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Un panzer al Colosseo

Storia di Miro Klose. Formidabile bomber da Mondiale, senza copertine

Dicono che non sono cose che contano ma se di mestiere tiri calci a un pallone e per caso ti trovi alle spalle di Ronaldo e in compagnia di Gerd Muller in una classifica, qualcosa deve pur voler dire. Se poi la classifica è quella dei marcatori di sempre nella storia dei Mondiali – il mammasantissima delle competizioni calcistiche – e tu occupi la seconda posizione (a 14), sul podio dietro al Fenomeno (a 15) e prima di – per dirne solo pochi – Maradona, Pelé, Eusebio, Cruijff, Van Basten, Maradona, Di Stefano, Careca, Romario, Baggio, Rivera etc. etc. restiamo tutti d’accordo che non di sole statistiche vive il calcio, però ecco… insomma.

Miroslav Klose, 33 anni, nato a Opole, Polonia meridionale ma trasferito in tenera età in terra tedesca (anche se, dice, in casa con moglie e pargoli si parla polacco)  è un figlio d’arte (e) di sport – babbo calciatore (difensore, tra l’altro all’Auxerre) e mamma portiere di pallamano – oltre che uno tra i tanti, anzi uno tra i primi, ad aver seguito il felice iter d’integrazione nelle file della nazionale teutonica in cui ormai giocano più turchi e polacchi che bavaresi e che tante ottime cose ha portato alla causa tedesca negli ultimi tre mondiali (due semi e una finale).

Sarà per la faccia un po’ qualunque – a metà tra il bravo ragazzo e il chav di Slesia – sarà per i capelli brillantinati, sarà quel che sarà ma per ricevere la considerazione che meriterebbe, a Miro non basta, né è mai bastato, poter guardare dall’alto in basso il 99% del Pantheon del calcio in una delle classifiche che, se vogliamo proprio ragionare col metro dell’oggettività più assoluta, dovrebbe essere tenuta in considerazione tra gli strumenti principi per assegnare il titolo di miglior giocatore della storia. Che -ovviamente – non è Miro (semmai Ronaldo, ma nemmeno) e ci mancherebbe altro: i piedi sono quelli che sono e cioè non un granché e pure su altri fondamentali il polaccotedesco scricchiola. E però non mi/ci sembra nemmeno giusto o congruo per un Panzer d’altri tempi essere trattato sempre e comunque da comprimario. Quello che quando leggi la formazione prima della partita pensi: «Ah sì, è vero poi c’è anche Klose». La palla alla fine però la butta sempre dentro lui, mica gli altri. A cominciare da quel 1° giugno 2001, a Sapporo, quando in un Germania – Arabia Saudita (primo turno del girone del mondiale di Corea-Giappone, finito 8-0) a senso unico che più a senso unico non si può, si presentò al mondo con una tripletta tutta di testa (come pure gli altri due gol di quel mondiale chiuso alla fine a quota 5, un record) …e il giorno dopo stavano tutti a parlare di quanto era forte Ballack. Che tanto quel Klose lì… 3 gol all’Arabia Saudita li segna anche il mio portinaio.

Un po’ come se la “prima” sulla ribalta avesse instradato tutto il resto della sua carriera, il destino di Klose è sempre stato di essere quello che viene messo in ombra da “una storia più grande di lui”. Otto anni fa nella Germania c’era Ballack e gli ultimi rimasugli di Bierhoff; al Bayern c’erano prima Toni, poi Ribery e Robben; l’anno scorso in Sud Africa c’erano i “giovani turchi” Ozil, Kedira etc col loro calcio ineditamente speziato per gli standard luterani del Vusball germanico; mentre al Werder Brema e al Kaiserslautern… beh insomma se giochi al Werder Brema e al Kaiserslautern difficilmente il tuo volto coprirà una facciata dell’Empire State Buiilding. Eppure Klose, con fiero cipiglio slese, è andato dritto per la sua strada e ha fatto la sua carriera, ha dato le sue sponde, ha fatto i suoi movimenti utilissimi ad allargare il fronte d’attacco (chiedere l’anno scorso all’Inghilterra di Capello) per gli inserimenti dei laterali, ha preso e dato le sue botte in area di rigore e alla fine è sbarcato in Italia, alla Lazio, un po’ come una Volkswagen comprata con la formula “usato assicurato”. Ma soprattutto ha segnato caterve di gol, moltissimi decisivi, ovunque sia andato, ed eppure niente di tutto questo è bastato a farlo diventare una star di prima grandezza, di quelle contese dalle multinazionali del rasoio, per intenderci.  Niente è bastato a farlo uscire completamente dalla zona grigia del: «Ah sì, è vero, poi c’è anche Klose».

Fino a quando non “mette” il gol decisivo contro la tua squadra – come è accaduto domenica sera nel derby di Roma – e la frase di cui sopra acquista tutto un altro sapore.

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