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Triste, solitario e finito

La parabola di Alexandre Pato, dal Brasile all'Italia e di nuovo in Brasile. Storia del giocatore che abbiamo visto, di quello che doveva diventare e che non è mai stato, della fine di un sogno a soli 24 anni.

Un calciatore professionista ventiquattrenne di solito non è laureato, di solito non beve molto, di solito fa un lavoro che gli piace, va a letto presto per svegliarsi presto e ha una relazione con una bellissima star dello spettacolo. Di solito guadagna moltissimo, se gli va bene è nel pieno della sua carriera ed è una carriera di successo, di articoli di giornale, di milioni di euro spesi per lui, di persone che lo amano e lo odiano senza che a lui importi molto. La vita di un calciatore professionista a ventiquattro anni è agli antipodi di quella di un ventiquattrenne comune che vive secondo la norma della sua generazione, e questa è un’affermazione mediamente vera, ma nella media ci sono le sfumature, e ci sono calciatori che vivono in modo più conforme alla norma generazionale, e ventiquattrenni che se ne allontanano di più pur non facendo i calciatori. Poi c’è Alexandre Pato, che è l’antipodo più lontano che ci sia. Pato ha già fatto tutto quello che un calciatore può fare, l’ha fatto velocemente, l’ha fatto bruciando come una torcia di fosforo, squagliandosi e consumandosi con un’apparente irrazionalità tipica dei pazzi, dei lunatici e dei monomaniaci, e dopo essere stato tra i più forti della sua generazione, Pato a ventiquattro anni è finito.

Certe parole vanno declinate: dire che un calciatore “è finito” è un’affermazione che va contestualizzata nel mondo del calcio. La fine per un calciatore non è la miseria, anche se a volte lo diventa, non è la vergogna, anche se a volte arriva, non è la fuga, anche se a volte è necessaria. Un calciatore come Alexandre Pato è finito perché la sua parabola professionale sta scendendo da troppi anni e non accenna a risalire, continua a buttarsi in picchiata verso il basso, sempre più velocemente, e l’immagine che mi viene in mente è quella di un aereo che cade, a motori spenti, forse con la coda fumante, ma che ancora non riesce a vedere l’impatto, la terra o il mare o le montagne su cui si schianterà. Ho l’impressione che Pato possa cadere ancora, e ancora più in basso.

Un calciatore deve saper giocare bene, benissimo se vuole diventare uno dei migliori, ma deve anche saper fare una cosa che a volte deriva dal suo gioco, a volte arriva nonostante il suo gioco e la sua attitudine in campo: deve sapersi far amare. A settembre 2013 la rivista brasiliana Poder fissa un’intervista con il giocatore, chiaramente Pato si presenta con un’addetta stampa, non è una novità, ma il giornalista Paulo Sampaio non si aspetta richieste simili. Non è possibile, dice l’addetta, fare domande sullo stipendio del giocatore, sul suo rapporto con i Gaviões de Fiel, i torcedores o ultras del Corinthians con cui ha avuto molti contrasti recenti, sul suo matrimonio con Stephanie Brito o sulla sua relazione con Barbara Berlusconi. A molte delle domande permesse non risponde lui, ma sempre l’assistente, e risponde con cenni della testa che significano “sì” o che significano “no”. Pato parla molto poco, tra le cose che dice c’è che deve vendere una Ferrari comprata in Italia. Il giornalista Paulo Sampaio, invece, dopo l’intervista parla molto e racconta quello che ha visto e quello che non ha potuto chiedere, ed è l’ennesima pessima pubblicità per l’attaccante più costoso della storia del Corinthians.

I

Era iniziato tutto bene. Alexandre Rodrigues da Silva avrebbe anche una storia commovente con cui condire la sua vita, se la sua vita fosse andata nel migliore dei modi, e non è dissimile da quella di Messi. A dieci anni Alexandre (lo chiamavano così, perché Pato non esisteva ancora per nessuno) si rompe il braccio, in ospedale durante una radiografia scoprono che nel braccio non c’è solo la frattura, ma anche e soprattutto un tumore. La sua famiglia non ha i soldi per sostenere l’operazione, si affida agli amici e tra gli amici trova un medico, Paulo Roberto Mussi, che lo opera gratis. Alexandre guarisce, fa periodicamente nuovi esami ma il tumore non si ripresenta. Può continuare a giocare a calcio, una cosa che ha imparato dal fratello maggiore, Alexandro (come Alexandre, ma con la “o”), che a 15 anni è stato preso dal Presidente Prudente FC, un club dell’entroterra di São Paulo. Alexandre (con la “e”) guarisce e parte da solo verso Porto Alegre, dove lo vuole il Grêmio, ma lui sceglie l’Internacional, si dice spinto dalla famiglia. In questo momento ha undici anni, che sono pochi ma fanno un effetto strano, pensando che dopo altri soli undici anni Pato sarà uno dei giocatori più forti del mondo, campione d’Italia con il Milan.

È il giocatore più giovane a segnare in una competizione ufficiale Fifa, e all’Istituto di statistica del calcio il nome che devono cancellare per sostituirlo con Alexandre Rodrigues da Silva è Edson Arantes do Nascimento, anche se probabilmente è stato abbreviato come Pelé.

All’Internacional de Porto Alegre Alexandre fa le giovanili, le fa bene e probabilmente meglio degli altri, se a 16 anni viene chiamato dalla squadra che sta giocando il Brasileirão Under 20, una competizione molto seguita in Brasile. L’Inter vince in finale 4 a 0 proprio contro il Grêmio, Alexandre segna il goal del 3-0 ed è capocannoniere con 7 goal. Il 26 novembre 2006 esordisce nel Brasileirão vero e proprio, è aggregato alla prima squadra ed è titolare alla prima partita, contro il Palmeiras, con la maglia numero 11. La prima palla che tocca, dopo pochi secondi dal calcio d’inizio, la passa a un compagno, poi scatta in verticale, gli torna con un classico uno-due e lui di prima, di punta e rasoterra, segna il primo goal da professionista. Non è ancora finito il secondo minuto di orologio. Quando segna cerca la telecamera dietro la porta, disegna un cuore con le dita (non fa la forma con le due mani congiunte, lo disegna nell’aria, come con una matita invisibile) e urla «te amo mãe!». Pato ha appena rinnovato il contratto con l’Internacional fino al 2009, accettando una clausola rescissoria di 20 milioni di dollari valida solo per le squadre straniere. Dopo poco c’è un altro esordio, nel Mondiale per club, e lui segna un altro record con un altro goal. I record di questo tipo non vogliono dire molto, ma qualcosa sì, soprattutto se si guardano con il senno di poi e un po’ di amarezza. È il giocatore più giovane a segnare in una competizione ufficiale Fifa, il goal lo realizza all’Al-Ahly in semifinale, e all’Istituto di statistica del calcio il nome che devono cancellare per sostituirlo con Alexandre Rodrigues da Silva è Edson Arantes do Nascimento, anche se probabilmente è stato abbreviato come Pelé.

A luglio 2007 la Gazzetta dello Sport intervista Paulo Roberto Falcão, ex giocatore della Roma e dell’Internacional, che parla molto di Pato. Dice: «Pato era già un potenziale campione a 16 anni, al tempo delle giovanili. Si vedeva che era “diverso”. Lui doveva imparare ancora quasi tutto. Ma aveva colpi. Ha forza fisica, di testa è bravo, ha personalità. In più di destro mette il pallone dove vuole. Ha un tiro che fulmina. Il sinistro, invece, era una debolezza. Era. Perché negli ultimi mesi ha lavorato molto su questo colpo. Sta migliorando. E questo è un segnale importante. Vuol dire che il ragazzo non si sente arrivato. Ha voglia di imparare». Poi, ancora, quando gli chiedono com’è Pato fuori dal campo, come per sottolineare l’umiltà, aggiunge: «Avete mai letto niente su di lui? Questa è la risposta. È un ragazzo, ma ha la testa».

Il Milan, grazie allo scouting di Leonardo che sarà poi anche allenatore di Pato nel 2009/10, compra il suo cartellino nell’estate del 2007 per 22 milioni di euro. Nell’articolo di La Repubblica che annuncia l’acquisto, il 3 agosto, c’è anche spazio per le voci che vogliono Kaká vicino al Real Madrid, con Ancelotti, allenatore del Milan, che smentisce e si dice stufo dei gossip calcistici. Poi una frase di Pato, sul suo passato con l’Inter: «Porterò in Italia il nome dell’Internacional e contribuirò a rendere ancor più famoso questo straordinario club. Ho sempre cercato di ripagare la fiducia dei tifosi: giorno dopo giorno, ricorderò con emozione questa grande società». È il minorenne più costoso della storia del calcio, ma non potrà giocare fino al 2008, perché una norma della Fifa vieta i trasferimenti internazionali di giocatori con meno di 18 anni. Il tesseramento, quindi, è possibile soltanto dal gennaio dell’anno dopo, quando si riapre il mercato.

Pato è uno dei primi a esultare con quel gesto che diventerà poi una noiosa moda calcistica, e quel gesto si inserisce in una perfetta caratterizzazione ingenua, infantile e romantica del teenager che è.

Il tredici gennaio 2008 il Milan gioca la prima del nuovo anno contro il Napoli. Dopo la partita il servizio di Controcampo, il programma calcistico di Mediaset, il più guardato d’Italia, inizia con le parole: «La grande attesa è terminata. Il campionato italiano dà il benvenuto ad Alexandre Pato». Ha diciotto anni da qualche mese, eppure è vero che c’è “grande attesa”. In più il Milan ha appena vinto la Coppa del Mondo per Club, e Silvio Berlusconi, allora sorridente, magro e in forma è in campo ad alzarla e a farla vedere a tutto lo stadio, che non è pieno ma quasi: ci sono 70.000 persone. Pato viene prima abbracciato da Bonera, poi va da Ronaldo (Luis Nazario da Lima) che aspetta di battere il primo pallone, gli dà la mano e sembra volergli parlare, ma il Fenomeno si gira dall’altra parte e Pato rimane un po’ interdetto, e si vede tutta l’emozione del momento. Inizia la sua prima italiana: al 21′ parte dalla destra, resiste alle spinte di Hamsik, spara un destro da venti metri che Iezzo, portiere del Napoli, respinge con i pugni. Il primo tempo finisce 2 a 2, con un goal di Ronaldo, uno di Sosa, uno di Seedorf e un rigore di Domizzi. Appena inizia il secondo tempo Seedorf regala un cross a Ronaldo che, grasso e sgraziato, segna il 3-2. Al 68′ Kaká segna da fuori area il 4-2, e la partita si chiude. C’è tempo ancora per Pato, la vera star della serata: un rinvio di Favalli rimbalza nella metà campo del Napoli che è tutto spinto in avanti, Pato corre verso il pallone ed è più veloce di Domizzi, sfrutta il rimbalzo alto, un tocco leggero e una finta di corpo per disorientare il difensore, aspetta un altro rimbalzo, più basso, e mentre il portiere esce sui suoi piedi Pato la tocca piano di piatto, rasoterra, in porta. Non cerca la telecamera per ringraziare la madre come faceva sempre all’Inter, esulta anzi poco, aspetta che arrivino i compagni ad abbracciarlo e rimane composto. Sembra in effetti fortissimo e umile, come diceva Falcão.

Il 27 gennaio, ancora a San Siro contro il Genoa, Pato segna entrambi i goal del Milan. Per la prima volta fa, con le mani, il gesto del cuore. È per Sthefany Brito (scritto proprio così, sbagliato), la fidanzata ventenne, un’attrice brasiliana. Pato è uno dei primi a esultare con quel gesto che diventerà poi una noiosa moda calcistica, e quel gesto si inserisce in una perfetta caratterizzazione ingenua, infantile e romantica del teenager che è: silenzioso, di poche parole, con un apparecchio ai denti che sembra messo lì apposta da un regista per enfatizzare l’immagine dell’impacciato ragazzino che dicevano essere troppo magro per il campionato italiano. A maggio 2008 viene intervistato da GQ, a cui dice che per il matrimonio è ancora presto. Si sposeranno poi a luglio 2009. La partita successiva, il 3 febbraio a Firenze contro la Fiorentina, Pato segna il suo primo goal in trasferta ed è ancora il goal che decide il risultato. Controlla di petto un cross di Kaká, aspetta che la palla scenda marcato stretto da Ujfalusi, la sposta con il destro e la calcia sotto la traversa con il sinistro. È un goal difficile, da attaccante vero, soprattutto furbo, e ricorda il primo realizzato contro il Napoli. Sono 4 goal in 4 partite giocate. Prima di finire la partita però appoggia male il piede sinistro e si procura una distorsione. È il primo infortunio, lo terrà fermo per due partite. Torna a fine mese, segnerà ancora molto: contro il Catania, contro l’Empoli, contro il Torino,Reggina, Udinese. In tutto sono 18 partite e 9 goal. Il 26 marzo esordisce con il Brasile allenato da Dunga in un’amichevole contro la Svezia che si gioca a Londra. Entra al 60′ al posto di Luis Fabiano. Al 72′ segna l’uno a zero. Il portiere svedese, al limite destro dell’area di rigore, esce per rinviare una palla, ma la calcia addosso a Pato. In un secondo, senza controllare o aggiustare il pallone che gli è appena rimbalzato sulla coscia, fa un giro su se stesso, guarda la porta, e calcia un lob arcuato e preciso. Goal all’esordio, come con Internacional e Milan.

Il Milan finisce una brutta stagione qualificandosi per la Coppa UEFA, ha comprato Ronaldinho, Borriello, Abate, Zambrotta, Flamini, di nuovo Shevchenko, ma ha perso Cafu, Oddo, Gilardino, Serginho, Ronaldo. La squadra sembra essere più forte, e capace di puntare lo Scudetto. Durante l’estate Pato gioca poco nelle qualificazioni ai Mondiali, e anche all’Olimpiade di Pechino Dunga sceglie di far giocare titolare Rafael Sobis, ex compagno di Alexandre all’Internacional, perché«sa giocare anche con una marcatura ferrea, sa aprire gli spazi e non sta sempre in fuorigioco». Sobis in realtà nel 2008 è in fase molto discendente, e sta per lasciare il Real Betis per andare a giocare, a soli ventitré anni, all’Al-Jazira di Abu Dhabi. Pato, alla prima stagione intera con il Milan, può dimostrare definitivamente di essere uno dei migliori giocatori del mondo. In Italia si fa molto chiacchierare su chi sia il miglior giovane del campionato: lui, Balotelli o Giovinco. Ha ancora diciotto anni quando inizia il campionato di Serie A (ne compirà 19 dopo la prima giornata, il 2 settembre) ma è uno dei titolari dell’attacco, insieme a Kaká, Inzaghi, Borriello e Ronaldinho. Segna ancora una volta all’esordio in una competizione, contro lo Zurigo in Coppa UEFA, poi alla terza di campionato contro la Lazio e alla quarta contro la Reggina. Non è più una sorpresa, e impara a giocare anche da prima punta. Brian Phillips, oggi una delle firme di punta di Grantland, allora “soltanto” titolare del sito The Run of Playscriveva di lui: «I knew it wasn’t Pato I saw; it was the future of Pato, which, at the same time, was Pato, since Pato had yet to play a top-flight game. Pato was all in the future, and the Pato of the future was marvelous and merciless and great». Pato gioca bene e segna tanto, ma la stampa e i tifosi (e anche io, ovviamente) guardano oltre il Pato attuale. È così straordinariamente giovane e insieme così straordinariamente forte, così straordinariamente agile e insieme potente, che è impossibile limitarsi alla fruizione passiva del Pato presente. Bisogna togliere le cinture di sicurezza al realismo e romanzare e fantasticare sul futuro di uno dei più forti giocatori della sua età. È quello che fanno tutti: ci sta passando davanti agli occhi qualcosa di grandioso, e ce ne stiamo rendendo conto. Viviamo un Pato del presente, aspettando tutti uno splendido Pato del futuro, indistruttibile e incomparabile a chiunque. Il risultato parziale di questa operazione sia intima e individuale che mediatica è che Pato perde una carta d’identità, perde un’età e una collocazione precisa e umana, ogni suo dribbling, ogni suo scatto e goal non sono una conferma della sua forza, ma un avvicinamento all’idea platonica di Pato che prima o poi dovrà rivelarsi.

Ogni suo dribbling, ogni suo scatto e goal non sono una conferma della sua forza, ma un avvicinamento all’idea platonica di Pato che prima o poi dovrà rivelarsi.

In tutto questo lui, che ha giocato l’Olimpiade, fa una prima parte di stagione abbastanza anonima: due goal nelle prime dodici partite. Torna a segnare il 23 novembre 2008, un altro goal da punta vera: controlla un pasaggio difficile e verticale di Pirlo, il secondo tocco è già un tiro, ancora sotto la traversa, imparabile. Dalla tredicesima alla ventottesima giornata fa 12 goal in 15 partite, tornando ad alimentare le fantasie di chi aspetta un’epifania, un nuovo Fenomeno. Alcuni goal sono notevoli, da fuoriclasse. Contro l’Udinese a San Siro, il 21 dicembre, prima appoggia di testa un bel cross di Favalli, poi, sulla fascia sinistra, salta il difensore Sala dopo un controllo a un tocco solo, punta verso l’area e, quasi sul fondo, di esterno destro mette il pallone in mezzo all’area per Kaká, che segna il 2 a 0. Segna la sua prima doppietta della stagione pochi minuti dopo, ancora bruciando Sala, questa volta a centro area con un tocco di sinistro su sponda di Antonini. È veloce, agile e incredibilmente aggraziato.

A Gennaio c’è Roma – Milan, e Pato segna il suo goal più bello fin’ora. Non il primo, che è un appoggio a porta vuota dopo una bella discesa di Kaká, ma il secondo. Prende palla sulla fascia sinistra, all’altezza del centrocampo, e può correre diritto, in verticale verso il fondo. Parte prima piano, tre tocchi con davanti Mexes, come per studiarlo e capire dove può batterlo. Il quarto tocco è improvviso, butta la palla avanti e accelera, Mexes non gli sta dietro, lui è già in area ma sembra troppo veloce, destinato a sbattere contro i cartelloni pubblicitari, e in più non curva, non va verso la porta. Doni, il portiere della Roma, esce con il corpo a coprire la porta, Pato deve crossare al centro, ammesso che ci riesca. Invece con il sinistro tocca la palla piano, sotto, “morbido” come si dice in gergo, e ne esce un pallonetto sul secondo palo. Velocità e controllo. È un goal molto raro. Poi, per esultare, non fa nessun cuoricino, anzi: urla, di rabbia, di gioia, di tensione.

Nella stagione 2008/09 è il capocannoniere del Milan con 18 goal. Qualche mese prima viene intervistato dalCorriere dello Sport. Dice di voler diventare come Maldini: «Se è vero che Ronaldo è il mio idolo, il mio attaccante da imitare, Maldini rappresenta l’esempio per qualsiasi giocatore». Che cosa vorresti avere del capitano? gli chiedono. Lui dice: «La longevità agonistica, la professionalità, il senso di appartenenza, la passione e l’impegno che mette e che ha sempre messo anche in allenamento». Poi rivela che la fidanzata Sthefany è arrivata in Italia per vivere con lui. Dice che stanno pensando a qualcosa di importante prima della fine dell’anno. Che sono entrambi giovani ma che «quando si ha la certezza della donna che si ama, non bisogna avere dubbi». Alexandre Pato e Sthefany Brito si sposano il 7 luglio. Lui ha diciannove anni e dieci mesi.

Quanto ha fatto bene o male a un giudizio storico e possibilmente oggettivo, mi chiedo oggi, quella sua proiezione platonica? Malissimo, mi rispondo. Pato a 24 anni è considerato “finito”, ovvero “finita” si considera la sua esperienza calcistica di altissimo livello. Finito perché non è riuscito a diventare il nuovo Ronaldo, e finito perché non è rimasto dietro a Messi in quanto a numeri, a goal segnati, a costante pericolosità per le difese avversarie. E poi perché è cresciuto, si è appesantito di massa muscolare – nel 2010, in concomitanza con i primi infortuni, si inizia a dire che dal suo arrivo al Milan pesa 8 Kg in più, ed è cresciuto in altezza di altrettanti centimetri – e non riesce più a partire lontano dalla porta come faceva all’inizio, non riesce ad avere un’esplosività di movimenti che gli consente i cambi di direzione in velocità che lo hanno reso famoso. Infine, perché ha gestito male la sua immagine umana: il suo costante silenzio si è trasformato in arroganza, la sua timidezza in supponenza. È qualcosa che non si può provare con un comodo fact-checking, e quindi è qualcosa di volatile, ma è qualcosa che i tifosi al Milan avvertono, come se fosse una questione ormonale. Lo si intuisce o percepisce dal suo modo di esultare per i goal, dopo la fine del matrimonio con Sthefany. Un matrimonio durato otto mesi. Non ci sono più i sorrisi e le mani che si uniscono per formare un cuore, ma solo rabbia. Che non sembra una rabbia agonistica, ma uno sfogo troppo piccolo e brutale dalla sofferenza. Come se il Pato finalmente reale tentasse di rimanere a galla, disperato e consapevole che non raggiungerà mai l’idea platonica del Pato in potenza che – adesso lo abbiamo capito tutti – non potrà mai essere.

 

II

La stagione 2009/10 vede la prima scarica di infortuni. A guardare i numeri statistici, però, sembra un’altra ottima stagione: 23 partite giocate e 12 goal, uno ogni 150 minuti. Inizia con una doppietta al Siena, in una sera d’estate (22 agosto) che vede l’esordio di Leonardo in panchina, l’esordio di Thiago Silva in difesa, l’assenza di Kaká andato al Real Madrid. È il migliore in campo, parte spesso da sinistra dove salta sempre l’uomo, ma segna anche da destra. A fine partita è lui che scatena una piccola rissa in campo: ha la palla tra i piedi a centrocampo, sono gli ultimi secondi, e con la lingua fuori e le mani mima ai giocatori del Siena “la palla è qui, venite a prenderla se riuscite”. L’arbitro fischia la fine e Vergassola e Del Grosso gli vanno addosso, lo spingono, arrivano altri giocatori, li devono dividere. Vergassola, capitano del Siena, dirà poi: «Con le gambe può fare ciò che vuole, ma se poi a questo aggiunge pure la linguaccia e il segno con la mano come a dire “venite a prenderla” a quel punto non ci sto più, è una mancanza di rispetto». Non è un atteggiamento che il Pato umile, quello descritto da Falcão pochi mesi prima, avrebbe avuto.

Nelle successive sei partite il Milan fa solo sei punti (e perde il Derby 0-4), Pato non segna mai. Ricomincia, come al solito, a segnare in autunno e in inverno: dal 18 ottobre al 24 dicembre sono 6 goal in 10 partite, vince il premio “Golden Boy” assegnato dal quotidiano Tuttosport. Il 21 ottobre segna il suoi primi goal in Champions League: è una doppietta al Santiago Bernabeu, contro il Real Madrid.

Il 6 gennaio 2010, durante la rifinitura precedente Milan-Genoa, si fa male agli adduttori della coscia destra. Sono muscoli, non distorsioni o traumi. È la campana che suona, anche se non lo sa nessuno. Il Milan emette un comunicato in cui parla di “soffusione edematosa”, lui rimane fuori un mese e salta sei partite. Torna a febbraio, fa 4 goal in 3 partite prima di infortunarsi ancora, per una ricaduta. Contro l’Atalanta, nella vittoria a San Siro per 3-1, segna una doppietta, prima con un destro al volo su assist di Ambrosini, poi riuscendo a raccogliere un cross con il piede destro, il pallone che obbedisce e rimane incollato al piede, e lui anziché tirare come farebbe chiunque, in area piccola e con dieci giocatori intorno a lui, fa un passo laterale in più, dribbla il portiere e la appoggia nella porta vuota.

A fine stagione ha saltato 16 partite di Serie A per infortunio. Gli ultimi giorni di aprile divorzia da Sthefany Brito. Dunga non lo convoca per il Mondiale sudafricano.

Deve saltare altre dieci partite di campionato più una in Champions League, dal 6 marzo al 9 maggio 2010. Molti articoli dell’epoca citano “fonti interne al Milan” che rispondono alle accuse: «Nessuno al Milan ha mai pensato che Pato sia un malato immaginario». A fine stagione ha saltato 16 partite di Serie A per infortunio. Gli ultimi giorni di aprile divorzia da Sthefany Brito. Dunga non lo convoca per il Mondiale sudafricano.

La prima stagione di Allegri il Milan vince il campionato, Pato si trova in attacco con Ibrahimovic e Robinho. Lui segna due goal, ancora, alla prima di campionato, a San Siro contro il Lecce. Poi si infortuna, ancora agli adduttori, e sta fuori per tre partite. Ne gioca sei (segna quattro goal) e sta fuori altre sei, fino a gennaio 2011. Il Milan, attraverso Galliani, chiede un consulto medico a specialisti esterni alla squadra. Tutta la stampa italiana parla dei “misteriosi infortuni di Pato”. In un brutto pareggio a Lecce, il 16 gennaio, litiga in campo con Gattuso e Allegri lo toglie al 20′ del secondo tempo. È la sua ultima grande stagione nel calcio. Ha segnato 14 goal come Ibrahimovic e come Robinho, ma si è rotto qualcosa nella sua percezione.

III

Non è più considerato un predestinato. Per questo c’è un po’ di sorpresa e delusione nelle parole di Galliani quando Alexandre rifiuta il trasferimento al Paris Saint-Germain che avrebbe fatto guadagnare al Milan 35 milioni di euro. Pato dice che il Milan è casa sua. Un comunicato della società dice che il giocatore ha scelto di continuare «la sua giovane, splendida e vincente carriera», usando una terminologia che sembra purtroppo più adatta al Pato del 2008 che a quello attuale. Galliani dice solo «ben venga, ora pensiamo al Derby», poi il Milan perde anche il Derby. Pato si infortuna ancora, proprio dopo la sconfitta con l’Inter. Starà fuori tutta la stagione. Il Milan lo manda negli Stati Uniti, dal professor Carrick, chiropratico e neurologo, ma non serve a molto. Anche Il Post ad aprile dedica un articolo alla serie di stop di Pato, e scrive: «Ieri sera, durante i quarti di finale di Champions League tra Barcellona e Milan, Pato è subentrato a Kevin Prince Boateng a metà del secondo tempo. È uscito dopo solo 14 minuti, infortunato. Pato non giocava dal 25 febbraio, quando aveva disputato 45 minuti contro la Juventus e nell’intervallo era stato costretto a uscire per un problema muscolare. Era rientrato da pochi giorni da un altro infortunio muscolare: il 18 gennaio in Coppa Italia giocò contro il Novara, entrò al posto di Inzaghi, segnò la rete della vittoria e si fece male al bicipite femorale della coscia sinistra. Una cosa simile gli era successa ancora qualche mese prima, il 22 settembre 2011, dopo soli 19 minuti nella gara contro l’Udinese, quando Pato subì una distrazione muscolare al bicipite della coscia destra: dovette star fuori 7 settimane. In totale, negli ultimi 27 mesi Pato ha subito ben dieci infortuni muscolari, più o meno gravi e di frequenza sempre maggiore».

Inizia il suo sesto anno al Milan da infortunato. Sette partite fuori, ancora gli adduttori. Tre in campo, a ottobre 2012. Altre cinque fuori, da novembre a dicembre. A gennaio arriva l’offerta del Corinthians, 15 milioni di euro, 20 in meno di quelli offerti dal Paris Saint-Germain l’anno prima. Il Milan accetta. Pato saluta i compagni di squadra, commosso, il suo ultimo giorno a Milanello. Dice che vuole giocare con continuità. I tifosi non lo rimpiangono, l’Italia lo dimentica in fretta, anche a causa del pregiudizio che dice che i brasiliani che tornano in Brasile possono essere dimenticati, perché in Europa hanno fallito.

 

IV

L’addio di Pato è rabbioso. Ce l’ha con Allegri, che non gli parla più, ce l’ha con i medici del Milan e con Milan Lab, responsabili degli infortuni. Gioca 27 partite con i paulisti, segna 10 reti. Apre un profilo Twitter, forse per tentare di contrastare la sua immagine privata di giocatore troppo silenzioso, altezzoso. Il 13 maggio 2013 twitta: «2 anni e 5 mesi insieme. #love». È per Barbara Berlusconi. Due mesi dopo twitta la fine della sua storia: «La distanza ha messo un punto finale alla relazione». Pato sembra essere consapevole di quanto siano potenti i tifosi organizzati del Corinthians, i Gaviões de Fiel, e prima, appena arrivato, ammicca: «Ho scelto il Corinthians perché ha la migliortorcida del Brasile». Poi, a marzo, twitta una foto di lui che si tiene il dito davanti alla bocca, come per zittire qualcuno, e scrive: «Per chi ci chiama assassini! Siamo solo giocatori che tentano di rendervi felici!». Era appena morto un tifoso boliviano in Copa Libertadores, ucciso da un razzo corinthiano, e i tifosi del São Paulo avevano passato la partita successiva a urlare “assassini” ai rivali cittadini.

Ma Pato non riesce a farsi amare nemmeno a São Paulo: a ottobre 2013, quarti di finale di Copa do Brasil, il Corinthians si gioca ai rigori contro il Grêmio il passaggio del turno. Pato è contro Dida, ex compagno del Milan, 40 anni, prova un cucchiaio, un panenka, Dida rimane immobile e para come se fosse uno scherzo. Il Corinthians va male, il profilo Instagram di Pato, tentativo di comunicare con i tifosi, diventa una pagina di insulti: «irresponsabile di merda», «pagliaccio», «non meriti di vestire la maglia del Corinthians», «rispetta la maglia», eccetera. Poco prima, alcune ore dopo una sconfitta con il Goiás, viene fotografato a un concerto di Beyoncé. A febbraio 2014 finisce anche la sua storia con il Corinthians, che lo scambia con il São Paulo. Pochi giorni prima alcuni ultras dei Gaviões de Fiel avevano interrotto un allenamento, cercando di aggredire lui, simbolo e responsabile del momento negativo del “Timão”. Si era chiuso negli spogliatoi, mettendo degli armadietti davanti alla porta per assicurarla.

L’ultima fiammata di Pato, del Pato che sembrava dover essere il Pato ideale, era arrivata il 13 settembre 2011, al Camp Nou contro il Barcellona, ancora al Milan: Nocerino serve una palla a Pato nel cerchio di centrocampo, e Pato sembra ingabbiato e spalle alla porta e in effetti lo è, poi all’improvviso – se riguardi il replay venti volte non capisci comunque come e soprattutto perché – si gira e butta il pallone avanti, più avanti ancora rispetto alla difesa del Barcellona che infatti lo guarda e non lo segue, e lui, Pato, si trova in un attimo davanti a Valdes e segna il gol dell’uno a zero improvviso e bellissimo. Poi basta. Era tre anni fa. Nel frattempo, Pato è “finito”, in un senso unico, non comune: ha esaurito tutto il potenziale idealistico che faceva sperare in un Pato-del-futuro. Il Pato platonico non esisterà mai, e il Pato di oggi è il peggior Pato mai esistito, come se la perdita di quel futuro di gloria avesse rovinato anche il presente. Al calcio rimane soltanto il Pato del passato, è l’immagine di un’idea acerba e di un entusiasmo e un’attesa non ripagate. Era un’idea esaltante e preziosa e questo pezzo esiste per ricordarla.

 

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