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Una serata al casinò di Malindi

Fine estate malinconica tra microimprenditori veneti e atmosfere british. Manca Eleonora Giorgi col pechinese

Malindi. È uno dei ritrovi serali necessari in questa fine di estate, con gli ultimi italiani che si radunano qui, forse i più autentici e i più stanziali, mentre fuori finiscono i beach parties, e arrivano invece popoli e utenze diversamente low cost: etiopi, cechi e slovacchi e inglesi, con Malindi che perde un po’ la sua connotazione di Brescia o Verona o Ferrara sur mer, e un’aria più internazionale almeno fino a Natale, vera altissima stagione qui che culmina col capodanno (quando Flavio Briatore, genius loci controverso, dà una tradizionale festa di beneficienza in cui regala anche, dicono, caprette vive ai locali).

Arrivando col bici taxi (boda-boda), col moto taxi (piki piki), con l’apetta (tuk tuk) o col taxi vero e proprio, a seconda della propensione al rischio o del contatto con la natura che si desidera o del censo, in questo casinò di Lamu Road dalle architetture coloniali probabilmente finte ma credibili, ci si imbatte subito in un’aria condizionata polare considerata dagli intenditori la migliore di Malindi, anche se la corrente va e viene, come dappertutto, e l’intermittenza ha il suo pendant nelle lucine sul bancone del bar, dietro le bottiglie, tra gli specchi, non fattore natalizio ma festosamente perenne.

Nel bar, non manca niente: camerieri regali nei loro smoking bianchi; cameriere in blu con bordino beige; cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. Suona straziante il giusto, mentre sopra di lui un plasma manda immagini di qualche partita italiana. E il contrasto è forte tra gli ultimi avventori, tutti italiani, e l’aria da vecchio club coloniale, soprattutto con quell’odore inimitabile londinese: fatto forse di sigaretta vecchia più briciole d’anacardi (peraltro specialità autoctona malindina insieme alla noce nacadamia) più cuoio antico di poltrona. Qui le poltrone sono invece damascate, ai soffitti lanterne venezian-moresche, un grande Klimt finto tra le bottiglie di alcolici, e stuoli di barmen simpatici e dignitosi, che ci provano sempre – “another one?”, un po’ frustrati dalla clientela italica; che qui prende inopinatamente molte camomille (causa recessione in patria?) e al limite acqua tonica, nonostante i prezzi da bocciofila. Sugli alcolici, non si transige comunque dal tot-measure, il misurino metallico a clessidra che qui usano spietatamente tutti: 30 ml per il regular, 60 per il double: per ubriacarsi di conseguenza ci vuole molto tempo.

Stasera, mentre Francis suona languido, uno stuolo di veneti, maschi, di mezza età, in due tavoli. Al primo, piccoli imprenditori, con grandi accompagnatrici locali di folgorante bellezza appena maggiorenne, altissime, regali, che bevono drink adeguati, champagne o forse prosecco in onore degli sponsor. Gli uomini, invece, sobrie toniche e appunto camomille: tutti un po’ tristi, però, e le ragazze si capirebbe anche perché, ma loro no. Lost in traslation, tra l’altro: quelle parlano tra loro in swahili, gli accompagnatori in veneto stretto, vestiti anche esageratamente dimessi, come appena usciti di fabbrica, a Conegliano o Treviso o Castelfranco: magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”. Raggiungono le ragazze che sono già sedute e già tristi, intente ai loro iPhone (gestore Safaricom o Orange Kenya), che si fanno dare solo un bacino sulla guancia, casto, sobrio, malinconico. Senza guardarli.

In un altro tavolo, imprenditori più gentrificati, forse seconda generazione, sempre sui sessanta, con aria più di mondo; tutti intorno a una magica creatura che a prima vista sembra una Serena Grandi larger than life, botoxata, bionda, con un abito gran sera tra Pucci e Jessica Rabbit; ma forse è Anja Pieroni o forse la mitologica Romanina di cui si favoleggia, antica trans indimenticata a Malindi. Lei comunque è con questi due commenda, fuma sinuosa con ampi gesti e continua a dire a uno dei due, molto grasso: “Non sei per niente grasso. Non so come fai  a vederti grasso”, e lui non sa se crederci o no. Ci si aspetta di veder entrare da un momento all’altro Eleonora Giorgi col pechinese in braccio.

Fuori c’è anche un sushi bar con ponticello e lanterne rosse; ma è troppo umido, e si sta dentro, si dà un’occhiata alla sala da gioco vera e propria: si odono accenti bellissimi di Cremona, di Bologna e Reggio Emilia, degli “ostrega” o dei “quand set riada” bresciani, in mezzo a camerieri neri maestosi che portano mojito e spaghetti alle vongole ai tavoli. Poco fair play, forse: alla roulette, un capo sala – nero – che sgrida una croupière, nera, con parole poco politicamente corrette. E giocatori che imprecano contro altri giocatori, o contro il destino, in italiano e in tuta. Tipologie: romane di Roma-nord, non abbastanza magre, molto abbronzate, con capelli a spazzola e occhiali da vista su montatura Ray Ban; signori tutto-lino bianco, con Hogan ortopediche bianco-panna e H d’oro. Almeno due nani, in sala, e diversi sosia: quel signore dall’aria soft con maglioncino di cotone sulle spalle sembra proprio Peppino di Capri, ma sarà davvero lui? Poi una vecchia distinta, basic, tutta sui toni del grigio, con rughe araldiche e faccia militare, identica a Maria Pia Fanfani, ma più piccolina. Potrebbe. Una bellissima uguale a Marella Agnelli ma seduta alle slot, con sigaretta: no, non può davvero essere. E poi il gruppo più misterioso: quattro o cinque bellocci, sui vent’anni, romani, quasi hipster, col loro pantalone col risvolto e senza iniziali sulla camicia, che giocano fortissimo e parlano pochissimo, ma con tutti i gerghi giusti, anche in inglese, al tavolo. E di giorno non li si vede assolutamente mai, in giro e sulle spiagge. Alle 23 e 30 parte il bingo, cioè poi la tombola, con le sue cartelle come quelle che si usavano una volta, “automatiche”; con le caselline da tirare giù con le unghie, Editrice Giochi, e una voce che recita al microfono i numeri, in inglese. Usciamo: fuori, l’odore di Malindi: un misto di polvere, mare, cherosene, gas di scarico e spazzatura. Alla fine, dolce.

 

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