nel giugno 2014), «indie rock doesn’t even have the decency to be about doing too much coke or banging groupies while complimenting itself on its own sensitivity; now it’s about being really reasonable and maintaining your lawn; metaphorical and literal». Voi rivorreste indietro i vostri vent’anni? Io no. Ma questo non vuol dire che non siano stati belli. Tutto sommato, è giusto così.

 

Nell’immagine in evidenza, i Bloc Party nel 2005. Dave Etheridge-Barnes/Getty Images

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