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Virginia Raggi e le contraddizioni a 5 Stelle

Continua la nostra serie di ritratti sui candidati sindaco: è il turno della giovane avvocato grillino, in testa nei sondaggi nella Capitale.

I gesti assertivi da scuola basica di comunicazione, il tono di voce calmo, monocorde, privo di agitazione. Virginia Raggi, quando parla in tv, insiste su frasi e concetti senza mai uscire dal seminato ideologico, anche quando viene incalzata, in modo da evitare scivoloni e gaffe, ripetendo a mente ciò su cui si è studiato. Insomma, c’è un copione e si recita quello, senza improvvisazioni. A Roma c’è una giovane avvocatessa di 37 anni che ha vinto le comunarie con il 45,5% e 1.764 voti, non esattamente un bagno di folla in una città di quasi tre milioni di abitanti, e si candida con il M5S. Naturalmente un tempo era di sinistra, «poi sono stata molto delusa e ho abbracciato con molta passione questa nuovo modo di fare politica, una politica incentrata sulle esigenze dei cittadini». Non ci sono virgole sbagliate nel discorso televisivo della Raggi, tutto è ben costruito, modellato, non c’è un vaffanculo, non un bercio alla Alessandro Di Battista. La Raggi è della scuola di Luigi Di Maio, che pare un notabile democristiano ogni volta che apre bocca. A lei invece, dopo mesi di ignaziomarinismi, basterebbe stare in silenzio. Questo non significa che le manchi il pedigree della contestazione grillina, quella che non concede nulla all’avversario, soprattutto la dignità di essere tale. «Questo governo non ha legittimazione, non ce l’aveva quando è nato e non ce l’ha oggi», dice Raggi, che sorride e picchia con l’apriscatole: «Giachetti e Meloni? Sono entrambi terminali di due partiti che hanno spolpato la Capitale e che quindi per noi sono sostanzialmente la stessa cosa».

Previti e altre omissioni

Ne ha pure per la Boldrini e le sue battaglie femministe. Dice di essersi fatta sempre chiamare avvocato, non avvocata o avvocatessa; della presidenta o presidentessa della Camera non gliene frega nulla. «Preferisco combattere per cose serie», dice la Raggi. Romana, laziale nel senso di Lotito, cresciuta a San Giovanni, sposata, con un figlio. Lavora nello studio legale Sammarco, il cui titolare, Pieremilio, è stato suo professore all’università e colui che l’ha introdotta nello studio dove la Raggi ha svolto pratica forense per diventare avvocato. Piccolo particolare: la Raggi non aveva menzionato che lo studio in questione fosse quello di Cesare Previti, aprendo un fronte nei rapporti fra la Raggi e un certo mondo della destra romana. Lo studio Sammarco, dove lavora da 8 anni, è fra l’altro, difensore di Previti. È stata lei a spiegare l’accaduto: «Io non ho mai lavorato presso lo studio Previti, ho svolto lì la pratica forense e la cosa mi fa sorridere perché risale a 13 anni fa, quasi metà della mia vita. Come andò? In realtà io sono uscita dall’università a 24-25 anni e ho fatto il mio primo colloquio con uno dei miei professori, di diritto dell’informatica, e lui mi disse che sarebbe stato onorato di lavorare con me e io con lui. Però c’era un piccolo problema: in quel periodo lui incidentalmente lavorava per lo studio Previti. Mi ha rassicurato dicendomi che lui comunque avrebbe lavorato con me. Io sono andata a fare la pratica lì e ho fatto per lo studio Previti, come tutti i praticanti, i giri di cancelleria. Perché non l’ho inserito nel curriculum? Perché in linea di massima gli avvocati non inseriscono nel loro curriculum gli studi nei quali fanno pratica a meno che non siano gli studi nei quali continuano a prestare lavoro. Non ho inserito neanche le famiglie presso le quali ho fatto attività di baby-sitteraggio».

 Non è l’unica omissione: ai tempi di Gianni Alemanno sindaco, la Raggi era presidente di Hgr, di cui era azionista Gloria Rojo, assistente di Franco Panzironi, il braccio destro di Alemanno finito nei guai per Parentopoli e per Mafia Capitale. Queste omissioni hanno scatenato gli avversari del M5S, a partire dal Pd, che da settimane la attacca per i suoi trascorsi «de destra». Ma, come ha scritto Jacopo Iacoboni su La Stampa, il caso Raggi è più interessante, perché «a Roma ha saputo lavorare astutamente anche col mondo di Sel, con associazioni come la Ex Lavanderia, con occupazioni solidali di luoghi come l’ex Manicomio Provinciale Santa Maria della Pietà. Ha insomma anche un coté radical (i suoi avversari dicono radical chic), mercatini biologici e gruppi d’acquisto equosolidali, che la rende spendibile a sinistra». La Raggi dunque è da settimane oggetto delle attenzioni del Pd. L’Unità si è anche inventata anche una falsa notizia, secondo cui la Raggi compariva in un video di Berlusconi in cui i partecipanti cantavano «Meno male che Silvio c’è». Poi, quando ha parlato di Acea, la società partecipata che si occupa di servizi idrici nella Capitale, dicendo che vorrebbe cambiarne i vertici, e l’azienda ha perso in borsa il 4,7 per cento, il Pd ha imputato alla candidata la responsabilità di quella perdita: «Frasi a caso e incompetenza: la Raggi parla di Acea e fa perdere ai romani 70 milioni di euro. Un pericolo pubblico a 5 stelle», ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini.

Virginia Raggi con gli altri candidati
La Raggi con Giachetti e Fassina

Di complotto o di governo?

 In queste settimane, politologi e studiosi stanno seguendo la candidatura di Virginia Raggi, che esula dal solito côté complottista grillino. Secondo il politologo dell’Università di Firenze Marco Tarchi, studioso di populismo, la sua «è una candidatura azzeccata, perché fornisce un’immagine del M5S più equilibrata di altre, meno sbilanciata verso la “sinistra 2.0” e dunque maggiormente in grado di tenere insieme le variegate sfumature di opinioni politiche dell’elettorato del movimento». C’è il rischio che, in caso di vittoria, Virginia Raggi possa trovarsi alle prese con gli stessi problemi di altri sindaci grillini, che hanno verificato a loro spese quanta differenza ci sia fra stare all’opposizione e governare? L’inesperienza amministrativa potrebbe, ancora una volta, pesare? «In politica – dice Tarchi a Studio – chi non osa è perduto. Si ricordi la parabola di Mario Segni, l’eterno indeciso. Quando si ha la possibilità di occupare un ruolo istituzionale di grande rilievo, qual è quello di sindaco di Roma, bisogna accettare la sfida e cercare di vincerla. L’esperienza amministrativa, se si è capaci, la si fa con il tempo. Chi avrebbe mai immaginato che un sindaco o presidente di regione proveniente da un partito strutturalmente emarginato dal sistema come il Msi avrebbe potuto ottenere risultati decenti? Eppure, in alcuni casi, è successo. E per la Lega vale lo stesso discorso». Viene da chiedersi però se il M5S, nel suo percorso di istituzionalizzazione, non stia diventando un partito come tutti gli altri. «Se vuole sopravvivere, non può diventarlo, ma non può neanche insistere su un’applicazione rigida del principio dell’“uno vale uno”, se questo significa consentire a persone inaffidabili o incompetenti di raggiungere per via telematica, con un video più o meno azzeccato, candidature a posti di spicco. Un certo grado di istituzionalizzazione è necessario a qualunque movimento che intenda raggiungere posizioni di governo, locale o nazionale». Alcune sortite della Raggi sono state definite “democristiane”, per sottolineare quanto siano meno “eversive” rispetto al solito. Ma il MoVimento più convincente e politicamente forte non è sempre stato quello antisistema? «Mi sembra – continua Tarchi – che si rischi di ritornare all’epoca delle discussioni nel Pci degli anni Cinquanta sulla conciliabilità della rivoluzione e della via legale alla conquista del potere, a suon di citazioni di Lenin. Mantenere un’immagine di estraneità all’establishment – non al sistema democratico – non impedisce affatto di fare proposte razionali e ragionevoli su molti temi. E non mi sembra che, al di là delle polemiche in cui sono coinvolti, i sindaci del M5S abbiano sparato sul quartier generale una volta conquistata l’amministrazione comunale».

 Per Fabio Bordignon, politologo all’Università di Urbino, il M5S ha ancora un problema di competenze nella selezione della sua classe dirigente. «Inesperienza e assenza di organizzazione – dice Bordignon a Studio – sono due caratteristiche che la retorica grillina ha elevato a valore, ma che, indubbiamente, rappresentano dei limiti nel momento in cui ci si propone come forza di governo. Fin dalle prime campagne elettorali nei comuni, Grillo presentava l’inesperienza dei “propri” candidati come garanzia di integrità morale e di estraneità ai circuiti del potere. Allo stesso tempo, l’assenza di una gerarchia di partito, nella retorica grillina, rendeva gli “eletti” 5S responsabili solamente nei confronti degli elettori: dei “dipendenti” dei cittadini dentro le istituzioni, con un mandato revocabile, in qualsiasi momento. Queste stesse caratteristiche, tuttavia, rende oggi gli eletti 5S – ancor più di quanto accade per gli altri partiti – esposti alla possibilità di incorrere in piccoli e grandi incidenti di percorso, quando si tratta di misurarsi con la sfida del governo. Soprattutto nel rapporto con la giustizia. Con il rischio di poter essere “licenziati” alla prima mina calpestata sul territorio. Ma non dagli elettori: dal vertice di un movimento che, a dispetto della propria auto-narrazione, ha una gerarchia ferrea».

Gli amministratori a 5 Stelle

 I precedenti amministrativi del M5S non sono brillantissimi. La Raggi, se vincesse, potrebbe essere un nuovo caso Livorno? «I casi di Quarto, Livorno e infine Parma sono pericolosi – indipendentemente dalle responsabilità dei sindaci interessati, dalla rilevanza delle inchieste e dall’esito delle stesse – perché rischiano di indebolire la posizione di monopolio che, nel corso del tempo, il M5s ha saputo costruire sul tema della questione morale. È ciò che il M5S teme di più. Essere percepito come un partito: un partito come tutti gli altri. Proprio il timore di riscoprirsi “normale” fa scattare meccanismi di autodifesa: l’esibizione delle caratteristiche delle origini, al fine di rimarcare la propria diversità. Ecco quindi il pugno duro contro i propri stessi amministratori, almeno quelli meno ortodossi. Ecco il momentaneo accantonamento del Direttorio e il ritorno all’asse Genova-Milano, Grillo-Casaleggio Associati. In questo senso, il M5S mi pare destinato a non diventare mai un partito normale, a ricercare un eterno ritorno alle origini, anche a costo di distruggere se stesso».

Il Movimento a destra e a manca

 Ma la Raggi stile Di Maio, più posata e meno gridata, è il sintomo di un cambiamento in atto nel Movimento? Il partito potrebbe pagare in termini di consenso una eventuale moderazione, visto che ha sempre funzionato nella sua versione antipolitica? «Sicuramente, fino ad oggi, il M5s ha fatto le proprie fortune sulla carica antipolitica e antisistema della sua proposta e della sua retorica. Da qualche tempo, tuttavia, il Movimento chiede di essere “messo alla prova” come attore di governo: prima a livello locale, poi a livello nazionale. Per questo, prova a mostrare il suo volto istituzionale: il passaggio dalla leadership carismatica di Grillo a quella, più “fredda” e squisitamente “politica” di Luigi Di Maio testimoniava questo passaggio. Anche il profilo di Virginia Raggi risponde a questa esigenza, riflette questo percorso». Tuttavia, aggiunge Bordignon, «bisogna stare attenti a non scambiare per inedito “moderatismo” quella che, invece, mi sembra più la conferma di un approccio post-ideologico, che guarda a componenti diverse di elettorato, oltre le tradizionali divisioni tra sinistra, destra e centro. Così come il Pd di Renzi – e forse ancor più del Pd – il M5s è una formazione piglia-tutti, un “partito della nazione”. A Roma, in particolare, ha fiutato la possibilità di sfruttare le difficoltà e le divisioni del centro-destra, facendo il pieno di voti in quest’area politica. Nella capitale – certo – la vicinanza del Vaticano si fa sentire più che altrove. Ma lo stesso schema vale anche a livello nazionale: basti pensare al repentino riposizionamento imposto dalla Casaleggio Associati sul tema delle unioni civili e, in particolare, della stepchild adoption. Basti pensare alle esternazioni di Grillo sul tema dell’immigrazione o, proprio in questi giorni, del rapporto con l’Islam. E basti pensare anche alla recente intervista della Raggi ad Avvenire: «Posso comprendere – ha detto la candidata – il fortissimo desiderio di una donna di mettere al mondo un figlio, ma non si può trasformare questa voglia in un diritto. Non si può comprare un dono al supermercato dei neonati. Non si può legittimare né tollerare una pratica che specula sul corpo di ragazze che, nella grande maggioranza dei casi, sono poverissime, fragili, disperate… Non accetto che si lucri sulla pelle di donne in gravi difficoltà economiche, a cui viene strappato un figlio appena nato per 20mila o 30mila euro».

(Foto Getty Images)
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