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Tom of Finland a San Francisco

Siamo stati al San Francisco International LGBTQ Festival alla proiezione del biopic sul più iconico disegnatore gay.

A ridosso del Gay Pride, subito dopo la Design Week, ecco questo San Francisco International LGBTQ Festival, con l’assembramento e le folle di Venezia quando c’è insieme la regata storica, la Biennale e il festival. Nel distretto di Castro, code chilometriche per un festivalino tutto sponsorizzato dalle grandi compagnie di Silicon Valley, Dropbox ma anche Gilead, colosso farmaceutico della pillola Prep, dalla primaria sauna Steamworks, da sexy shop e palestre e saloni di bellezza qui di Castro. In generale è tutto un “hai i biglietti per stasera? Hai un più uno?” come alla Festa del cinema di Roma, e qui però molti inviti soprattutto in party anche in saloni di parrucchieri lontanissimi, a Soma, pieni di montatori e cinematografari arrivati entusiasti da LA e poi qui finiti tra le scansie di prodotti Aveda.

Molto excitement per i film a partire da questo Tom of Finland, regia di Dome Karukoski, modesto e onesto biopic sull’inventore del nerboruto cartoon che creò l’estetica motociclistica leggendaria. E dentro, nel Castro Theatre, in giornate stranamente calde nell’estate sanfranciscana di tradizione gelida, tanti abbigliati filologici nei loro giubbotti motociclistici (suderanno poi molto), con il celebre organetto live che suona e anticipa ogni proiezione con struggenti note del San Francisco cinematografico 1936, e poi scompare giù elettricamente nel suo antro.

Il film però non tratta del personaggio naturalmente “iconico”, il nerboruto uomo in pelle e Ray Ban, bensì della vita del suo creatore, Touko Laaksonen. Definito “il più grande artista finlandese”, una bella rivincita per una vita tremenda di proibizioni e censure, che nel film comincia in tempo di guerra, la Seconda, e lì il Laaksonen non ancora Tom sperimenta anche con naturalezza tra i boschi grazie a un capitano bell’uomo che gli dona un portasigarette, e lo instrada verso un certo boschetto dove ufficiali e sottufficiali abbastanza disinvoltamente si divertono. In guerra ha l’agnizione fondamentale: accoltellerà un soldato nemico piombato dal cielo col suo paracadute, e il soldato poi bellissimo rimarrà ossessione militare-erotica perenne, musa e modello dell’uomo-Tom of Finland, palestratone bonazzo baffuto. Di lì, con osservazioni e fotografie di poliziotti, soprattutto nazisti, discenderà l’estetica e l’immaginario di chiapponi, protuberanze, capezzoli, baffoni, zazzere, fossette, polizia, labbra e pacchi turgidi, con tutta un’epopea tra Leni Riefenstahl e Jacovitti e i cetrioli dei Crivelli che imbarazzavano Gadda.

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Estetica mutuata dai predecessori George Quaintance però con ambientazione più western o peplum, e Dom Orejudos detto Etienne, che comincia a confezionare quei maschioni grumosi con cappelli da poliziotto o SS negli anni Cinquanta. Tom of Finland però partendo dal suo eroe morto e forse dal senso di colpa fa i corpi più lustri e non drammatici, e sorrisi sui labbroni turgidi, una gioiosità da lollipop concepita anche come alternativa al male di vivere nella deprimente stanzetta di civile finlandese.

Febbricitanti sublimazioni su carta di questo milite ignoto, infatti, quando la vita postbellica si dimostra più ardua: va a vivere con questa sorella con cui condivide il talento illustratorio, si deprime, lei gli cerca delle fidanzate e un lavoro (sarà più facile il secondo, lo porta a lavorare con lei alla agenzia di pubblicità McCann Erickson, e lì tra bozzetti e molte sigarette è subito un Mad Men finlandese). Lui nel frattempo continua a frequentare boschetti di cruising sempre più rischiosi, con poliziotti di frenetica efficienza, e cerca dei mercati esteri per i suoi disegni. A Berlino è derubato e incarcerato, e la città tedesca pare molto meno divertente di come c’era stata raccontata dai vari Cabaret e Isherwood (però era molto prima). A salvarlo sarà il suo vecchio capitano, divenuto diplomatico, con una moglie assai comprensiva che gli permette dei poker intimi con tanti amici solo maschi un certo giorno della settimana (poi però polizia, arresto del capitano, sputtanamento, soggiorno in manicomio per tornare etero).

A casa Laaksonen intanto arriva un coinquilino, un ballerino di cui la sorella inopinatamente si innamora, e finirà coi due che si amano e lei a passare l’aspirapolvere. Per fortuna alla fine c’è la California: i bozzetti arrivano provvidenzialmente nelle mani di Bob Mizer, editore del fondamentale Physique Pictorial, che sta portando avanti una sua battaglia culturale, nell’America bigotta e rustica degli anni Cinquanta in cui la pubblicazione dei “beefcake magazine” travestiti da riviste di culturismo e benessere è l’unica via per un po’ di editoria di nicchia, aggirando le leggi retrograde. A Los Angeles Mizer stampa questa fondamentale rivista che contribuisce all’immaginario gay-macho, oggi naturalmente di massimo culto (qui a San Francisco la fondazione Mizer sta attualmente cambiando sede e si cercano in questi giorni volontari per aiutare nel cambio di sede dalla storica). E come tutti i grandi produttori, Mizer ha l’intuizione del nome d’arte, nasce così Tom of Finland. Di lì, successo colossale, ristampe, tour americani con omaggi tipo premio Nobel, plagi, fine delle cupezze nordeuropee, douceur de vivre californiana (ma il fidanzato ballerino rimane a casa, aveva dei colpetti di tosse, che nelle sceneggiature significano sempre male imminente che non perdona). Nascerà poi una Tom of Finland Foundation, e un indotto bestiale, per le 3.500 illustrazioni pubblicate su cuscini, libri, tessuti, tutte le opere pubblicate da Taschen, consacrazione mainstream, francobolli delle poste finlandesi, e «il più influente inventore di immaginario omoerotico», secondo lo storico Joseph W. Slade. Tom of Finland è soprattutto però un film contro il tabacco: fumano tutti tantissimo, e il fidanzato ballerino defunge di cancro alla gola, mentre Tom di enfisema, nel 1991: ormai celeberrimo.

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