Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Tom McCarthy, alfiere dell’indie

Ventun film recitati, tre diretti e quattro sceneggiati. Nonostante questo, forse non lo conoscete ancora

Ha 45 anni e lo stesso nome di un famoso giocatore di hockey. Ha diretto tre film e scritti quattro, di cui uno ha vinto ben due Oscar. Non solo: ha recitato in ben 21 film. Tra questi citiamo almeno Good Night and Good Luck, Amabili Resti, Flags of Our Father, Ti Presento i Miei e 2012. Ha anche preso parte a moltissimi serie televisive: Spin City, Law & Order, Ally McBeal. Eppure sono quasi sicuro che se vi facessi vedere una fotografia di Tom McCarthy, pochi di voi sarebbero in grado di riconoscerlo. A meno che voi siate fan della serie più bella di tutti i tempi. Se avete visto The Wire, non potrete fare a meno di riconoscere nella faccia da bravo ragazzo di Tom McCarthy, uno dei personaggi più fastidiosi, antipatici e cattivi di tutte e cinque le stagione, ovvero il giornalista del The Baltimore Sun, Scott Templeton. Nota importante: se non avete visto The Wire, recuperate al più presto. Ve lo dice uno che adesso si bulla e fa il fenomeno, ma che meno di un anno fa viveva ancora nella più cupa ignoranza. Non fatevi prendere dal panico: non avete visto The Wire all’epoca della sua messa in onda? Recuperate adesso. Per i capolavori non c’è fretta.

Nato il 7 giugno del 1966 in New Jersey, McCharty ha studiato alla prestigiosa Yale School of Drama con il grande Earle R. Gister. Ha cominciato a recitare, tutt’altro che giovane dati gli standard hollywoodiani, a 26 anni. Esordisce infatti nel 1992 con Oltre il Ponte, pellicola in cui Stephen Baldwin faceva ancora la parte del bello (cosa che data di molto il film in questione). Dopo una lunga serie di Tv Movie o di comparsate, la svolta per la sua carriera attoriale arriva nel 2000 grazie al blockbuster Ti Presento I Miei, dove interpreta una piccola parte. Ma il successo della pellicola è tale da regalare a quasi tutti gli attori un bel po’ di attenzione in più. McCarthy da lì in avanti viene scelto da registi come George Clooney, Clint Eastwood, Peter Jackson, Roland Emmerich o Philip Seymour Hoffman (l’attore ha esordito dietro la macchina da presa con Jack Goes Boating, da noi ancora inedito). McCarthy stupisce per la sua trasversalità come attore: il suo dimenticabile e anonimo volto si presta perfettamente per ogni tipo di film o serie televisiva. Paradosso: è talmente bravo, che nessuno si accorge della sua bravura. Avete presente quelle comparse dei film di Mike Leigh che bevono pinte al bancone del pub? Gente che sembra nata e cresciuta in quell’inquadratura. Gente che sembra essere stata scelta insieme alla scenografia. McCarthy è così: a differenza dei suoi colleghi più famosi, sembra vivere realmente nei film in cui lavora.

Ma il meglio lo da come sceneggiatore e regista. Nel 2003 scrive e dirige The Station Agent. Il film – che vede nella parte del protagonista il grandissimo Peter Dinklage, il nano fresco di Emmy per la sua parte in Game of Thrones – vince una lunga serie di premi in giro per tutti i festival più indie del pianeta. Dopo aver conquistato il Sundance, il Film Indipendent e l’Independent Spirit John Cassavetes Award, McCharty si prepara per i piani alti. Nel 2007 L’Ospite Inatteso, il suo secondo film da sceneggiatore e regista, finisce tra i candidati agli Oscar. Il merito è di quella faccia incredibile che è Richard Jenkins, candidato come miglior attore, ma il nome di McCarthy comincia a farsi realmente caldo. Il colpaccio lo fa però come scrittore. Nel 2009 scrive una storia in cui un anziano che decide di legare tanti palloncini a casa sua per andarsene in giro per il mondo. Esatto: McCarthy è quello che ha scritto Up!, uno dei più bei film della Pixar. La cosa gli è valsa una candidatura diretta agli Oscar di quell’anno e ovviamente un credito più o meno infinito nel mondo del Cinema. E quest’anno è la volta della sua terza regia: Win Win. Il film, che dovrebbe uscite in Italia con il titolo di Mosse Vincenti, come il suo regista e sceneggiatore, è un film che sembra starsene volutamente in disparte. Win Win è una sorta di manifesto di quello che è il cinema indie di una decina di anni fa: datato, fuori tempo massimo, ma con una sua evidente onestà. Che possiamo riconoscere a partire dal cast: la scelta di Paul Giamatti come protagonista parla chiaro, e al suo fianco una lunga serie di incredibili caratteristi come Amy Ryan (anche lei già in The Wire), l’irresistibile Jeffrey Tambor (Arrested Development) e un ritrovato Burt Young. Come chi? Paulie di Rocky! Insomma, il consiglio è quello di segnarsi il nome di McCarthy: anche se non vi vciene in mente il viso (e a questo punto direi di farvelo vedere qui), è uno che lascerà il segno.

 


54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg