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Ho passato una settimana con uno stupido robot

Il motivo del successo di "What Would I Say", l'app che scrive status di Facebook: la sua stupidità. Noi e la paura delle macchine, dall'uncanny valley ai bot di Twitter.

Era dalla terribile epidemia di FarmVille del 2010 che non vedevo un’applicazione dilagare su Facebook a tale velocità. “What Would I Say” (da ora in poi Wwis) ha spopolato nell’ultima settimana, infestando bacheche, invadendo altri social network e approdando infine su Repubblica.it. Il gioco è d’altronde semplice e magnetico: basta accedere al sito, accettare le condizioni d’uso che consentono all’applicazione d’accedere ai dati del vostro account Facebook e ammirare uno status verosimile comparire davanti ai nostri occhi. Si notano parole d’uso comune, periodi di cui si serba qualche ricordo, sapori nostalgici e antiche ossessioni, a cui l’app dà un ordine matematico facendo invece parecchi danni a livello linguistico. L’origine del successo di Wwis è infatti il suo essere votato al fallimento: le poche volte in cui sintassi e grammatica delle sue opere sono corrette, ecco mancare il senso, affondato da un lessico improbabile e fuori contesto. Non sequitur, puro nonsense, status rabbiosi abbracciati a riferimenti fuori luogo. È come parlare con il tuo alter ego drogato.

“What Would I Say” è un progetto nato durante l’ultima hackaton dell’università di Princeton, un evento di due giorni in cui hacker e programmatori si ritrovano per creare un software. Pawel Przytycki, Ugne Klibaite, Vicky Yao, Daniel Jiang, Edward Young, Harvey Cheng e Alex Furger, i sette studenti che hanno creato il mostro, hanno raccontato al New Yorker di aver passato una nottata a bere caffè e Red Bull per arrivare a un’idea semplice e simpatica. Nessuno di loro si aspettava un successo simile: era solo un gioco.

Una macchina stupida che goffamente tenta di passare per umana. E ogni volta che ci prova inciampa, ridicola. La risata che scaturisce in noi è data dallo scampato pericolo: non moriremo tutti, non questa volta

Le ragioni della viralità dell’applicazione sono varie. C’è quella legata alla psicologia comportamentale ricordata da Quartz, che tira in ballo B.F. Skinner e la sua teoria del “rinforzo intermittente”, secondo la quale i soggetti che ricevono una ricompensa per aver compiuto correttamente un’azione, continuano a ripeterla anche dopo aver ricevuto il “premio” promesso. Da questo punto di vista, siamo stati tutti topini nelle gabbie di Skinner, occupati con le nostre zampine a cliccare pulsanti e condividere status – che rimane comunque un’ottima descrizione di quanto avviene normalmente su Facebook.

Gli status di Wwis, pur essendo simili a quelli umani, rimangono quasi sempre improbabili. Come software “scrivente”, infatti, il nostro non è un granché. La sua prestazione però non deve gettare una luce negativa sulla florida industria dei bot, software capaci spesso di firmare discorsi sensati sulla base di un archivio di dati. Appena due anni fa uno di questi “robot” giornalisti firmò un articolo che venne giudicato migliore di quello del suo collega umano, scatenando un notevole polverone. Il successo di “What Would I Say” consiste nell’anticipare una competenza linguistica notevole per poi deludere le aspettative. Fosse veramente capace di estrapolare concetti e pensieri dal nostro account per ricrearne di nuovi, l’app avrebbe avuto un’accoglienza diversa. I suoi status sarebbero stati più plausibili (e meno assurdi, meno divertenti). E ci avrebbero intimorito a morte.

La potenza di Wwis sta proprio nel simulare umanità senza mai ingannare lo spettatore: la follia delle sue creazioni la rendono una macchina stupida che goffamente tenta di passare per umana. E ogni volta che ci prova inciampa, ridicola. La risata che scaturisce in noi è data dallo scampato pericolo: non moriremo tutti, non questa volta.

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L’UNCANNY VALLEY

Uncanny (“strano, misterioso, inquietante”) è un termine inglese che deriva dal tedesco heimlich (“di casa, accogliente”, a cui viene aggiunto il suffisso di negazione -un) che dai primi del Novecento viene utilizzato per definire le ambigue sensazioni che gli umani cominciarono a provare davanti ai primi “automi” nel secolo precedente, ovvero a figure familiari ma non veramente umane. Un manichino può essere uncanny; una maschera può essere uncanny; una voce o un suono possono essere uncanny; e così via. L’effetto è ancora maggiore se ciò che stiamo guardando riesce a convincerci per un istante: il brivido che ci percorre quando una figura umana si rivela finta, è un piccolo giro della morte nella uncanny valley.

L’uncanny valley è una teoria estetica secondo la quale un oggetto che si muove e si comporta come un essere vivente crea in noi un senso di repulsione, inquietudine, terrore. La “valle” in questione è la conca nel diagramma riprodotto di seguito, un buco nero che risucchia ogni tentativo di vitalità umana (pupazzi, cadaveri, protesi) creando emozioni riconducibili a quelle scaturite dal sublime. “What Would I Say” si situa poco prima del picco negativo, vicino a “humanoid robot”: la sua arma è la somiglianza, il quasi-quasi-quasi-umano – prova ne sia che i pochi status veramente sensati dell’app finiscono per sembrare “errori” del software.

 

Più che un manichino, l’app ricorda una bambola, un oggetto non uncanny perché in grado «di stimolare la fantasia e promuovere scenari educativi nel gioco dei bambini», come spiega Scott G. Eberle in un articolo pubblicato dall’American Journal of Play nel 2009 (Pdf). A ciò è dovuto il proliferare di bambole e giocattoli dalle sembianze umane, situate in un’oasi lontana dal disturbante che lo storico Gary Cross definì «the cute», il mondo dell’adorabile. Nel 1928, continua Eberle, una marca di bambole venne pubblicizzata come in grado di fare «tutto quello che fa un bambino» senza per questo scatenare il panico tra gli acquirenti. L’app di cui siamo andati tutti pazzi non è altro che un robot infantilizzato, un bot programmato per «fare tutto quello fa l’utente Facebook».

PARLARE AI ROBOT

Eppure ogni giorno intratteniamo conversazioni con robot. Come raccontato dall’Atlantic nel 2011, Twitter è infestato da bot di ogni tipo: ci sono gli spambot, i retweet bot che rispondono ad ogni tweet che menziona una determinata parola (All The Cheeses ritwitta tutti i messaggi riguardanti il formaggio) e ci sono anche umani che si fingono bot con successo (a tal proposito rimandiamo all’incredibile caso di @Horse_ebooks). Ci sono account a pagamento per gli utenti a caccia di follower facili. Non manca l’offerta di bot-utenti, software programmati per simulare il comportamento umano nel web. Paghi un’azienda e quella sguinzaglia robot che visiteranno il tuo sito fingendosi avventori umani. Come ha spiegato a Digiday un editore che ha utilizzato il servizio, l’affare sembra vantaggioso: «per ogni visita [da parte dei bot] del costo di 0,002 dollari, prendevamo tra i 0,0025 e i 0,004 dollari con i banner pubblicitari». I banner stessi sono a loro volta gestiti da computer, così come i visitatori; e anche gli articoli presto potranno essere redatti da dei software: si creerebbe così, estremizzando solo di poco, un modello di business fatto da bot per bot. E profittevole.

L’internet sta ampliando il concetto di uncanny valley, normalizzandolo nel contempo? No, tutto è stato previsto da Masahiro Mori, coniatore del termine, e gli studi successivi sull’argomento. Il flirt tra il quasi-umano e l’umano è costante, irresistibile, come ha dimostrato “What Would I Say”. La botola dell’uncanny si apre solo in alcuni rari casi. «A differenza di una stanza piena di manichini, è improbabile che un gruppo di robot industriali ci possa far preoccupare», continua Eberle sul suo saggio, perché «un tintinnante giocattolo robot può essere più antropomorfo di altri oggetti, ma rimane pur sempre un gioco».

 

 

Immagine: l’ingegnere britannico Charles Lawson accende una sigaretta al suo robot, gennaio 1939 (Fox Photos / Getty Images); uno status creato dall’app “What Would I Say” (via); un grafico della uncanny valley.

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