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Undici amici

Si chiama 11 Freunde, è tedesca e ha quattordici anni di età. È una delle migliori riviste calcistiche in circolazione e una delle più diffuse. Esce ogni mese e ha decine di migliaia di abbonati, ma in origine era solo una fanzine. Siamo andati a trovarli, per capire come funziona un magazine di calcio intelligente oggi.

BERLINO – Palisadenstrasse è una breve via incastonata al confine tra Prenzlauer Berg e Friedrichschain: una delle aree di Berlino su cui la ricostruzione di epoca DDR ha impresso gli esiti esteticamente più incerti. La prospettiva si caratterizza per una dentatura irregolare di enormi condomini identici tra loro e basse palazzine di un bianco che ha conosciuto giorni migliori. Le bombe del 1944/45 hanno obliterato qualunque impronta di un passato più remoto degli anni ’50, eccetto una: l’Umspannwerk Ost. Costruita nel 1900 per accogliere uno snodo della rete elettrica e parzialmente distrutta durante la guerra, elementi dell’Umspannwerk Ost sono sopravvisuti nella parvenza di una facciata che spicca sul circondario con la sua grazia. Oggi ospita il Kriminal Teather di Berlino (che non è una compagnia teatrale di pregiudicati ma un teatro stabile specializzato in mise en scène di testi di Agatha Christie e simili), un ristorante con arredi raffinati e pareti inverosimilmente alte e, subito sopra, due piani adibiti ad uffici. Al secondo di questi si annida la redazione di 11 Freunde, il più amato mensile calcistico tedesco, un modello di trattamento alto del beautiful game.

Fondato nel 2000 da due trentenni nativi di Bielefeld e tifosi dell’Arminia – il fotografo per metà cileno Reinaldo Coddou H. e il giornalista Philipp Köster11 Freunde nasce come fanzine sulle ceneri di un precedente progetto, altrettanto “fanzinaro”, del duo. Si chiamava Um halb vier war die Welt noch in Ordnung – ovvero Alle tre e mezza il mondo era ancora in ordine con un riferimento chiaro all’orario di inizio delle gare della Bundesliga di allora e uno, più velato, alle discutibili prestazione della loro squadra – e si trattava di una pubblicazione in bianco e nero piuttosto spartana ed espressamente pensata per i tifosi dell’Arminia, di cui raccontava gli alti e bassi con analisi approfondite, intelligenza e autoironia. Grazie a questi ingredienti, a fine anni ’90 la rivista si fece una piccola fama a Bielefeld e dintorni, e così, una volta chiusa quella parentesi e trasferitisi a Berlino, Koster e Coddou decisero di provare ad alzare il tiro, migliorando la resa grafica del progetto con l’adozione del colore ed estendendo la formula al racconto del calcio in generale.

«Per noi costruire una Fussballkultur non significa semplicemente intrecciare il linguaggio della cultura “alta” con il calcio ma semmai trattare il calcio con la dignità che merita»

Come mi racconta Philipp Köster, nel suo ufficio che sfoggia tre suggestive gigantografie del San Paolo di Napoli: «Il primo numero di 11 Freunde lo abbiamo realizzato quasi tutto da soli e con risorse limitate, stampandone 2500 copie vendute a mano fuori dagli stadi. L’unica cosa che sapevamo per certo era che volevamo realizzare una rivista che rendesse giustizia alla cultura che circonda il calcio, dal campo al tifo; un magazine capace di approfondire con qualità, ironia e originalità sia gli aspetti tattici e tecnici sia i fenomeni socio-culturali a esso legati». E Magazin Für Fussballkultur è appunto il payoff con cui si è presentato 11 Freunde ai suoi lettori, fin dal primo numero quattordici anni fa. «Per noi – aggiunge Köster – costruire una Fussballkultur non significa semplicemente intrecciare il linguaggio della cultura “alta” con il calcio ma semmai trattare il calcio con la dignità che merita quella che in Germania è stata senza dubbio la più importante e diffusa cultura popolare dell’ultimo mezzo-secolo».

Mentre chiacchieriamo Philipp lascia il tavolo in continuazione per sfilare dalla sua libreria i primi numeri di 11 Freunde o una delle tantissime riviste e fanzine di calcio internazionali che colleziona, dall’inglese When Saturday Comes alla spagnola Panenka passando per la svedese Offside. Le sfoglia con un entusiasmo febbrile, elogiando ciò che apprezza di una e criticando ciò che secondo lui potrebbe essere migliorato dell’altra, disquisendo di grammatura delle carte, di formati e croccantezza delle copertine con piglio da nerd dell’editoria di qualità più che da semplice giornalista sportivo. «Di questa rivista mi piace molto l’ironia… però insomma queste foto… dovrebbero sfruttare meglio gli archivi. Le immagini sono importanti, se usi delle brutte fotografie rischi di mandare il messaggio sbagliato, puoi anche avere degli ottimi testi ma finisci ugualmente con l’apparire sciatto come le pubblicazioni che trattano il calcio con pigrizia. Per questo una delle nostre prerogative è scegliere sempre con molta cura le immagini. Anche perché, senza uno sguardo speciale su ciò di cui trattiamo, non saremmo sopravvissuti fino a oggi in un mercato così vasto e frequentato da media con risorse infinitamente superiori alle nostre».».

Più ci addentriamo nella conversazione più diventa palese che Köster è la conferma vivente della validità della teoria di José Mourinho secondo cui “chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio”. E non appare quindi un caso che sulla sua scrivania, tra laptop, agende e pubblicazione sportive, occhieggino svariati numeri di riviste come New Yorker o Esquire. «Adoro il vecchio Esquire. Un pezzo come lo storico profilo di Frank Sinatra scritto da Gay Talese è esattamente il genere di giornalismo che amo, uno dei vertici nell’arte di raccontare. Per quanto quello stile sia ineguagliabile, mi piace pensare che i nostri articoli siano scritti con uno spirito simile».

Attualmente 11 Freunde vende 80.000 copie al mese su una tiratura di 120.000. Di queste ben il 50% va agli oltre 43.000 abbonati che rappresentano lo zoccolo duro di una readership tra le più affezionate di Germania, come dimostra il fatto che, in questi tempi di crisi dell’editoria cartacea, la rivista è stata una delle poche pubblicazioni tedesche a veder crescere il numero dei propri lettori. «Nel 2013 abbiamo venduto il 7% in più dell’anno precedente», quantifica Cristoph Biermann mentre mi presenta il resto della redazione: ventiquattro persone in tutto, perlopiù tra i 25 e i 35 anni, nutrita rappresentanza femminile inclusa. Cristoph, che con i suoi 53 anni è in assoluto il più anziano, lavora qui come caporedattore dal 2010, dopo un’esperienza decennale da giornalista sportivo prima alla Suddeutsche Zeitung e poi al Der Spiegel, ampiamente testimoniata dall’intricata mangrovia di press pass della Champions League che pende dalla sua lampada da tavolo. «Mi ha chiamato Philipp quando un grosso gruppo editoriale ha acquistato il 51% delle quote del magazine. Cercava qualcuno con esperienza e contatti per gestire l’ingrandimento». Il “grosso gruppo editoriale” in questione è Gruner + Jahr, un gigante con sede ad Amburgo e testate dalla Francia alla Cina, che, pur detenendo il pacchetto di maggioranza di 11 Freunde, ha concesso alla rivista uno stato di felice autogestione che sfiora la completa indipendenza: «La rivista va bene, nessuno si lamenta e quindi nessuno interferisce. Direi che è una situazione piuttosto buona per entrambe le parti», prosegue Biermann, appena rientrato dal Ghana dove si trovava per un reportage sul calcio locale che sarà pubblicato sul numero di giugno, ovviamente a tema Mondiali.

Terminato il tour della redazione, domando a Cristoph quali differenze ha notato tra il modo di lavorare e di scrivere di calcio che ha sperimentato a 11 Freunde e quello a cui era abituato nei contesti più generalisti delle sue passate esperienze: «La differenza principale sta nell’entusiasmo. A 11 Freunde vogliamo trasmettere al lettore la passione con cui scegliamo e raccontiamo le storie che pubblichiamo, che si tratti di grandi club e grandi personaggi del calcio mondiale o di piccole storie di cui nessuno si occuperebbe altrimenti. Sono due approcci differenti ma cerchiamo di trattarli con la stessa cura. In generale comunque ritengo che, tabloid esclusi, in Germania il calcio sia raccontato in modo soddisfacente e competente anche su pubblicazioni più generaliste della nostra. Quando ho iniziato però, ricordo che le cose erano molto diverse e se dicevo che volevo scrivere di calcio venivo guardato come a dire “ma vuoi davvero sprecarti in questo modo?”. Ora per fortuna non è più così».

«Quando ho iniziato, ricordo che le cose erano molto diverse da oggi, e se dicevo che volevo scrivere di calcio venivo guardato come a dire “ma vuoi davvero sprecarti in questo modo?”. Ora per fortuna non è più così»

Una delle storie più lunghe e impegnative pubblicate di recente da 11 Freunde fornisce la finestra perfetta sull’attitudine del giornale. Si tratta di un lunghissimo reportage sul Real Madrid uscito a settembre che, come mi ragguaglia sempre Cristoph, ha richiesto oltre un anno e mezzo di preparazione: «Abbiamo approcciato il club più volte e da più direzioni ma c’è voluta molta pazienza e diplomazia per riuscire ad avere l’accesso quasi totale a cui aspiravamo». Dopodiché, una volta avuto l’articolo in mano e constatata  la sua straordinarietà, la palla è passata al reparto grafico, il cui compito è stato di escogitare una soluzione di copertina in grado di valorizzare adeguatamente il lavoro giornalistico. Ne è uscito un numero infilato in una busta – con il consueto logo di 11 Freunde in nero su sfondo bianco in alto e tre vecchie glorie del Real Madrid al centro – che, una volta scartata, rivelava una copertina completamente bianca con la testata e il logo del Real Madrid in leggero rilievo, o come si dice in gergo cartotecnico, embossati. «Ci piace ispirarci a icone che esulano dal mondo del calcio in senso stretto, in quel caso l’ispirazione veniva dal White Album dei Beatles. Non siamo un magazine particolarmente ricco ma se possibile vogliamo offrire ai nostri lettori qualcosa di speciale in termini di qualità dell’impaginato. Vogliamo mostrare altre possibilità della stampa. È questo il genere di cura del nostro prodotto che mettiamo in ogni numero, niente di meno, e credo sia anche una delle ragioni per cui finora la crisi dell’editoria tradizionale ci ha risparmiato» chiosa Cristoph, alle cui spalle è appesa un’altro numero di 11 Freunde con un chiaro riferimento beatlasiano: un collage tra la copertina di Sgt. Peppers e i volti dei protagonisti della Bundesliga 2013.

Prima di ributtarmi nella bizzosa primavera berlinese che alterna scorci di sole a docce d’acqua, in cortile fumo un’ultima sigaretta con alcuni dei giovani redattori appena rientrati dalla pausa pranzo. Parliamo di Chelsea, Ibrahimovic, Guardiola, Simeone, Inter, Milan, Bayern Monaco e del Mondiale che si avvicina. Nonostante per loro questi nomi rappresentino il pane quotidiano, la discussione è ugualmente appassionata e affiatata, come quelle che si fanno al bar, tra amici. Ed è allora che mi ricordo da dove viene il nome 11 Freunde. È una citazione di Richard Girulatis, un leggendario allenatore tedesco dei primi del ‘900, che diceva così: «Elf (11) Freunde musst ihr sein, wenn ihr Siege wollt erringen», ovvero «Se volete vincere dovete essere undici amici». Ma anche ventiquattro può andare bene, in alcuni casi.

 

Dal numero 1 di Undici

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