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Tutti i giovani Maradona

Come è successo agli attori di Twin Peaks o di Beautiful, i "nuovi Maradona" rimangono intrappolati nella definizione, come una rete o una maledizione, e non ne escono più. Un po' di carriere, da Aimar al salernitano Merino. E, infine, il caso di Lionel Messi.

O mamma, ho visto Maradona. Ne abbiamo trovati dappertutto, Maradona ovunque, in ogni angolo dal mondo. Siamo andati a cercarli spinti della nostalgia, perché non avremmo mai voluto far smettere di battere quel corazón, un cuore fatto di passione. Trent’anni fa Diego saliva le scalette del Bentegodi. Aveva i capelli arruffati e lunghi, ciocche sopra agli occhi. Il Napoli giocava contro il Verona, era la prima di campionato, e i tifosi di casa avevano pensato bene di ricordargli che secondo loro aveva scelto una città sbagliata. “Benvenuti in Italia”, c’era scritto. Non cambia mai nulla. Quella dell’ ’84 era stata un’estate lunghissima. A luglio Maradona era stato presentato al San Paolo. C’erano andati in settantamila, a vederlo. Avevano pagato mille lire, ne era valsa la pena. O mamma, Maradona. Eccolo, era entrato in campo con una maglietta bianca, i pantaloni chiari, la sciarpa al collo, e si era messo a palleggiare in mezzo a tutto quel caos, ai cori, agli striscioni. Ai sogni della gente. A Verona, per l’esordio, Marchesi non si era fatto tanti scrupoli, ovviamente. Solo che Bagnoli non lo fregavi mica tanto facile. Così aveva detto a Briegel: «A quello nuovo ci pensi tu, che lo conosci: mi raccomando». Coi tedeschi è semplice: gli dai un ordine, quelli fanno. E infatti Maradona aveva inventato poco, un paio di dribbling, un pallonetto ammantato di fascino snob, e il Napoli aveva perso 3 a 1. Anche Briegel aveva fatto gol.

In quella partita si vide il Verona che poi vinse lo scudetto, mentre il vero Maradona cominciò a svelarsi la domenica dopo, quando segnò un rigore alla Sampdoria, il primo dei suoi ottantuno gol in Serie A. Dopo, quando è andato via, e anche quando ha smesso, ci è mancato sempre, e Maradona abbiamo iniziato a cercarlo in quelli che non sono stati e non potevano essere lui. Avremmo sovvertito le leggi delle genetica pur di rivedere il suo genio, pur di non ammettere a noi stessi: “Non ne esisterà mai più un altro”. Così, ogni volta che abbiamo visto un gesto simile a uno di quelli del repertorio di Diego, siamo andati al primo negozio di bigiotteria dietro l’angolo, abbiamo gettato il portafoglio sul bancone e comprato un fondo di bottiglia credendo di possedere un diamante. È successo a molti, in tutti gli angoli della terra.

Quando Ceausescu aveva visto Gheorghe Hagi giocare, lo aveva voluto per sé nella squadra del regime. Dopo la rivoluzione Hagi andò al Real Madrid, e tutti restammo ammaliati da quella classe indiscutibile. Ai Mondiali del ’94 aveva trascinato la Romania fino ai quarti di finale, ma poi si era dovuto arrendere alla Svezia. Per tutto il popolo romeno fu così importante che in patria gli hanno intitolato lo stadio della sua città. Aveva classe, il mento mal rasato, lo sguardo di fuoco. Disegnava traiettorie lente, ma sapeva esplodere dinamite. È passato alla storia come il Maradona dei Carpazi. A Brescia non riuscì a impedire una retrocessione. Roberto Merino lo chiamavano il Maradona delle Ande, ma nonostante le ostinazioni prigioniere del suo piede sinistro giocò nella Nocerina e nella Salernitana. Nulla di più. Una volta, contro l’Albinoleffe, si era avventurato in un dribbling a centrocampo. Inutile, come tutti quei dribbling. Sembrava averla persa, e dagli spalti dell’Arechi già piovevano maledizioni. Allora Merino si fece sotto, recuperò palla, e da cinquanta metri fece esplodere un tiro che arrivò in porta, scavalcò Coser e scatenò il delirio. Qualcuno addirittura mostrò alle telecamere un crocefisso: finalmente a Salerno era arrivato il nuovo Messia. Quello fu il primo dei pochi gol che fece in Serie B. Castori, l’allenatore, lo aveva battezzato così: «Merino? Non è un giocatore». Forse la verità stava nel mezzo.

Di presunti Maradona in Italia ne abbiamo visti tanti. Un altro è stato Blaz “Baka” Sliskovic. Fumava due pacchetti di sigarette al giorno e beveva caffè in grandi quantità. Capelli ricci, barba incolta, faccione rotondo. Galeone lo allenò a Pescara e durante i ritiri si sfidavano a carte interminabili partite, fino a notte fonda, bevendo bottiglie di slivovitz che Baka si faceva spedire da Spalato via mare assieme a tutte le specialità culinarie di casa sua. Quando gli dicevano che era grasso, Baka rispondeva che non doveva essere lui a correre, ma il pallone. Non stava alle regole, scappava dai ritiri. Proprio per questo giocò molto poco con la maglia della Nazionale. Come Maradona sapeva tirare divinamente anche le punizioni. Nell’ ’80 gli italiani si accorsero per la prima volta di lui quando li lasciò a casa dalle Olimpiadi di Mosca. Si giocava a Mostar, che poi diventò uno dei simboli della guerra che avrebbe spaccato la Jugoslavia. Già in vantaggio 4 a 2, Sliskovic andò incontro a un cross, si fece rimbalzare la palla sul petto scavalcando il difensore con un guizzo, e poi, con un tocco leggero, infilò per la quinta volta il portiere azzurro. Galeone una volta disse: «Se qualcuno lo spingesse, Sliskovic vincerebbe il pallone d’oro». Diventò soltanto il Maradona dei Balcani.

Fabrizio Miccoli inseguì a lungo il paragone con Maradona, costruendo un’immagine di sé spesso caricaturale: diventò per tutti il Maradona del Salento. Il suo agente restrinse il campo a Lecce. Miccoli arrivò a comprare all’asta l’orecchino di Diego, che la guardia di finanza gli aveva sequestrato durante un soggiorno in Italia. Inviò a Bolzano una signora che acquistò l’orecchino per venticinque mila euro. Si fece tatuare Che Guevara senza sapere neanche chi fosse perché lo aveva visto sul braccio destro di Maradona. Chiamò suo figlio Diego, non c’è neanche bisogno di spiegare perché: «Siamo simili, veri e sinceri. Lui dice le cose in faccia, non si tira mai indietro. Come me». Un’altra volta disse: «Io e Maradona? Saremmo una grande coppia». Interpretò così bene questa parte che nel 2012 realizzò una perla. In Palermo-Chievo vide il portiere leggermente fuori dai pali, quanto bastava per provare un tiro al volo da quaranta metri, una sparata al vuoto, un insulto al nulla, che diventò metafora dell’impossibile. Prima della partita aveva detto: «Non sono in condizione, ma gioco lo stesso». Vincenzo Sarno lo chiamavano il piccolo Maradona già quando era alto così. A undici anni il Torino spese per lui 120 milioni di lire e lo portò via da Secondigliano. Lo tenne solo per tre mesi, abbastanza per finire a Porta a Porta. Bruno Vespa lo chiamò a palleggiare con Batistuta e Mancini: «Enzino, puoi venire un momento?». Sangiovannese, Giulianova, Brescia, Potenza, Pro Patria, Reggina, Lanciano, Entella, e ora Foggia. Non ha ancora giocato in Serie A. «In un angolo del cuore continuo a coltivare il mio sogno, quello di giocare nel Napoli», dice adesso che ha 26 anni. Massimiliano Esposito fu un colpo al cuore. Con Maradona non aveva nulla a che fare. Aveva solo una vaga somiglianza, quando era giovane, ma tutta Napoli aveva creduto di rivedere il sosia di Diego. Adesso allena la nazionale di beach soccer.

L’elenco di questi cloni venuti male è sconfinato. Di molti di loro – quasi tutti – il paragone ha minato l’identità personale, al punto che sono passati alla storia come i facsimile dell’inimitabile. Attori di successo. Nell’unica grande soap della loro carriera: Essere Diego Armando Maradona. Agli interpreti di Beautiful la vita è rimasta incagliata in un copione. E lo stesso è successo ai protagonisti di Twin Peaks. Credevano di avere una vita al di fuori dal set, e invece. Invece abbiamo sperato di poter rivedere lo stesso film centinaia di volte, ma con attori diversi. Controfigure. Come Ariel Ortega, nato quattordici anni dopo, che vestiva la stessa maglia, era alto come lui, e gli assomigliava anche fisicamente. Così da vicino il paragone fu devastante. Ortega era talmente ottuso nel cercare il dribbling che venne soprannominato “burrito”, l’asinello, anche perché era il simbolo del Napoli di Maradona. La Sampdoria spese per lui 23 miliardi, ma finì dritta in Serie B. Controfigure come Belozoglu Emre, il Maradona del Bosforo. Il primo a chiamarlo Diego fu Gigi Di Biagio, in un allenamento con l’Inter. Una volta, nel 2002, Emre realizzò un pallonetto con il suo sinistro numero trentanove. Peruzzi, che giocava nella Lazio, era avanzato qualche metro dentro l’area di rigore, lasciando un vuoto tra sé e il confine della linea di porta. Il piccolo turco si fece avanti, dieci, venti, trenta metri palla al piede, arrivò quasi al limite dell’area e con tocco sotto beffò il portiere. Maurizio Mosca disse di lui: «À come Maradona». E i calciofili: «È anche meglio. Emre usa anche il destro. E poi è saggio». O controfigure come quella di Pablo Aimar. Lo stesso Diego, nel 2001, quando il River lo cedette al Valencia, disse di lui: «È l’unico giocatore che al momento pagherei per vedere». Ora ha quasi 35 anni ed è svincolato.

Ai Mondiali in Brasile è crollato anche l’ultimo paragone. Quello di Messi, che forse – finalmente – si è liberato del suo più grande fardello. Aveva trascinato l’Argentina in finale, e poi – proprio come non avrebbe fatto Maradona – ha fallito. Rivelando al mondo l’unica maschera che possiede davvero: la sua. E allora perché ci ostiniamo ad accomunare gli altri a Diego? Perché Maradona è diventato un aggettivo. Che significa incredibile e irraggiungibile allo stesso tempo. Qualche settimana fa, durante la partita della Pace, lo abbiamo rivisto con le scarpette ai piedi, lento, la pancia che a un certa età arriva sempre. Il giorno dopo abbiamo letto che aveva giocato soltanto un tempo. Così era previsto, e così era andato in stampa. Invece dopo l’intervallo Maradona era rientrato in campo, la faccia ostinata, vecchia, ma la stessa di quando giocava. Lo ha fatto fino alla fine. Il 30 ottobre compirà 54 anni. Ha già detto che adesso che ha incontrato Papa Francesco può morire tranquillo. E poi: «Se non fossi drogato sarei stato un giocatore fenomenale», come se non lo fosse stato abbastanza. È questo che cerchiamo tutte le volte che battezziamo qualcuno come il nuovo Diego: stupore, abbiamo voglia di stupirci, e creiamo questo corto circuito di gesti, gol, velocità. Qualche giorno fa un ragazzo coreano del Barcellona, sedici anni, ciuffo sbarazzino, ha preso palla a centrocampo, sempre quando succede ci facciamo cullare dal soffio nostalgico di una qualche corsa irrefrenabile verso l’area di rigore. Infatti ha saltato due avversari, tre, cinque. Il portiere. Lui è Lee Seung Woo. Sembrava Maradona. Lo chiamano già il Messi coreano. O mamma, ne ho visto un altro.

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