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Quello era solo un tweet

Il processo al sospettato artefice dell'attentato alla maratona di Boston, Dzhokhar Tsarnaev, riporta al dibattito sulla criminalizzazione di post e commenti sui social media.

Il 15 aprile 2013 a Boylston Street, una delle arterie principali di Boston, centinaia di persone si affrettavano verso il traguardo dell’annuale maratona cittadina. All’improvviso, poco prima delle 15, nel giro di dieci secondi due bombe sono esplose a poca distanza dal traguardo, uccidendo la studentessa cinese Lingli Zu, la ristoratrice del Massachusetts Krystle Marie Campbell e Martin Richard, un bambino di appena otto anni. 264 persone sono rimaste ferite, e di esse 16 hanno perso almeno un arto. L’America e il mondo, per una di quelle associazioni mentali impossibili da controllare, hanno rivissuto per lunghe ore nell’ombra scura e paralizzante dell’11 settembre.

Le indagini – per quanto complicate dalla frenesia del momento – hanno portato il FBI a identificare nel giro di qualche giorno due sospetti: a sistemare due zaini pieni di esplosivo nei pressi del traguardo sarebbero stati Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, fratelli, figli di una famiglia cecena trasferitasi negli Stati Uniti nel 2002. La strage, tanto per i rimandi infausti alle tragedie del passato recente quanto per la crudeltà con cui è stata perpetrata, ha di certo scosso l’America nel profondo. L’ultimo atto della vicenda è l’inizio ufficiale del processo a Dzhokhar Tsarnaev, il fratello minore – Tamerlan, il maggiore, era invece deceduto nelle sparatoria intercorsa con le forze di polizia in quei giorni. Il 4 marzo scorso Judy Clark, capo degli avvocati difensori di Tsarnaev, ha consegnato alla Corte federale di Boston un’arringa di apertura in cui mette in chiaro al di là di ogni dubbio che la difesa non contesta il coinvolgimento del suo cliente negli atti terroristici del 2013.

La questione sollevata da alcuni dei reporter che seguono il caso, tuttavia, è un’altra, e in questa sede, tralasciando volontariamente le altre implicazioni di fatti così dolorosi, vale la pena di approfondirla. Martedì scorso, il 10 marzo, un legale della difesa, Miriam Conrad, ha risposto all’agente speciale del FBI Steve Kimball, che il giorno prima aveva testimoniato davanti al giudice della Corte. Il ruolo di Kimball era apparentemente a prova di malinteso: doveva occuparsi per conto dell’accusa di vagliare gli account social media del giovanissimo Dzhokhar, classe 1993. Quel che ne è venuto fuori, spiega Natasha Lennard su Fusion, è tuttavia oggetto di dibattito: «Nel migliore dei casi, Kimball ha dimostrato un preoccupante livello di incompetenza; nel peggiore, lui e il governo stanno presentando intenzionalmente il potenzialmente innocuo o l’irrilevante come prova di malvagità».

Dzhokhar Tsarnaev, come più o meno qualsiasi altro ragazzo della sua età, era attivo sui social media. Un suo account Twitter, @J_Tsar, è tuttora esistente, e oggi ha poco meno di 60mila follower. L’ultimo tweet risale al 17 aprile 2013, nelle ore della rocambolesca latitanza dei fratelli. Nella sua arringa, Kimball ha fatto riferimento a un messaggio in particolare pubblicato da questo profilo: il 16 aprile 2012, perciò pressoché un anno prima degli eventi, @J_Tsar ha twittato: «They will spend their money and they will regret it and then they will be defeated». («Spenderanno i loro soldi, se ne pentiranno e saranno sconfitti»). L’agente FBI ha indicato il messaggio come «interpretabile come una minaccia agli organizzatori della maratona». Non esattamente: come Conrad ha avuto modo di puntualizzare, si tratta di un versetto del Corano. Un secondo account collegato al giovane, «Ghuraba» (il cui significato letterale vale più o meno «stranieri»), mostrava l’immagine di una moschea. Kimball ne ha parlato come de «la Mecca». In realtà si trattava di uno scorcio di Grozny, il centro principale della Cecenia.

Un altro tweet di Tsarnaev contiene le parole «I shall die» e un link. Kimball, probabilmente non cliccandolo, l’ha sottolineato come ulteriore prova della premeditazione dell’orrendo crimine. «Probabilmente non cliccandolo» perché il suddetto collegamento rimandava a una canzone pop russa, di cui il tweet era una fedele citazione. La perorazione dell’uomo del FBI non ha neanche tenuto conto di altri fattori, tendendo all’approssimazione – quando non direttamente al malinteso. Come ha scritto Nick Woolf sul Guardian, altri messaggi «si sono rivelati essere battute del programma in onda su Comedy Central Tosh.o, o sketch del popolare duo comico Key e Peele». Altri erano semplici citazioni di testi rap e hip hop, persino di brani di Jay-Z, simili a quelle che io o voi possiamo aver condiviso col mondo in un momento qualunque, con totale noncuranza. Certo, questi sono i messaggi di un pazzo criminale: ma dove finisce il tweet innocuo, dove inizia l’intento criminale? Di certo il lavoro incauto del FBI non ha aiutato a comprenderlo, anzi.

Una frase, secondo Kimball, sarebbe stata pescata dal repertorio dei sermoni di Anwar al-Awlaki, predicatore americano vicino ad al-Qaeda ucciso da un drone in Yemen nel 2011. Ma anche qui si trattava di frasi del Corano. Se da una parte è comprensibile vedere un filo nero che collega l’attività social di Tsarnaev, la sua retorica incendiaria, con i proclami che incensano ciò di cui si è reso artefice, dall’altra è pur vero che portare singoli messaggi di 140 caratteri come prove di un’intenzione prematurata è un precedente pericoloso. Per citare ancora Lennard, «nel volere giustizia per le vittime di Boston non dobbiamo rinunciare alla critica del modo in cui il governo si occupa di comunicazione online come se contenesse sempre i semi di un potenziale atto di terrorismo».

A rimarcare ulteriormente l’opportunità di questo appello possono essere citati altri casi più e meno accostabili a quello di Tsarnaev. L’anno scorso, sempre ad aprile, una ragazzina olandese di 14 anni ha scritto su Twitter: «Hello my name’s Ibrahim and I’m from Afghanistan. I’m part of Al Qaida and on June 1st I’m gonna do something really big bye». Ha anche menzionato l’account di American Airlines, @AmericanAir. In seguito ha dichiarato che si era trattato di uno scherzo, ma quando era già sotto custodia della polizia di Rotterdam. È stata trattenuta in carcere per tre notti. “Poteva pensarci prima”? Forse. Ricordate tutte le serene idiozie che avete fatto a 14 anni? Pensateci. Ora pensate a uno stuolo di poliziotti in divisa che vi interroga in una stanza.

La sera dell’11 marzo 2014 l’utente di Twitter @StillDMC ha pubblicato una foto in prima persona di un fucile puntato da una finestra di downtown Los Angeles su alcuni ignari pedoni sottostanti, col commento «100 RT [retweet] e sparo a qualcuno». Poco dopo aver varcato quota cento ricondivisioni è arrivata un’altra immagine: raffigurava un uomo steso a terra, apparentemente colpito da un’arma da fuoco. Il giorno dopo la polizia di L. A. ha arrestato Dakkari McAnuff alias @StillDMC, ventenne di Houston, e il suo amico ventiduenne Zain Abbasi. Dieci poliziotti del LAPD armati di tutto punto hanno fatto irruzione nel condominio di Abbasi. Ciò che hanno trovato nell’appartamento, però, era una pistola giocattolo scarica. Abbasi e McAnuff sono metà dei MAD Pranksters, un gruppo comico di giovani texani trasferitisi in California. @StillDMC è stato imprigionato per «sospette minacce criminali», con una cauzione fissata a 50mila dollari. Abbasi definisce l’idea del gruppo «a social prank», «uno scherzo social». Ma siamo sicuri che sui social si possa scherzare sempre, anche in quell’occidente che celebra la libertà d’espressione?


Sui media vicende come queste finiscono per rinforzare quella vulgata che vede tra i mali assoluti di questi tempi ciò che in genere si definisce gamification of murder, ovvero la rilettura ludica della morte e dei crimini, portata avanti (asseriscono i sostenitori della suddetta vulgata) in primis dai videogiochi. Nel febbraio del 2013 un ragazzino texano, Justin Carter, è finito in una prigione di San Antonio per un commento pubblicato in un thread inerente al videogame “League of Legends”. Qualcuno gli aveva dato del pazzo, e lui aveva replicato con «Oh yeah, I’m real messed up in the head. I’m going to go shoot up a school full of kids and eat their still-beating hearts» («Ah sì, sono davvero fuori di testa. Andrò a sparare in una scuola piena di bambini e mangerò i loro cuori ancora pulsanti»), chiudendo la frase con un eloquente «LOL». A luglio di quell’anno Carter era già stato posto sotto sorveglianza per lo stato di depressione acuta in cui era piombato.

Più recentemente, sulla scia dell’omicidio di due poliziotti newyorkesi a opera di un folle che aveva postato su Instagram la sua intenzione di «mettere le ali ai maiali», diversi casi di “sentimento antipoliziesco” – suggerite voi l’espressione migliore – manifestato online sono stati oggetto di indagine da parte della polizia della Grande Mela. Con ogni probabilità Tsarnaev avrebbe commesso quell’atroce strage anche senza aver postato rime di Jay-Z e passi del Corano. Un quesito però dovremmo porcelo, se non per senso civico almeno per amor di logica: tutti gli autori di post e tweet scriteriati, inutili o direttamente idioti possono essere trattati come criminali?

Nell’immagine in evidenza: una preview della mostra “Evidence” di Ai Weiwei. Berlino, 2 aprile 2014 (Sean Gallup/Getty Images).
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