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Una carrozza tutta per sé

Una compagnia ferroviaria americana propone "residenze" gratuite per scrittori sui propri treni, in cambio di scrittura e pubblicità. Il progetto è già partito, ma ci sono polemiche e dibattiti: è giusto? È etico? È professionale?

La mattina dell’11 giugno 2013 sono salita, alla stazione di Boston Back Bay, su un treno Amtrak diretto a New York City lungo il Northeast Corridor, la linea che percorre la costa orientale degli Stati Uniti attraverso Massachusetts, Rhode Island, Connecticut e stato di New York. Un viaggio di quattro ore tra la vegetazione e il mare del New England, un paesaggio a me del tutto nuovo, che ho trascorso fotografando ciò che scorreva fuori dal finestrino, condividendo le tappe del mio percorso su Instagram, Facebook e Twitter. Non ho scritto nulla durante il tragitto, troppo concentrata a fermare nella mia mente quei posti mai visti prima in modo da non potermene dimenticare, ma la voglia di raccontare quel viaggio mi è rimasta a lungo una volta scesa dalla carrozza argentata del treno.

Sette mesi dopo la mia breve esperienza sulla rete ferroviaria statunitense, anche Jessica Gross è salita su un treno Amtrak: a Penn Station, NYC, diretta a Chicago Union Station lungo la Lake Shore Limited, la tratta che attraversa il Midwest per lo stato di New York, Pennsylvania, Ohio, Indiana e Illinois. Come me, Gross, dal suo vagone-letto ha guardato la campagna americana – innevata, nel suo caso –, scattato fotografie e raccontato le 44 ore di viaggio tra New York e Chicago e ritorno sui social network.

Durata e destinazione non sono state le uniche cose a distinguere i nostri due viaggi: Jessica Gross, autrice per il New York Times Magazine e The Paris Review, è stata, infatti, l’ispiratrice e la prima sperimentatrice di #Amtrakresidency, il nuovo programma di residenze per scrittori organizzato dalla compagnia ferroviaria statunitense, che offre un biglietto andata e ritorno su un treno a lunga percorrenza, per una permanenza da due a cinque giorni, in uno scompartimento privato del vagone letto, attrezzato con una scrivania per lavorare e un finestrino per lasciarsi ispirare dal paesaggio. L’uso dell’hashtag non è casuale: a dare il via all’operazione è stato proprio uno scambio via Twitter.

Tutto è partito da un’intervista ad Alexander Chee, anch’egli scrittore – e prossimo ospite designato di #Amtrakresidency a maggio –, che ha dichiarato a Pen America di trovare i treni l’ambiente ideale per scrivere, esprimendo come desiderio proprio uno spazio temporaneo per lavorare sugli Amtrak. Una condivisione della risposta sul social network, un retweet e Gross che commenta, strategicamente menzionando il profilo ufficiale dell’azienda ferroviaria, «quanto slancio ci serve perché questo diventi realtà, @Amtrak?». Nonostante sia il giorno di Santo Stefano, dalla Amtrak qualcuno risponde nel giro di poche ore dichiarando di apprezzare l’idea e chiedendole se voglia essere lei la prima a sperimentare quest’iniziativa. Uno scambio di email e il 16 gennaio 2014 Gross sale sul treno per Chicago. Per la scrittrice il viaggio è gratuito, l’unica cosa che la compagnia le chiede in cambio è di condividere in tempo reale sui social network la sua esperienza e una breve intervista da pubblicare sul blog aziendale una volta di ritorno a New York. Gross obbedisce, ma è pur sempre una scrittrice in residenza con un dichiarato amore per i treni, e, nonostante nessun obbligo a farlo, dopo poco pubblica un lungo articolo sul suo viaggio per il blog di The Paris Review. Sarà proprio l’uscita di questo suo testo, il 19 febbraio seguente, a far conoscere al mondo questa nuova iniziativa. Sebbene fosse impossibile che la cosa passasse sotto silenzio, la risonanza e l’hype guadagnati dall’operazione in tempi brevissimi sono stati notevoli. A fronte di innumerevoli di richieste per essere il prossimo scrittore a salire sulle carrozze cromate, però, numerosi sono stati anche i dubbi sollevati a riguardo non solo dalla comunità letteraria, ma da tutta l’opinione pubblica, arrivando fino alla sfera politica. È Ben Cosman su The Wire il primo a pubblicare un commento sul progetto, interpellando direttamente sia la scrittrice, sia Julia Quinn, social media director di Amtrak. Travolta da migliaia di tweet di autocandidature a partire, Quinn spiega che i requisiti per essere scelti per la residenza non saranno il successo letterario, il tipo o il numero di pubblicazioni alle spalle, ma la forte presenza sui social del prescelto – del resto, non c’è nessun obbligo di scrittura o pubblicazione durante e dopo il viaggio, solo la richiesta di twittare durante la permanenza a bordo. Un do ut des, per l’azienda: pubblicità sui social network gratuita in cambio di uno spazio per concentrarsi in modo inusuale sul proprio lavoro. Ciò che tiene a sottolineare Quinn è che mentre per gli scrittori la residenza è gratuita, per Amtrak no: il valore del biglietto regalato ai residenti selezionati ha un tetto di 900 dollari, cifra non trascurabile se si pensa che riguarda solamente le tratte di lunga percorrenza, quelle con meno margine di profitto, di una società fortemente indebitata e aiutata più volte dai finanziamenti statali. Dopo The Wire, è Vahuini Vara, business editor del New Yorker, a sollevare un’altra questione sulla residenza. Le sue perplessità non riguardano la sfera economica del progetto, quando quella etica: citando, a sua volta, il passaggio di Una Cosa Divertente che Non Farò Mai Più in cui David Foster Wallace ricorda come prostituzione il precedente di un reportage simile al suo, scritto però da Frank Conroy di fronte all’offerta di un pagamento per il testo e di una crociera gratis senza che questa cosa fosse poi esplicitata nello scritto, Vara cerca di tracciare una linea di demarcazione tra la pubblicità occulta che inevitabilmente permeerebbe i testi degli scrittori invitati da Amtrak e il fatto che costoro non ricevano nessun pagamento dall’azienda né nessun obbligo a scrivere. Sempre Quinn, interpellata anche da Vara, definisce questo progetto come «la forma più organica di pubblicità possibile per l’azienda» e allontana le preoccupazioni ispirate da DFW: la residenza, infatti, «non è qualcosa pensato nell’ultimo brainstorming del nostro ufficio marketing… è una cosa pensata e richiesta dalla comunità degli scrittori e per la quale ci siamo trovati nella posizione di poter offrire un veicolo. È la loro scrittura attivata da Amtrak». Parole che però non convincono Evan Kindley, che su n+1 scrive di vedere «qualcosa di inquietante nello spettacolo di così tanti scrittori e intellettuali che uniscono le forze per aiutare a lanciare una campagna promozionale virale», accusando gli entusiasti di una sorta di collaborazionismo.

Ma come si diventa writer-in-residence su un treno? Se lo sono chiesto in molti, visto che, almeno all’inizio, non era prevista nessuna application. Almeno fino all’8 marzo, giorno in cui è stato pubblicato da Amtrak sul suo blog un bando ufficiale, aperto fino al 31 marzo ai soli cittadini americani. Una cosa che ha smorzato l’entusiasmo degli scrittori statunitensi, portando la polemica sul programma a un livello ancora più alto: quello dello sfruttamento dei diritti d’autore.

Ancora una volta è una scrittrice, Elliott Holt, su Twitter, a far notare l’inaccettabilità e l’ambiguità di alcune clausole presenti nel regolamento. A risultare particolarmente problematico è il punto 6 dei termini e condizioni previsti, quello sulla concessione dei diritti. A fronte della richiesta di inserire nel modulo di candidatura un testo di prova dello scrittore e due testi originali sul perché candidarsi e sulle aspettative riguardo alla residenza, con il loro invio Amtrak entra immediatamente in possesso degli scritti, detenendone i diritti assoluti e irrevocabili di utilizzo, modifica, pubblicazione, esposizione in pubblico, distribuzione e copia, con anche la possibilità di cessione a terzi, per qualsiasi scopo, incluso ma non esclusivamente di pubblicità e marketing. Non solo, il regolamento rende esplicito che l’application non è un’informazione riservata e che tutti i nomi in essa contenuti possono essere divulgati dalla compagnia con gli stessi intenti.

Già controverso per natura, soprattutto se si pensa che lo scopo della residenza non è la pubblicazione di materiale, il punto si presta anche all’equivoco della confusione tra i testi presentati per l’application e quelli eventualmente prodotti sul treno (di cui il regolamento non parla esplicitamente). La polemica si diffonde velocemente sia sui blog di informazione letteraria (come The Outlet), sia su quelli personali di alcuni scrittori (Diane Duane, per esempio, scrive un lungo post a riguardo sul suo Tumblr; David Banks pubblica sul suo sito il “writing sample” e application completa su un blog di tecnologia). Un problema, di cui si fa portavoce Chee che, di nuovo via Twitter, afferma di essere in contatto con Amtrak per risolvere la questione e al cui tweet risponde il profilo ufficiale della compagnia ferroviaria dichiarando la volontà di interpellare i diretti interessati prima di usare i contenuti a scopo promozionale – cosa confermata anche da Julia Quinn a The Wire.

Mentre la preoccupazione riguardante il diritto d’autore dilaga nel mondo culturale, il dibattito su #amtrakresidency arriva fino al Senato, dove il dito dei politici repubblicani punta, invece, dritto contro i costi dell’operazione. Quello tra i conti regolarmente in rosso di Amtrak e i conservatori americani è un disamore di lunga data, che li ha portati più volte a richiedere la privatizzazione o, per lo meno, il taglio dei fondi pubblici all’azienda. Questa volta sono i senatori Tom Coburn dell’Oklahoma e Jeff Flake dell’Arizona a inviare una lettera ufficiale dal Congresso a Joseph Boardman, presidente della compagnia ferroviaria, evidenziando sei punti critici nella gestione economica della residenza: come far collimare il rialzo dei prezzi con l’elargizione di biglietti omaggio? Cosa si aspetta esplicitamente Amtrak dagli scrittori selezionati? Con quali parametri sarà misurato il successo del programma? Sarà tenuta in considerazione la redditività della tratta nell’assegnazione dei biglietti gratuiti? La residenza coprirà anche il costo del cibo preso nelle carrozze ristorante, e se sì in che misura (la ristorazione sui treni Amtrak è uno degli argomenti più dibattuti e controversi nel discorso politico)? Sono previste spese per consulenza di marketing dedicata alla residenza?

Obiezioni sicuramente legittime, ma strumentali, come evidenzia Eric Jaffe su The Atlantic Cities, mettendo in forte dubbio la buona fede dei senatori e smascherando gli interessi dietro la stesura di quella lettera: «I legislatori potranno usare la residenza per scrittori come trampolino per discutere i problemi più grandi dei servizi a lunga percorrenza di Amtrak. I senatori potranno dire di prestare attenzione ai contribuenti, ma hanno anche finanziatori delle proprie campagne concorrenti ad Amtrak – U.S. Airways nel caso di Flake, l’industria del petrolio e del gas nel caso di Coburn». Nessuna risposta è, comunque, arrivata dall’azienda.

Saranno ventiquattro gli scrittori prescelti per il viaggio e a loro si rivolge Dan Zak dalle pagine del Washington Post, nel commento più spietato – e, forse, sincero – di quelli apparsi sulla stampa statunitense. ispirato dalla lettera dei due senatori, dalle polemiche sulla clausola numero 6 e dal costo proibitivo dei biglietti per le lunghe percorrenze, l’autore scrive: «Se ottieni la residenza, considera il dedicare una tratta del viaggio a uno stratagemma. Scrivi di come sarebbe se gli Amtrak fossero abbordabili, se gli scrittori potessero scomparire su un treno regolarmente senza veder scomparire un assegno della propria paga da freelance. Questa è la storia d’amore che voglio leggere». La selezione è iniziata lo scorso 17 marzo, le application arrivate, a quella data, erano più di 9mila, e le partenze si protrarranno fino al 31 marzo 2015. Chissà se qualcuno ascolterà il suo consiglio.

 

Nella foto, treni Amtrak a Chicago. Scott Olson/Getty Images

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