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Viaggio al principio della notte

Dormire è la frontiera del lifestyle: i materassi sono i nuovi iPhone, e tra libri, studi e app, il sonno è diventato di moda.

C’è una parte nascosta delle nostre giornate che scorre senza clamore, e che tuttavia da quando esistiamo come specie ci affascina, ci appaga, talvolta ci preoccupa. Rappresenta in media un terzo del tempo che ci è dato e, pur non sapendo perché, siamo certi di non poterne eludere il bisogno. Il sonno sta vivendo un momento di particolare fortuna, o così si potrebbe dire se si parlasse “soltanto” dell’ultima moda, del trend passeggero per cui un titolista intrepido potrebbe spingersi a dichiarare che dormire è diventato cool. Ma è anche questo, a dire il vero: l’attenzione e l’interesse collettivo verso il terzo semi-cosciente della nostra vita sono aumentati in maniera sensibile, come dimostrano quei fine cena in cui prima si parlava di diete, scarpe da scegliere per la corsa o corsi di yoga, e che oggi risultano sempre più spesso monopolizzate da frasi sulla falsariga di “non riesco a dormire quanto vorrei” e “voglio ottimizzare le mie ore di sonno”.

Dormire, inteso come atto biologico finalizzato al riposo dell’individuo, nella storia ha sempre avuto un ascendente particolare sull’uomo: le pitture rupestri delle grotte di Lascaux, scoperte nel 1940 in Francia e risalenti a circa 18 mila anni fa, sono le prime tracce registrate di un sogno. E dai tempi in cui i nostri antenati sognavano di cacciare bisonti non abbiamo mai smesso di chiederci cosa significhi abbandonarsi al pilota automatico che ci traghetta al di là della notte: all’epoca dei faraoni egizi si trattava di un modo per conoscere la volontà degli dei, per Cicerone più mestamente era l’«immagine della morte», mentre il rabbino Ismaele nel Talmud, forse per primo, vedeva nella produzione onirica di ciascuno complessi sistemi di simboli della sua vita interiore.

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Chiudere gli occhi e affidarsi al proprio inconscio continua ad avere connotati quasi magici, ma mai come oggi è stato un prodotto preciso della contemporaneità, una superficie liscia in cui rivederla riflessa in controluce. La simil-ossessione per il benessere e il “naturale” è approdata al sonno, producendo, tra le altre cose, una cornucopia di app, servizi e device che dichiarano ambiziosamente di poterci riconciliare con come (e quanto) dormiamo. Beddit ad esempio, un’applicazione per smartphone tra le più utilizzate, consegna quotidianamente all’utente uno “sleep score” compreso tra 1 e 100, unito a consigli personalizzati per migliorare la propria “sleep efficiency”.

I segnali che rendono manifesta l’improvvisa golden age del dormire però non si esauriscono nelle app, e per accorgersene basta ampliare la portata dello sguardo. Uno dei casi letterari dell’editoria nordamericana di quest’anno si intitola The Sleep Revolution: è il libro-manifesto con cui Arianna Huffington ha deciso di mettere da parte il suo ruolo di direttrice dell’Huffington Post per (citando la tagline del libro) «cambiare la vita, notte dopo notte». La nuova impresa milionaria di Huffington, Thrive Global, organizza corsi per privati e aziende per dare una spallata alla dittatura culturale del burnout, o di quel sistema di pensiero che vede nel riposo una perdita di tempo da minimizzare. Per promuovere il suo nuovo saggio, ad aprile l’imprenditrice ha anche messo in palio su Airbnb un soggiorno nella sua lussuosissima camera da letto newyorkese di SoHo, il suo «tempio del dormire».

Non è un caso che quello del sonno è un business sempre più fiorente: come si legge in un articolo uscito sul sito The Ringer alla fine di settembre, infatti, «i materassi sono i nuovi iPhone». Un recente rilevamento di mercato di Furniture/Today ha rivelato che i Millennial americani scelgono le componenti dei loro letti con l’ansia e la meticolosità di norma riservati all’ultimo gadget tecnologico imperdibile. Casper, l’azienda di materassi che sta provando a re-immaginare la “sleep experience” americana, ha captato lo Zeitgeist e contribuito alla messa online di Van Winkle’s, una rivista verticale editorialmente indipendente che esplora e approfondisce i misteri del sonno (il riferimento è a “Rip van Winkle”, un celebre racconto ottocentesco di Washington Irving: Rip è un uomo di origine olandese molto pigro, che un giorno si addormenta sotto un albero ai piedi delle Catskill Mountains per quello che crede sarà il solito riposino; si risveglierà soltanto vent’anni dopo).

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Questo momento storico ci dice che è importante riposare bene, e quindi anche, per diretta conseguenza, che è necessario conoscere cosa impedisce il sonno, quello che Dumas padre definiva «una divinità capricciosa che proprio quando la si invoca, si fa aspettare». L’insonnia, nonostante ciò che si potrebbe intuitivamente pensare, è anch’essa vecchia come il mondo: già Marziale, in uno dei suoi epigrammi più noti, si lamentava di non riuscire a dormire come avrebbe voluto quando risiedeva a Roma, urbe forse eterna ma di sicuro troppo caotica per chi era in cerca di riposo.

I ritmi di circadiani hanno sempre tenuto il passo dell’innovazione tecnologica e sociale: gli antichi romani coevi di Marziale, ad esempio, si alzavano prestissimo al mattino – spesso prima dell’alba – perché la luce serale non esisteva. A centinaia di anni di distanza, con l’invenzione dell’illuminazione urbana moderna e l’avvento capillare dei lampioni, portato a compimento nel mondo occidentale a metà del ventesimo secolo, l’uomo ha iniziato a cambiare le sue abitudini concernenti i cuscini. Come l’americana Jane Brox ha scritto nel suo saggio Brilliant, The Evolution of Artificial Light, chi passa settimane senza luce artificiale (i membri di gruppi di viaggi a contatto con la natura incontaminata, tipicamente) sperimenta ciò che gli esperti della materia chiamano “sonno diviso”: fasi di addormentamento profondo alternate da fasi di veglia nel mezzo della notte.

Oggi invece è la tecnologia, quella che teniamo in tasca o sul comodino, ad avere influito sul nostro modo di dormire: «Prima che la tecnologia provasse a correggere il sonno, l’ha rovinato», scrive la stessa McHugh su The Ringer. Gli schermi che guardiamo come prima cosa al mattino e ultima la sera – quando non ci concediamo consultazioni notturne – producono una luce blu artificiale che il nostro corpo interpreta grosso modo come un “è mattina, preparati a svegliarti”. Non è un’alterazione priva di rischi: per qualcuno dormire con lo smartphone in posizione strategicamente vicina aumenta la probabilità di contrarre tumori, diabete, malattie cardiache e l’insorgenza di depressione.

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Per capire meglio che cos’è il sonno oggi ho deciso di chiederlo ad alcune persone che dormono in modo diverso, e che hanno rapporti differenti col proprio riposo: Lucia si occupa di architettura, e quando le parlo del nuovo trend sembra scettica: «Anni fa, quando avevo voglia di stare fuori di più dormivo tre ore per notte e stavo molto bene lo stesso. Poi ho iniziato a svegliarmi alle due del pomeriggio, a non sentire la sveglia: un disastro, nemmeno Oliver Sacks avrebbe potuto farci qualcosa. Ho avuto anche una di quelle app intelligentissime, una delle prime (era il 2010)… niente, non è servita a un cazzo». E poi conclude: «Forse il punto non sta tanto nella qualità del sonno quanto in quella del giorno. La cosa interessante forse può essere chiedersi: e tu cosa fai ogni giorno per dormire bene?».

Anche perché, a tal proposito, un altro dato rilevante è proprio quello dei disturbi del sonno, sempre più diffusi e combattuti. A marzo diversi media italiani riportavano che oltre 9 milioni di nostri connazionali soffrono di insonnia cronica, e nel contempo più del 45% della popolazione sperimenta forme d’insonnia transitorie, ma ugualmente seccanti. Forse abbiamo davvero bisogno della «sleep revolution» di cui parla Arianna Huffington? Massimo, che ha poco meno di quarant’anni e ha appena comprato casa con la compagna, mi dice di aver passato «parecchio tempo a scegliere, più che il letto, il materasso»: si è affidato anche ai suoi amici e contatti di Facebook, ricevendo «una valanga di commenti» da parte di persone che non immaginava essere così perite nell’arte del riposare.

Mai come oggi il dormire è stato un prodotto della contemporaneità, una superficie in cui rivederla in controluce

Sono passati poco più di cinquant’anni dalla prima volta che qualcuno ha usato il termine “circadiano” (il professor Franz Halberg dell’Università del Minnesota, era il 1959), e poco più di quaranta dalla fondazione dal primo centro di ricerca specializzato nelle malattie del sonno, lo Sleep Research Center dell’Università di Stanford, attivo dal 1970. Il modello più recente di classificazione delle fasi del sonno è del 2007. Gli studi settoriali sono poco lontani dal loro anno zero, ma guardando dallo spioncino delle porte che stanno per aprirsi si intravedono meraviglie: soltanto negli ultimi anni e mesi si è iniziato a capire cause e dinamiche delle paralisi ipnagogiche, ad esempio, quel particolare disturbo che impedisce al cervello di comunicare con efficacia al corpo che si è svegliato, separando per lunghi minuti la coscienza dall’abilità motoria: secondo Brian Sharpless, ricercatore della Pennsylvania University, le allucinazioni e le testimonianze di “esperienze extracorporee” riportate da alcuni pazienti apparterrebbero a questa condizione. Soltanto il mese scorso il giornale accademico Biological Psychiatry ha pubblicato un paper che apre alla possibilità di nuove cure della schizofrenia osservando gli sleep patterns di chi ne è affetto.

Francesco, 35 anni, ricercatore e traduttore editoriale, vive con la compagna e il figlio di un anno in una zona in via di gentrificazione di Parigi: «Lavorando più che altro da casa, il mio rapporto col sonno è generalmente sereno (sono di quelli che piombano nel mondo dei sogni appena posata la testa sul cuscino), ma oltre le 7-8 ore quotidiane scatta un senso di colpa atavico. Mai meno di 7, mai più di 8. Se dormo anche solo un minuto in più mi scattano gli incubi sul liceo, una sorta di mia sveglia interiore», dice Francesco, aggiungendo «ho provato a comprimere le ore di sonno, specialmente quando mio figlio era appena nato, ma alla lunga è una strategia stupida». Il rapporto col sonno dell’accademico parigino medio, sostiene, è «quasi schizoide. Molta gente che fa le nottate. Un’amica, nei primi anni in cui ci eravamo trasferiti qui, ci scriveva alle 4 del mattino. Tutti i ricercatori fanno così, specie quando hanno figli. Vanno a letto verso le 20 e si alzano alle 4 per lavorare un po’… è un costume diffuso».

Si potrebbe dire che abbiamo appena cominciato a dedicarci davvero al sonno come fatto biologico e fenomeno culturale, e di certo si può dire che abbiamo scoperto una galassia rarefatta e in divenire, difficile da comprendere ed entusiasmante da esplorare. E forse abbiamo anche trovato la conferma a ciò che John Milton scriveva quattro secoli fa, a questo punto non senza una certa lungimiranza: «Cosa ha a che fare la notte con il sonno?».

Dal numero 29 di Studio, in edicola
Fotografie di Alessandro Oliva
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