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Un portiere per i rigori (prima di Van Gaal)

Il cambio dei portieri a cui abbiamo assistito durante Olanda-Costa Rica ha stupito tutti, protagonisti inclusi. Abbiamo intervistato Osvaldo Jaconi, ex allenatore del Castel Di Sangro che fece la stessa mossa nel 1996, e si guadagnò la Serie B.

Pare di sentire ancora l’eco giungere da divani accaldati, mentre i rigori sono vicini e l’attesa di questa appendice crudele del gioco è l’unica forma di resistenza al sonno: «Ma cosa fa Van Gaal?». Scorrono minuti strani mentre i supplementari si consumano: Tim Krul, portiere di riserva, si sta scaldando e l’Olanda ha ancora una sostituzione da fare, portata fino in fondo proprio perché questo momento, questa mossa, questi attimi bizzarri sono stati studiati. Attimi in cui si guardano tre portieri in una partita sola: Keylor Navas che sta parando tutto, Jasper Cillessen che dopo centodiciassette minuti monotoni evita che la sorpresa si materializzi con le sembianze di Urene e respinge l’unica volta che è chiamato a respingere, e Tim Krul, che si sta scaldando a bordo campo proprio come dovesse entrare. Infatti entra, pochi secondo prima della fine. L’eco: «Van Gaal è pazzo». L’anti-eco: «Van Gaal è un genio». Dirime la controversia il risultato: va, quindi è genio. Va, quindi è la notte di Krul, eroe per caso, bullo da area di rigore, che in due tuffi neutralizza la nazione neutrale, quindi consegna il biglietto aereo alla Costa Rica e spiega a gesti che chi ha osato tanto è giusto che rimanga, che chi ha Van Gaal a prendere le decisioni dev’essere pronto a tutto; e che sì, la mossa era giusta e tutta quell’agitazione sui divani era francamente eccessiva. O meglio: era sensata perché scorreva un pezzo di storia sotto gli sguardi provati dall’ora tarda.

Che poi però è storia che si ripete, anche se dire Osvaldo Jaconi non fa lo stesso rumore di Louis Van Gaal. «Olanda-Costa Rica mi ha fatto ringiovanire di diciotto anni», dice secco l’uomo con i baffi di Mandello del Lario, il recordman di promozioni (nove in carriera, undici con i ripescaggi di Lecco e Civitanovese: nessuno come lui), e il genio venuto dal passato, quello che con meno telecamere e meno campioni a disposizione questa sostituzione, questo astuto colpo che adesso ha sorpreso il mondo del pallone, l’aveva già fatta, l’idea l’aveva già avuta, la formula emotiva e tecnica per passare ai rigori l’aveva già inventata e non in un giorno qualsiasi, ma quando si cominciò a narrare in Italia la favola del Castel di Sangro. Il 22 giugno 1996, quando la finale per andare in B era una partita unica (a Foggia, per l’occasione) Jaconi poco prima dei rigori mandò in campo Pietro Spinosa, che non aveva giocato nemmeno un minuto in campionato, al posto di Roberto De Juliis: va fuori uno dei primi cinque e poi para il settimo, decisivo. Spinosa è Klut, il mago si chiama Osvaldo, è italiano con la battuta pronta, il Castel di Sangro diventa quella cosa poi amata perché improbabile, così piccola e così grande. «È ovvio, lo dice la mia storia, che vedere Van Gaal fare quella mossa non mi ha sorpreso. Invece mi ha fatto sorridere sentire in Tv che era qualcosa senza precedenti»: Jaconi è il precedente vivente che ancora non ha deciso di godersi la vecchiaia perché vecchio non è (peraltro: solo quattro anni più anziano del suo emulo olandese) e soprattutto ha ancora voglia di allenare, dopo l’ultima stagione alla Civitanovese (D) e una vita tra Rimini, Catania, Livorno, Lucchese, Ravenna e un altro lungo elenco di squadre.

Qui racconta quel giorno assai lontano dall’Arena Fonte Nova di Salvador de Bahia: «È vero, Spinosa non aveva mai giocato: ma lui era con noi essenzialmente per allenare De Juliis, che era il nostro portiere. Infatti poi è stato per anni il mio preparatore dei portieri (ora è nello staff di Di Carlo, nda). Certo, era pronto in caso di necessità, ma durante il campionato non ci fu l’esigenza: De Juliis stava al suo posto e Spinosa pure. Poi, però, nella settimana della finale ci allenammo ovviamente sui rigori: Pietro mi sembrò più pronto, quello con la testa più sgombra. Allora decisi che sarebbe andata così, ma se Van Gaal lo aveva detto al secondo portiere, io non lo dissi a nessuno».

«Intanto ci vuole un po’ di fortuna, perché pensi la mossa ma non puoi prevedere di farcela fino alle fine con due sostituzioni e non tre».

Nel tempo della sostituzione l’allenatore che già si sta giocando la partita sta anche mettendo sul piatto la propria credibilità. Un attimo basta per passare da alchimista a buffone, comanda il risultato che dipende dalle parate del portiere, dunque dall’azzardo appena compiuto: «Intanto ci vuole un po’ di fortuna, perché pensi la mossa ma non puoi prevedere di farcela fino alle fine con due sostituzioni e non tre. Puoi essere costretto per qualsiasi motivo, ma in nessuno dei due casi è andata così. Poi io scopro adesso che l’ha fatta Van Gaal che quella era una mossa storica: sono un allenatore, faccio le mie sostituzioni ed è anche previsto che si possa sostituire il portiere. All’epoca fece parlare un po’, ma non mi aspettavo riemergesse a diciotto anni di distanza».

De Juliis diciotto anni fa interpretò il ruolo di Cillessen in anticipo. Quella che per l’allenatore è una mossa ardita eppure sentita, per il portiere che esce è una botta non da poco. Un segnale che presuppone rabbia all’uscita (infatti Cillessen ha reagito così) e richiede maturità dopo: «Ma io credo che De Juliis mi abbia allungato la vita di vent’anni per quante me ne disse mentre percorreva i settanta metri per uscire dal campo. Però dopo la mossa di Van Gaal mi ha chiamato, abbiamo riso molto insieme. Sì, la prese male. Ma poi capì e tutto tornò come prima, infatti l’anno dopo in Serie B il titolare era di nuovo lui». Perché tutto sta nella chiarezza delle gerarchie: toccare la psiche di un portiere è un’operazione delicata, non avendo a che fare con un giorno qualsiasi e non potendo essere il turnover nel ruolo una garanzia di successo, ché è strada tortuosa che può portare alla pericolosa creazione di due portieri di riserva e, quindi, di un ruolo indebolito. Fare una mossa del genere vuol dire avere il controllo: «Serve essere seri, schietti. E coerenti nella gestione della squadra. Se Van Gaal lo ha fatto è perché aveva in pugno la squadra, io sapevo cosa stavo facendo perché ho sempre detto che dal collo in giù tocca al preparatore, ma dal collo in su alleno io, quindi leggo, capisco, interpreto e decido. Infatti ora Van Gaal deve far giocare di nuovo Cillessen titolare: in porta le gerarchie sono fondamentali, non vanno offerte vie di fuga né al titolare né alla riserva».

«Il punto è che a volte le sostituzioni vengono giudicate dall’effetto ed è facile farlo dopo, ma noi allenatori facciamo sempre le sostituzioni pensando che sia la cosa più giusta da fare in quel momento».

Alla base di una scelta apparentemente folle epperò vincente possono esserci due ragioni possibili. Il primo è quello dei numeri: se un portiere sa parare i rigori meglio dell’altro diventa una statistica. Dice Van Gaal che è stato per questo, per il record migliore di Krul anche se poi nel Newcastle in questa stagione aveva subito cinque gol in cinque occasioni. Però esiste anche la componente furba, far sentire il portiere che entra un pararigori, far tremare la squadra avversaria all’idea che sia entrato uno specialista: «Io, francamente, non pensai all’aspetto psicologico anche se forse negli avversari questo diventò un peso. Ebbi semplicemente la sensazione che Spinosa potesse essere meglio: non era un pararigori, aveva quasi smesso di giocare. E nemmeno mi credette, all’inizio. Mi girai e gli dissi: “Scaldati, se andiamo ai rigori entri tu”. Dopo un po’ era ancora fermo. “Scaldati”. Fermo. “Scaldati”. Fermo. “Allora?”. “Mister, pensavo scherzasse”». Però è vero che ai rigori conta pure la testa sgombra: «Infatti nella prima serie per noi sbagliò Claudio Bonomi e per l’Ascoli Walter Mirabelli: erano i due rigoristi della squadra, quelli che battevano durante il campionato, quelli che forse avvertirono di più il peso. Qui non penso c’entri il caso, qui si tratta di arrivare leggeri a un appuntamento pesante».

Il rischio di fare una figuraccia è il solco tra la figura del santone che legge le carte in Tv e l’etichetta di mago che incanta le folle con giochi di prestigio. Occorre convinzione, buona sorte e credibilità: «Arrivavo avvantaggiato, a quella scelta. La settimana prima, nella semifinale di ritorno contro il Gualdo, eravamo praticamente fuori perché era il novantesimo, giocavamo i minuti di recupero ed eravamo sul pari dopo la sconfitta dell’andata: tolsi Bonomi e misi in campo D’Angelo. Tolsi l’idolo del pubblico, fui fischiato un bel po’. Tolsi un centrocampista per un difensore. Ma D’Angelo era una saltatore, pensai che potesse tornarmi utile alla prima palla in area, infatti dovevamo battere una rimessa laterale e segnò sette secondi dopo essere entrato in campo. Salvatore D’Angelo, il suo destino peraltro ce l’aveva nel nome. Il punto è che a volte le sostituzioni vengono giudicate dall’effetto ed è facile farlo dopo, ma noi allenatori facciamo sempre le sostituzioni pensando che sia la cosa più giusta da fare in quel momento». Anche conservare una sostituzione è una scelta: rischiare di arrivare fino ai rigori con un giocatore stanco in più, poi osare con il portiere. Pazzo, o genio. A Jaconi e Van Gaal è andata bene: «Se qualcuno mi avesse detto che questa cosa sarebbe accaduta ai Mondiali non ci avrei mai creduto. Sono tornato giovane. E, almeno, possiamo dire che prima di Olanda-Costa Rica ci aveva pensato un italiano». Un italiano che ad agosto allenerà una rappresentativa di disoccupati nelle Marche, mentre Van Gaal ha un Mondiale da finire.

 

Nell’immagine, Tim Krul para un rigore contro la Costa Rica. Jamie McDonald/Getty Images

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