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Twitter for mummies

La stagione tv che si è da poco conclusa è stata la più social di sempre. Viaggio nelle relazioni pericolose tra piccolo schermo, Twitter & co.

Forse è la conseguenza di un peccato originale. Forse la televisione è stata talmente abituata nel tempo ad assorbire ogni altro medium, ogni altra forma di comunicazione, che con il web e soprattutto i social media, a loro volta sincretici e accoglienti, si è trovata spiazzata, costretta a inseguire. Ma sta di fatto che, nel rapporto tra il piccolo schermo e quel second screen che ormai spesso lo accompagna, c’è sempre qualcosa che non torna. Una dissonanza, uno scarto. Da qualunque parte lo si guardi, l’errore – la colpa gravissima di non essere adeguati, sufficientemente a tono, spontaneamente cool – è dietro l’angolo. Basta un passo, e c’è il baratro.

 

ANDATA

Nella stagione televisiva che si è da poco conclusa, la parola d’ordine è stata una e una sola: austerity. Un contenimento delle risorse, dei costi, persino delle idee – messe in freezer in attesa di momenti migliori. Complici la crisi e la povertà produttiva, una soluzione comoda per farcire programmi a basso budget è stata guardare alla rete, e a quella miniera di contenuti placcati oro che tutti quanti sembriamo concedere volentieri in cambio di un’anche minima visibilità.
Dopo i timidi e impacciati tentativi degli anni scorsi (qualcuno si ricorda delle battute di Spinoza recitate senza costrutto né intenzione ai margini di vari talk show politici?), i social network sono sbarcati direttamente sullo schermo, tra mille fanfare; hanno riempito tempi morti e tentato di dare ritmo e sostanza – la patina di modernità! – a prodotti, modelli e generi che si trascinano piuttosto stanca- mente. Lo zapping svogliato, sulla generalista come sul satellite, sulle tematiche digitali e pure sulle all news, era ed è un tripudio di like, di hashtag, di scrivete qui, mipiacciate là, condividete, fotografate, diventate fan, pigiate il pulsante, mandate i vostri video. Non solo: la tv ha tentato di inglobare i social media e innestarli nel suo corpo anziano fatto di riti e palinsesti, di prime serate interminabili e volti nazionalpopolari. A volte è andato tutto bene, il trapianto ha funzionato; altre, invece, si è sfiorata la crisi di rigetto.

Ogni evento televisivo, ogni serata che non è proprio possibile perdere è condannata a dotarsi di arnesi social. Non sarebbe in sé una cattiva idea, se solo questi non fossero poi costantemente raccontati, messi in scena

Ogni evento televisivo, ogni serata che non è proprio possibile perdere è condannata a dotarsi di arnesi social. Non sarebbe in sé una cattiva idea, se solo questi non fossero poi costantemente raccontati, messi in scena: guardate qui, quella è la rete, un mondo alieno che stiamo masticando per voi. In un attimo, i linguaggi del web hanno il retrogusto di una televendita di Mastrota. Così il social tracker degli Mtv Awards è un tentativo di rafforzare il legame – l’engagement, con una bella parola diventata orrenda – tra la rete e il pubblico teen, vampirizzando ciò che accadrebbe comunque. Così la lettura dei messaggi social – sempre entusiasti, sopra le righe – di The Voice apre una frattura profonda tra ciò che si vede online e ciò che si rappresenta in tv: Twitter for dummies, a esser buoni, o for mummies, a esserlo meno. Persino X Factor, al culmine di un’impeccabile strategia digitale gestita da mani esperte, non riesce a trattenersi e toglie la polvere all’applausometro, in una riedizione social del triste classico d’antan. Molto meglio allora il discreto sottopancia con tweet selezionati, contrappunto ormai stabile di ogni talk politico che voglia sentirsi moderno.
Non basta. La tv è onnivora, lo sappiamo, ma alcuni bocconi possono risultare indigesti. La star del web, portata fuori dalla cameretta e messa sotto i riflettori in uno studio, è meno caustica, quasi accomodante, persino spaurita. Le logiche della rete rischiano di girare a vuoto, se traslate in modo pedissequo: quando nel Twittethon, uno dei numeri di varietà di cui si compone #Aggratis!, gli spettatori sono invitati a seguire online celebrità catodiche del calibro di Walter Nudo, Valerio Merola e Cristiano Malgioglio, poco rimane da ridere, e il trash genera- lista vince ancora, piallando ogni cosa sul suo minimo comune denominatore (con buona pace delle intenzioni fighette). Qual è la soluzione? Popolarizzare, ridimensionare, trattare il nemico web alle porte con leggerezza e disincanto: niente di meglio allora del cazzeggio divertito (e divertente) di Diego Bianchi/Zoro e dell’uso consapevole dei due media di Gazebo, tra surreali hashtag fasulli e top ten che rendono in tv come sul web (da Superclassifica Show a BuzzFeed in fondo poco cambia) e democraticamente includono sia Facebook sia Twitter.

 

RITORNO

Note stonate e troppo facili passi falsi, insomma. Anche capovolgendo la prospettiva, e passando da ciò che la tv fa del web a quello che gli spettatori online fanno della tv, domina un senso di complessità irrisolta. La distonia tra l’essere e l’apparire. È vero, come ci ricordano entusiasmi, retoriche del luogo comune e comunicati stampa interessati, che il piccolo schermo è diventato un costante oggetto del discorso sulla rete: togliete il commento ai pro- grammi tv, e ampie parti di internet si svuotano; frequentate i social una sera in cui non c’è nulla da vedere, ed ecco il deserto, l’irrilevanza di tanti temi scollegati tra loro che non fanno massa e si perdono nel rumore di fondo.
Ma è altrettanto vero che questa presenza sulla bocca di tutti è in realtà meno omogenea di quello che si crede: basta uscire dai ghetti che popoliamo più o meno consapevolmente – le persone non seguite su Twitter, gli amici-non-troppo- amici che abbiamo nascosto dal feed di Facebook – per accorgerci che là fuori c’è un altro mondo. O più mondi incrociati, che non si sovrappongono se non per sbaglio.

Cosa vuol dire, allora, dibattere la tv sui social? Tutto e niente: un’opportunità da specificare con attenzione, senza ingenuità

Cosa vuol dire, allora, dibattere la tv sui social? Tutto e niente: un’opportunità da specificare con attenzione, senza ingenuità. Altro che rivoluzione. Significa frequentare una molteplicità di spazi pubblici e privati, di sostegno e di scherno, gestiti dall’industria tv e creati dagli spettatori in modo autonomo (o illegale). Soprattutto, vuol dire entrare a far parte di cerchie che anche in assenza di confini espliciti sono piuttosto esclusive: chi costruisce appreciation societies a uso del gruppo di amici allargati, prolungamento della visione collettiva; chi insegue le celebrità catodiche, salutando ogni mattina Salvo Sottile e sbirciando gli abiti di Simona Ventura; chi si tuffa nel gossip di tronisti e semi-star di serie B; chi esercita doti critiche reali o presunte, in un’arena che si suppone collettiva; chi odia e chi ama, con guerre tra fandom di opposte teenstar che ogni tanto si affacciano tra i trending topic; chi malato di politica non può smettere di seguire, smartphone in mano, ogni talk show da Agorà a Omnibus notte; chi applica il metodo Gialappa’s su chiunque si affacci in tv (non si esce vivi dagli anni Novanta!). Difficile condurre a un denominatore comune tutto questo caos, che dalla passione sfrenata va a un altrettanto sfrenato sarcasmo.
Ma la televisione, catalizzatore di attenzioni stratificate e molteplici, si dimostra in questo modo ben più avanti di un’élite online chiusa nel suo ristretto giardino: non esclude ma accumula, non separa ma unifica. Se anche i tentativi di inseguimento e di mimesi del web in tv risultano maldestri, i temi e i riti del piccolo schermo si confer- mano invece cruciali anche in rete: è la televisione a stare al centro, a essere costantemente inseguita, a non uscire di sce- na nonostante le cassandre. A parlare a tutti – e a tutti insieme – proprio perché dà (o finge di dare) a ciascuno ciò di cui ha bisogno, dall’amore al punching ball. Di tutto, di più: ma di lì (per ora) non si scappa.

 

Tratto dal numero 15 di Studio

 

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