Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Vecchi volponi a Wall Street, ieri e oggi

The wolf of Wall Street è un gioiello che segna il ritorno di Martin Scorsese a Quei bravi ragazzi, e ora Leonardo Di Caprio si merita proprio un Oscar.

Giovedì scorso, grazie a Studio Sottocorno, c’è stata l’attesissima anteprima stampa in lingua originale con sottotitoli in italiano del nuovo film di Martin Scorsese, The wolf of Wall Street, che sarà in sala regolarmente da giovedì 23 gennaio. Mettiamo subito in chiaro le cose e togliamoci il pensiero: si tratta del miglior film di Scorsese dai tempi di Casinò, ovvero dal lontano 1995. Non che il resto della sua produzione sia stato scadente, ci mancherebbe altro, ma forse qualche meccanismo era entrato in crisi. Dopo Casinò è stata la volta di Kundun, un film sicuramente atipico, unico nella filmografia del regista italo americano. Due anni dopo, nel 1999, esce Al di là della vita, forse il titolo più enigmatico di tutta la sua carriera. Scritto con il vecchio socio Paul Schrader, doveva essere nelle intenzioni una sorta di versione aggiornata di Taxi driver. In realtà il risultato non fu all’altezza delle aspettative e, pur essendo un tentativo coraggiose e pazzo, il film oggi lascia uno strano ricordo nello spettatore. Era un capolavoro assoluto o è forse meglio che me lo riguardi? Rimangono una delle interpretazioni più sofferte e intense dell’amato/odiato Nicolas Cage, qualche ottimo momento surreale (la finta resurrezione officiata da Ving Rhames in discoteca) e una colonna sonora molto azzeccata. Successivamente, dopo la pausa documentaristica de Il mio viaggio In Italia, è la volta di quella che potremmo considerare la sua seconda fase artistica. I titoli che possiamo far rientrare in questa categoria sono: Gangs of New York, The aviator, Shutter island e Hugo Cabret.

Facciamo un breve salto nel passato: ricordate la premiazione dei Golden Globe del 2010? Uno dei momenti più belli fu proprio l’assegnazione del premio alla carriera, il Cecil B. De Mille Award a Scorsese. A consegnarlo, i due suoi attori più rappresentativi, quelli che per anni hanno funzionato come ipotetici alter ego: da una parte Robert De Niro, dall’altra Leonardo DiCaprio. Questo però è solo il più evidente dei cambiamenti nella carriera del regista. I suoi nuovi film sono differenti. Forse un po’ meno belli di quelli con cui abbiamo imparato ad amarlo, ma non è quello il dato più importante. Scorsese sembra più interessato a mettere su pellicola il suo amore totale per l’arte cinematografica, la sua preoccupazione per la salvaguardia e la restaurazione delle pellicole. I richiami a Griffith in Gangs of New York, la golden age di Hollywood in The Aviator, le strizzate d’occhio a Val Lewton e Hitchcock in Shutter island e infine lo sfacciato amore per Georges Méliès (e non solo) di Hugo Cabret. Scorsese si spinge ancora più in là e sperimenta con il digitale, azzarda con il 3D; utilizza le nuove tecnologie in modo evidente e sfrontato, tentando di piegarle al proprio volere e alle proprie esigenze artistiche. Ancora: gira un thriller, si affida a generi che non ha mai frequentato, ma che ovviamente conosce a menadito. Si tratta di un regista che si vuole evidentemente smarcare da un’idea che rischia di diventare preconcetta e vecchia. Forse è solo un’impressione, ma sembra che dopo il 1995 Scorsese abbia corso il rischio di diventare per molti il regista dei mafia movie, quello di Quei bravi ragazzi e Casinò, oppure quello di Toro scatenato e Taxi driver. Ma è sempre stato molto altro: perché esistono altri capolavori come L’Età dell’innocenza, Fuori orario, Re per una notte.

Oggi non dobbiamo avere solo paura di Joe Pesci che ci attende in un losco bar nottetempo per ucciderci a colpi di penna nel collo, ma anche di coloro che agiscono indisturbati e alla luce del sole ai piani alti dei palazzi

Immagino molti di voi abbiano visto l’ultimo film di David O. Russell, American Hustle. Si tratta certamente di un buon film, con un ottimo cast e un buona storia. Ha solo un unico grande difetto: Scorsese esiste già. Guardando American Hustle non si può non pensare di trovarsi davanti a una delle operazioni più smaccatamente derivative degli ultimi anni. Va però detto che questo è solo l’ultimo titolo di una lunga serie di pellicole che hanno elevato Quei bravi ragazzi e Casinò a genere cinematografico. Ricordate film come Sleepers di Barry Levinson o Donnie Brasco di Mike Newell? Non si tratta di brutti film, ma di pellicole che scontano un debito evidente verso i due titoli originali. Lo stesso tipo di montaggio, la stessa cura nella colonna sonora e nella ricostruzione storica, lo stesso utilizzo del voice over del protagonista che spiega e introduce lo spettatore nei meccanismi di quel mondo. Non si tratta, anche se mi rendo conto che il discrimine è moto labile, di una reinterpretazione “autoriale” come quella fatta da Paul Thomas Anderson per Boogie nights (o nel caso di Magnolia con Altman), ma proprio lo sfruttamento di una serie figure e temi talmente forti e potenti da essere diventate con il tempo un genere cinematografico a se stante. Tenendo presente questo discorso, la seconda parte della carriera di Scorsese assume un ulteriore significato. Per questo fa impressione vedere come The wolf of Wall Street sia, inaspettatamente, un ritorno proprio a quella fase.

Questa sua ultima fatica è infatti molto simili per certi versi a Quei bravi ragazzi o a Casinò, tanto da poter essere considerata un seguito o un’evoluzione. Tutti gli elementi che abbiamo indicato poco sopra come identificativo di questo (sotto)genere sono infatti tutti presenti ma sono comunque in parte lievemente modificati o rielaborati. In prima battuta, non si tratta di una storia di mafiosi: certo, c’è la malavita, c’è la droga, ci sono i crimini. Ma non sono più quelli stradaioli e di quartiere, legati alle dinamiche della Famiglia. Questa volta il campo d’azione è la finanza. Leonardo Di Caprio interpreta Jordan Belfort, uno spietato broker che tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta è riuscito a costruire un vero e proprio impero con una serie di frodi fiscali, ma che soprattutto ha cambiato le regole del gioco a Wall Street. Con lui e i suoi adepti la finanza, anche grazie a uno smodato uso di droghe, è diventato un gioco pericoloso ed estremamente aggressivo. L’idea è quella di creare una linea di continuità tra, chiamiamoli così, i fuorilegge old school e invece quelli della nuova generazione. Oggi non dobbiamo avere solo paura di Joe Pesci che ci attende in un losco bar nottetempo per ucciderci a colpi di penna nel collo, ma anche di coloro che agiscono indisturbati e alla luce del sole ai piani alti dei palazzi.

The wolf of Wall Street è quindi la vera evoluzione di Quei Bravi RagazziCasinò: lo stile è lo stesso ma qui è gonfiato, esasperato, costantemente esagerato

Il film è tratto dall’omonima autobiografia del vero Belfort e da una serie di articoli usciti nel tempo su Forbes e si avvale di un cast a dir poco straordinario. Jonah Hill, attore solitamente impegnato nelle commedie della larga famiglia Apatow, dopo Moneyball dà ancora prova di essere assolutamente straordinario e di avere in sé potenzialità infinite. Una piccola parte è affidata a colui che da ormai qualche anno sembra essere impossibilitato a sbagliare un film o una parte, ovvero Matthew McConaughey. L’attore dall’irresistibile accento texano sconta una lunga partecipazione a una serie di commedie romantiche che l’hanno reso poco digeribile a una larga e miope parte del pubblico, ma si tratta di un gravissimo errore. McConaughey è sempre stato bravissimo (lo ricordate in Dazed and Confused di Linklater o in Contact di Zemeckis?) e qui riesce a portare a casa cinque minuti di film che difficilmente vi potrete scordare. Niente da dire anche sulla lunga galleria di caratteristi come Jon Favreau, Rob Reiner (!), Jean Dujardin o Kyle Chandler, ma la parte del leone la fa proprio lui, Di Caprio. Come detto per McConaughey, l’attore sconta ormai da quasi vent’anni il fatto di essere stato un ragazzino più che belloccio e di aver partecipato quasi a inizio carriera a Titanic. Questo che l’ha trasformato in uno dei più facili bersagli cinematografici di tutti i tempi. Fortunatamente oggi possiamo serenamente non solo dire che Titanic era e rimane un bellissimo film, ma che Leonardo Di Caprio è tra i più bravi attori che abbiamo la fortuna di vedere in azione oggi su grande schermo. Sarà anche la perfetta sintonia che ha sviluppato con Scorsese, ma in The wolf Of Wall Street è semplicemente perfetto. Perennemente sopra le righe, incessantemente folle come il film di cui è protagonista, Di Caprio non sbaglia nulla. Quando guarda in camera parlando direttamente allo spettatore e nel frattempo parte “Gloria” di Umberto Tozzi, o nel monologo che fa alla sua ciurma di pirati nel momento in cui riesce a chiudere un affare multimilionario con lo stilista di scarpe Steve Madden, viene proprio da alzarsi in piedi, battere le mani ed esclamare: “Signori, mi sembra giunto il momento di dare un Oscar a questo eccezionale attore!”.

The wolf of Wall Street è quindi la vera evoluzione di Quei bravi ragazzi e Casinò: lo stile è lo stesso ma qui è gonfiato, esasperato, costantemente esagerato. Questa comporta ovviamente delle conseguenze anche tematiche. In 180 minuti di film non c’è un momento di pausa, non esiste alcuna pausa riflessiva. Forse è anche per questo motivo che questa volta sono totalmente assenti la rielaborazione della colpa o del peccato. Al contrario c’è solo l’accettazione di questi concetti. Jordan Belfort abbraccia tutto ciò che possiamo considerare Il Male, senza alcuna remora o indecisione.

 

Immagine: una scena di The wolf of Wall Street

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg