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Ripartire da miart

Milano non è una città competitiva a livello internazionale, sul piano dell'arte contemporanea? Edizione dopo edizione il miart punta a delegittimare questo assunto.

Non è abbastanza: quante volte, parlando di Milano, abbiamo sentito pronunciare queste parole. O, di contro, le abbiamo dette noi stessi. Milano ospita eventi interessanti ma non come quelli che vengono organizzati a New York o Shanghai; è vivibile, ma non come Copenhagen o Barcellona; è percorribile ma vuoi mettere la metropolitana di Londra, per non parlare di Tokyo dove i treni arrivano sempre un minuto in anticipo. E poi è un hub per la moda e il design, ma si contende lo scettro con Parigi e Londra e di nuovo New York. E, ancora: rincorre i trend, non li genera. Sa essere eccentrica, ma in fondo è una cittadina di media grandezza, con un costo della vita nella media. Ma, soprattutto: Milano, pur avendo un’anima artistica tutta sua, sembra non spiccare mai il volo. Non è abbastanza art-oriented, insomma.

Discorsi così se ne sentono a fiumi – anche se ora il chiacchiericcio è focalizzato sul “mancano tre settimane a Expo e c’è troppo da fare: i lavori non finiranno in tempo”, e non a caso – e, come in tutte le leggende, un pizzico di fondamento ci sarà pure. Però bisogna anche dire che di sforzi, per arricchire la città e chi la abita, ne sono stati fatti. Anche sul piano dell’arte contemporanea. I risultati si vedono: il Pac, Padiglione d’Arte Contemporanea (spoiler: ne abbiamo parlato con Massimo Torrigiani sul numero di Studio che esce la prossima settimana, il n°23), è tornato ad essere uno spazio di riferimento grazie a mostre temporanee – l’ultima, in allestimento fino al due giugno, è la retrospettiva su David Bailey, Stardust. E poi, in attesa della mostra La Grande Madre, con la quale la Fondazione Trussardi porta l’arte contemporanea in uno dei luoghi simbolo della città in sinergia con il Comune di Milano, il 9 maggio aprirà i battenti la tanto attesa Fondazione Prada, voluta da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli e destinata non solo a diventare un punto d’incontro intellettual-chic, ma ha anche allargato i confini della città, per i milanesi e gli stranieri. Molto bolle in pentola: pronti o meno, si sta per aprire un semestre decisivo per Milano e il suo ruolo internazionale.

Sebbene in ascesa, il miart non punta a diventare un nuovo Salone del Mobile: «L’arte contemporanea non è il design»

Cavalcare l’onda dell’attenzione internazionale, sfruttando un momento già di grande visibilità per la città per promuoverla ulteriormente, è corretto e vantaggioso. Expo è un’occasione da non perdere soprattutto perché creare interesse non è semplice e Milano ha forse sofferto di questo più di ogni altra cosa: quel “non abbastanza” di cui si parlava in attacco ne ha stroncato, in parte l’ascesa.

Impegnarsi costantemente nel migliorare un prodotto – o, in questo caso, l’offerta culturale della città – è difficile, ma non impossibile. miart, per esempio, lo fa da anni. L’edizione 2015 parte oggi a Fieramilanocity con la partecipazione di 154 gallerie. Settantadue sono estere (che corrispondono al 46% del totale): venticinque provengono dagli Usa e ventitrè dal Regno Unito. «Volevamo diventasse una fiera sempre più internazionale – spiega Vincenzo De Bellis, direttore artistico di miart per il terzo anno consecutivo – e così è stato: tre anni fa le gallerie straniere erano 12: c’è stata una crescita della presenza estera del 700%».

De Bellis – che quando parla con Studio al telefono è impegnato nella definizione di una serie di dettagli tecnici della fiera prima del suo inizio: «lì mancano le luci», dice a qualcuno in una pausa dalla conversazione – è un curatore con i piedi ben piantati a terra: conosce le potenzialità della fiera, ma anche i limiti – della fiera e della città. «Dirò una cosa forse autoreferenziale, ma è la mia opinione: miart è stato protagonista di un miglioramento dovuto al fatto che, insieme a Fiera Milano e con il supporto del Comune, ci siamo messi a coordinare attività che prima non lo erano. Una delle pecche di questa città è la mancanza di una sinergia tra gli attori: sarebbe stato bello, per esempio, che il Pac e la Gam avessero in allestimento mostre rilevanti di arte contemporanea in concomitanza con la settimana del miart».

Affinché Milano accresca il proprio appeal come città dell’arte contemporanea, anche attraverso la suddetta fiera – «Intendiamoci: il miart non potrà mai avere il ruolo che oggi è di Frieze o di Art Basel», dice, pragmatico, De Bellis – bisognerebbe dunque che la città ospitasse «mostre dal peso internazionale, che non vuol dire necessariamente “di artisti stranieri”» e «si puntasse più sulle mostre di qualità che su quelle Blockbuster: penso a un Gerard Richter a Palazzo Reale al posto di Van Gogh». De Bellis vede positivamente l’ascesa di alcune realtà private che, passo dopo passo, stanno contribuendo a rafforzare il dna artistico di Milano: «Hangar Bicocca e la Fondazione Trussardi – dice – ma anche la Fondazione Prada che aprirà tra poco: fanno un lavoro decisivo e, in parte, sopperiscono alla mancanza delle istituzioni».

Sebbene in ascesa, il miart non punta a diventare un nuovo Salone del Mobile: «L’arte contemporanea non è il design: non è fruibile su larga scala allo stesso modo. Miart è una fiera fiera gioiello: non deve crescere numericamente, ma a livello qualitativo. E poi deve entrare nel cuore della città, diventando parte integrante del suo dna. È un percorso non facile, lungo il quale ci siamo avventurati e ci stiamo muovendo lentamente. Ma ci stiamo muovendo».

Il format di miart continua a fare leva su quattro sezioni: la prima e più importante si chiama Established e conta 105 espositori – suddivisi nelle sottosezioni Master, per le gallerie che propongono artisti storicizzati; Contemporary, dedicata alle gallerie specializzate nel contemporaneo; e First Step, nuova sottosezione dedicata alle gallerie già riconosciute a livello nazionale e internazionale che partecipano a miart per il primo o il secondo anno, e alle gallerie che da Emergent passano alla sezione Established. La seconda si chiama Emergent ed è riservata a 19 gallerie d’avanguardia focalizzate sulla ricerca sui giovani artisti,: 16 sono stranieri e sei sono al loro debutto alla fiera. Poi c’è THENnow, che presenta, su invito, 18 gallerie nelle quali sono messi a confronto un artista storico e uno appartenente a una generazione più recente; e infine Object che ospita 12 gallerie attive nella promozione di oggetti di design contemporaneo concepiti in edizione limitata come fossero vere e proprie opere d’arte.

 

Nella gallery, una selezione di opere

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