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La fine delle vacanze

Finisce agosto, si riaprono case lasciate vuote, si guardano frigoriferi senza cibo. Una testimonianza personale sul significato del ritorno.

Quando sono tornato a casa dalle vacanze, il giorno prima del grande terremoto, ho ricordato bene il momento in cui tornavo a Torino nei primi anni Ottanta, tra i 5 e i 10 anni, un’epoca marchiata a fuoco da catastrofi mai realizzate, principalmente nucleari, e altre gioie più vissute e meno annunciate.

Le cose, allora, per me, possedevano tutte il manto odoroso della moquette, che copriva quasi tutto il percorso calpestabile della nostra abitazione. La moquette si attacca al naso e non la togli più, e quando torni la cerchi perché porta alle narici la furia della polvere nascosta, in attesa di esplodere, in attesa di essere colpita e battuta all’insù dal peso indolore del camminare infantile, dritto verso la cameretta, a controllare se i giocattoli stavano ancora bene, se c’erano ancora tutti. Ecco la felicità di quelle superfici non lavate per almeno quattro settimane, vissute lontano dai nostri respiri, dalla nostra impronta negativa, dalla nostra impronta leggera, dalla nostra impronta di carbonio 214 rivolto al futuro, all’attenzione di archeologi con altre preoccupazioni rispetto alle nostre; magari di una civiltà in cui i dati viaggeranno alla velocità della luce e gli edifici non crolleranno per gli smottamenti della terra. Non contavo i giochi, ma li sentivo, e non avevo ragione di pensare che qualche elfo nero potesse distrarre dalle loro case i puffi, dalle loro scatole di scarpe i castelli Lego, dai loro scaffali i numeri di Topolino che amavo sopra ogni cosa, quelli che risalivano a un’epoca infantile precedente alla mia, quella dei miei fratelli, di mia zia, portatori sani di un’eco e un timbro molto diversi, colori più squillanti, meno pastello, meno plastica, più arancio violento e più verde silvestre: gli anni Settanta, nei quali gli albi di Walt Disney sembravano una versione per minori di Playboy.

Bedroom

Ma le vacanze, al ritorno, significavano anche frigo senza cibo. All’epoca non mangiavo mai al ristorante, e quindi era un evento straordinario: la cucina non giocava alcun ruolo nella mia mitologia, né in quella della mia famiglia, ma era bello aspettare di essere serviti, era bello vedere tutti insieme coinvolti in quella cena ordinata al cameriere, l’ultima prima di un lungo inverno di pasti ordinari.

Oggi la mia casa è vuota. C’è una stanza per mia figlia, che però vive la maggior parte della settimana da sua mamma. C’è una stanza per i giochi di mia figlia. C’è la mia stanza, che una volta era quella di mia figlia, poi è stata quella di sua madre, e ha una parete di lavagna rosa. La casa è affittata fino a novembre, dopodiché bisognerà spostarsi e dare alla propria vita la misura di una casa nuova, perché gli appartamenti seguono il ritmo dei ponti solidi o interrotti che stendiamo fra ciò che facciamo e ciò che vogliono i nostri fantasmi, e i nostri amori. Le famiglie si estendono. Le famiglie si moltiplicano. Le vacanze sono lo specchio distorto e illuminante di ogni singolo valore dimensionale e morale di cui nutriamo le nostre famiglie, quelle che lasciamo e quelle da cui proveniamo, quelle che inauguriamo e quelle che si fermano.

L’altra sera, al ritorno dalle vacanze, mentre immaginavo nuovi spazi e una nuova vita, che deve contenere quella vecchia, ho pensato che la cronologia dell’esistenza va trattata con generosità e apertura, e non bisogna giocare come fa la moda con il tempo: non bisogna essere violenti con le fasi della propria vita, con le camerette, con la moquette, con le debolezze, con le sciocchezze, con le strane storie che ci fanno deviare e le storie terribili che ci fanno fermare a pensare: il terrore, il terrorismo, il terreno che si muove: lo stemma di un’epoca che Susan Sontag aveva già definito come «sospesa tra una banalità assoluta e una paura indicibile». È una citazione che non voglio verificare, ora, perché so che il senso è corretto e tutto sommato mi piace la forma che ho dato alla sua idea, alla sua frase: così come adoro il sorprendente senso di nuovo, di casa-visitata-per-la-prima-volta al ritorno delle vacanze, e sono grato perché ritrovo i miei giochi, perché non si sono abbattute tragedie sulla mia polvere, perché gli amori e gli amici stanno bene, e viviamo in una bolla temporanea di enorme fortuna.

1950s Sitting Room

Ma voglio fare qualcosa. Non sono più disposto a non cedere una parte di questa fortuna. Perciò, mentre scorre su SoundCloud una traccia di John Frusciante, “Wayne”, una lunga suite per chitarra elettrica impostata sulla progressione in si maggiore accompagnata da tastiera e batteria, in onore e memoria di Wayne Forman, un suo amico morto troppo presto, vorrei trasformare questo testo in un appello, e fare qualcosa, ospitare persone; vorrei che qualcuno mi aiutasse a condividere l’appartamento di una famiglia che avrebbe potuto essere più felice in un luogo di temporaneo sollievo. Vorrei sottrarre la soglia, spostarla più in là, vivere con due sconosciuti più sfortunati di me, dislocati in un immobile del nord Italia piuttosto che in una tendopoli del centro Italia. So che non succederà.

Un amico avvocato mi fa notare che per ospitare in modo stabile delle persone devo avere il permesso della proprietaria. Un’amica mi fa notare che certi tipi di solidarietà emotiva sconfinano nell’esibizionismo. Un altro amico mi suggerisce di donare soldi. Ma se avessi spazio, e non avessi soldi? L’Italia è piena di case solide, in zone tranquille, senza persone dentro: l’Italia è piena di alloggi dignitosi e anche molto più che dignitosi, del tutto sfitti. Un’altra voce mi informa del fatto che gli sfollati spesso desiderano stare vicino al luogo del sisma, è una questione di cuore e di geografia. Non sarà facile condividere questo ritorno dalle vacanze con chi non ha più un luogo dove tornare. Non sarà facile togliersi il senso di colpa, e gli psicoanalisti avranno molto da fare nel prossimo futuro, perché la cronaca consegna così tanti colpi allo stomaco, di continuo, a tal punto e con tale frequenza da trasformare il senso dell’ovvio dell’esistenza in una società di massa: la statistica, ciò-che-dovrebbe-essere, è una magnifica tregua. Sento le eccezioni così vicine che avverto l’urgenza di tramutare tutto in un’eccezione.

Il ritorno dalle vacanze, specialmente in città, coincide con la graduale riapertura dei negozi: credo che andrò in un posto curato, ben illuminato, animato da un corpo appena tornato dalle vacanze, e comprerò un bel regalo da spedire a uno sconosciuto. All’età dei terremoti bisogna rispondere con l’epoca dei gesti azzardati. Se qualcuno busserà, aprirò.

 

Immagini Hulton Archive/Getty Images.
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