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Venezia, red carpet da parrocchia

La premiazione della Biennale di cinema: perché è più simile alla Corrida di Corrado che al Festival di Cannes

È un luogo comune. È una cosa che ci annoia e ci deprime. È una cosa che ci siamo detti un miliardo di volte. Ma è una cosa verissima e che va spesso ribadita. Noi italiani, in ambito entertainment, facciamo veramente pena. La nostra capacità di sapere prendere un evento mediatico e di trasformarlo in qualcosa di grande, di divertente, di godibile dal punto di vista del fruitore, è nulla. Zero totale. Se escludiamo l’unico ambito in cui ancora nel nostro paese si riesce ad applicare l’epica – ovvero il calcio – siamo un popolo, televisivamente parlando, infantile. Inutile che vi stia a portare esempi come il Superbowl, che poi ci esplode il cervello; pensate molto più banalmente alla differenza tra Britain’s e Italia’s Got Talent. Non c’è gara: se guardate quello della perfida Albione, dopo solo quattro minuti avete pianto, avete riso, vi siete arrabbiati, commossi, avete telefonato a vostra madre per dirle che avete appena compreso l’importanza della vita e che nonostante tutto le volete bene. Dopo quattro minuti di quello italiano, v’è venuto in mente la Corrida di Corrado, siete diventati rossi per l’imbarazzo e avete cambiato canale. Questo è solo l’esempio più facile che m’è venuto in mente: è una cosa che possiamo applicare al 90% di quello che vediamo in televisione. Ma è più vero del vero se applicato alla premiazione del Festival di Venezia.

È chiaro che la nostra idea televisiva di “premiazione legata al mondo del cinema” è una e una sola: la notte degli Oscar. E ok, torniamo al problema del Superbowl: poi ci esplode il cervello. Per onestà bisogna anche dire che il Festival di Venezia equivale a un + 10 di qualità e serietà cinematografica rispetto agli Oscar, dove i premiati sono giustamente i produttori e i blockbusteroni dal budget più alto del p.i.l. dello Zimbawe (e ci mancherebbe altro). Per cui in realtà, il paragone più adeguato dovrebbe essere: premiazione Festival di Venezia vs. Festival di Cannes. Ma il risultato non cambia: ci esplode il cervello. Il problema con il Festival di Venezia è la volontà di risultare in primo luogo come un festival di cinema importante dal punto di vista qualitativo. Ma insieme a questo aspetto, c’è la volontà di sfruttare il glamour dell’evento per far vedere a tutti che anche noi: feste, vip, red carpet, mondanità, eccetera. Conseguenzialmente, la parte più importante di questo Festival, la premiazione, sulla carta è un mega evento. E poi invece, tutti gli anni, ricorda una recita parrocchiale.

Quest’anno, a onor del vero, è stata la più bella e la meglio organizzata a cui abbia mai assistito. E se l’avete vista, se anche voi avete potuto ammirare l’incredibile disastro che è stata, potete immaginare com’erano le altre. Cominciamo con una nota positiva: il presentatore di Rai Movie posto fuori dalla sala Grande, sul red carpet. Parliamo di Livio Beshir: figo, nero, giovane, spigliato e preparato. La persona giusta al momento giusto. Il problema però è già evidente: Beshir è una persona con in mente una chiara idea di spettacolo. Una persona chiamata a svolgere quel lavoro con negli occhi la serata degli Oscar. Ne avrebbe anche le possibilità, ma non è aiutato da tutto quello che lo circonda. Primo problema: sul red carpet non hai Michael Fassbender, ma Robbie Ryan, direttore della fotografia premiato con l’Osella per il miglior contributo tecnico per il suo lavoro su Wuthering Heights. Secondo problema: nessuno sa chi sia Robbie Ryan. Grave? Non particolarmente se siete vi occupate di calcoli statistici o di assicurazioni per autovetture. Un po’ di più se il vostro lavoro è raccontare la premiazione del Festival di Venezia. Il fatto di non conoscere Ryan ha due conseguenze: il regista inquadra una persona che attraversa il red carpet e viene insistentemente chiamata dai fotografi. La voce del presentatore non dice chi stiamo guardando. Ora, io di lavoro non faccio la televisione, ma penso che questo sia un errore. Come penso sia un errore avere i microfoni d’ambiente più alti di quelli delle persone che parlano o vengono intervistate. Come penso sia un errore avere delle inquadrature nonsense di pali della luce. O mostrare un red carpet su cui sembra passare chiunque: poliziotti, fotografi, addetti stampa, gente a vanvera. Da una parte un’idea di spettacolo, dall’altra una resa che è la spiegazione ufficiale del modo di dire “vorrei ma non posso!”.

Ma i veri problemi cominciano all’interno della Sala Grande, dove avviene la vera e propria premiazione. Qui la regia si fa a tratti inguardabile. La maggior parte delle volte si inquadra la cosa sbagliata al momento sbagliato: non c’è nessun tipo di costruzione della suspense, chi sale sul palco non viene mai seguito dalle camere, il pubblico viene mostrato solo quando si ha la certezza che siano tutti fermi immobili, possibilmente sbadiglianti e vecchissimi. Non c’è assolutamente nessun tipo di ritmo, mancano i nomi di coloro che assegnano o ritirano il premio in sovraimpressione. Oddio, adesso che ci penso, per la prima volta nella storia di Venezia, ogni volta che qualcuno saliva sul palco, sullo schermo della Sala Grande c’era scritto chi aveva vinto cosa e per quale film. Ma la regia inquadrava il tutto, giusto perché era lì: non c’era nessuna premeditazione o volontà. C’è una traduttrice in un angolo del palco che non viene mai inquadrata e che, poverina, non sa quando tradurre. E poi c’è il momento del sommo imbarazzo. Funziona così: dopo che qualcuno ha ritirato il premio, dopo che ha fatto il suo discorso, rimane sul palco per almeno un minuto a farsi fotografare. Questo blocca completamente lo spettacolo: mentre – esempio a caso – Deane Yep si fa immortalare con la Coppa Volpi in mano da un esercito di esagitati che urlano “Ah Deaneeeeeeeeeeee!”, la regia allarga e c’è una totale della Sala Grande. Risultato: non viene inquadrato nulla d’interessante. L’addetto all’audio s’è dimenticato di escludere i microfoni della Puccini e di Müller. Risultato: in sottofondo si sente bofonchiare qualcosa di indefinito. Non c’è un commentatore che spieghi quello che sta succedendo, commenti o anticipi quale sarà il prossimo premio. Risultato: c’è un (simil) imbarazzato silenzio e una totale inattività, nel bel mezzo di quello che dovrebbe essere uno spettacolo. Ripeto: non ho biennalizzato l’esame Teorie e Tecniche per Trasformare un Evento in Uno Spettacolo Televisivo Decente, ma qui siamo veramente vicini al ridicolo. Soprattutto per il fatto che, lo ribadisco, l’idea sembrerebbe quella di mostrare lagrandeur del Festival di Venezia. Peccato: raramente come in quest’edizione sono stati premiati dei film belli e importanti. Meritavano tutti un trattamento differente. In primis il Festival e il suo bravissimo direttore artistico.


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