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Tolstoj, il vostro inviato a Sebastopoli

Rileggere i "reportage" di guerra (I racconti di Sebastopoli) del grande romanziere russo, inviato sul fronte di Sebastopoli nel 1854-55, per provare a immaginare la Crimea attuale.

Giornate tolstojane. Ho letto in questi giorni un racconto di Donald Barthelme, contenuto nella bellissima raccolta La vita in città (minimum fax, 2013) e intitolato “Al Museo Tolstoj”. Come molti, forse tutti, i racconti di Barthelme, “Al museo Tolstoj” sprigiona allo stesso tempo leggerezza e un’oscura profondità, divertimento e malinconia, a cominciare dall’attacco formidabile: Ci sedemmo a piangere al Museo Tolstoj. Dai nostri occhi sgorgarono stelle filanti di carta. Il nostro sguardo vagò verso i quadri. Erano appesi troppo in alto. Il testo, che è accompagnato da quadri e ritratti e simula l’andamento di un reportage dal museo, racchiude una forma vertiginosa di mistero, nel senso che personalmente lo trovo un racconto meraviglioso, ma non saprei assolutamente dirne i motivi; soprattutto non saprei spiegare di cosa parla, quali umane questioni solleva (il senso di piccolezza di fronte a un gigante? L’ironica sorte di un mito mummificato?). Mi viene soltanto da definirlo una forma di altissima concettualizzazione della letteratura.

Negli stessi giorni, la crisi in Crimea mi ha fatto ripensare ai Racconti di Sebastopoli, letti credo a vent’anni e mai più ripresi; senz’altro un’opera minore dello scrittore russo, che iniziò a lavorarci a ventisei anni quando non aveva ancora concepito i suoi capolavori, e – esattamente all’opposto rispetto al racconto di Barthelme – un reportage mascherato da trittico narrativo. Nel 1854 Tolstoj si trovava proprio in Crimea, a Sebastopoli, dove, nel corso della sue esperienza militare, aveva chiesto di essere mandato “per vedere la guerra”. E in quanto esempio, difficilmente superabile, di scrittura dal fronte, nei tre testi mi è sembrato di trovare le tracce di un’influenza che, passando per Hemingway, arriva fino a Vollmann. Sono, tra l’altro, tre testi diversi tra loro e, in questa diversità, si può forse rintracciare l’idea dello scrittore di sperimentare intorno a uno stesso oggetto. “Sebastopoli nel mese di dicembre” è prevalentemente descrittivo, reportagistico, composto in seconda persona plurale, è una carrellata di scene collettive e di paesaggi dell’assedio. “Sebastopoli a maggio”, già meno fotografico e più psicologico, è soprattutto una cronaca dalle retrovie incentrata su un gruppo di ufficiali dell’esercito russo. “Sebastopoli nell’agosto 1855″, l’unico racconto vero e proprio, storia di due fratelli che s’incontrano andando verso il fronte e qui di nuovo si separano, è tutto giocato nel passaggio continuo dal generale al particolare, con una maestria che lascia a bocca aperta. In questi estratti che ho segnato, tradotti da Vittorio Tomelleri per l’edizione Garzanti, si può senza grossa difficoltà provare a immaginare il presente con l’aiuto di quello che più di un secolo e mezzo fa, uno dei più grandi scrittori di sempre vide in Crimea. La sapranno tutti ormai, ma a beneficio dei distratti si ricorda che la guerra del 1853-56 scoppiò per la volontà di Francia, Inghilterra, Austria e Piemonte di fermare le mire espansionistiche della Russia verso l’Impero ottomano.

L’alba comincia appena a tingere la volta del cielo sul monte Sapun;  la superficie turchina del mare si è già scrollata di dosso le tenebre notturne e attende il primo raggio, per scintillare di un gaio splendore; la baia odora di freddo e nebbia; non c’è neve, tutto è buio, ma l’acuto gelo mattutino pizzica il volto e scricchiola sotto i piedi, e il lontano, incessante mormorio del mare, di quando in quando interrotto dal fragore degli spari di Sebastopoli, turba da solo la quiete del mattino. Sulle navi battono sordamente le quattro.

(da Sebastopoli nel mese di dicembre)

 

«Ma siamo già a Sebastopoli?», chiese il minore quando furono saliti sulla montagna, e davanti a loro si aprirono la baia, con gli alberi delle navi, il mare, con la lontana flotta nemica, le bianche batterie della marina, le caserme, gli acquedotti, le darsene e gli edifici della città, e le bianche, violacee nuvole di fumo, che ininterrottamente si sollevavano lungo le gialle montagne intorno alla città, se ne stavano ferme nel cielo turchino, sotto i rosei raggi del sole, che già con un bagliore tramontava e calava verso l’orizzonte del mare scuro.

(da Sebastopoli nell’agosto 1855)

 

Il pranzo consisteva in una grande scodella di minestra nella quale nuotavano grossi pezzi di carne bovina e un ingente quantità di pepe e di foglie di lauro, di polpette polacche con mostarda e di kolduny con burro non troppo fresco. Non c’erano tovaglioli, i cucchiai erano di latta e di legno, c’erano solo due bicchieri, e sul tavolo stava una caraffa grigia d’acqua con il collo rotto; il pranzo non fu noioso; la conversazione non languì. All’inizio si parlò della battaglia di Inkerman, alla quale aveva preso parte la batteria e a proposito della quale ciascuno raccontava le proprie impressioni e faceva le proprie considerazioni sulle cause della sconfitta, tacendo quando cominciava a parlare il comandante di batteria; poi la discussione di fatto passò all’insufficienza del calibro dei cannoni leggeri rispetto a quelli nuovi, semplificati, e qui Volodja riuscì a mettere in mostra le proprie conoscenze nel campo dell’artiglieria. Ma la conversazione non si soffermò sulla tremenda situazione attuale a Sebastopoli, come se ognuno pensasse troppo a questo argomento per parlarne ancora.

(da Sebastopoli nell’agosto 1855)

 

Infatti si poteva vedere a occhio nudo come le macchie scure si muovessero dal monte attraverso la valle, dalle batterie francesi in direzione dei bastioni. Davanti a queste macchie erano visibili delle strisce scure già vicine alla nostra linea. Sui bastioni divamparono in diversi punti, rincorrendosi, i bianchi fumi degli spari. Il vento portò i rumori degli spari di fucile, fitti come la pioggia che batte sui vetri delle finestre. Le strisce nere si muovevano proprio dentro il fumo, avvicinandosi sempre più. I rumori degli spari, facendosi sempre più intensi, si confondevano in un frastuono continuo, roboante. Il fumo, sollevandosi sempre più fitto, si spargeva velocemente lungo la linea e infine formò un unica nube viola, che si intrecciava e si strecciava, dentro la quale qua e là balenavano fuochi e punti neri – tutti i rumori si riunirono in un crepitio assordante.
«Attaccano», disse l’ufficiale, pallido in volto, restituendo al marinaio il cannocchiale.

(da Sebastopoli nell’agosto 1855)

«Chi colpirà me o Michajlov? O tutti e due insieme? E se me, dove? Alla testa, così sarà tutto finito?; se alla gamba invece, me l’amputeranno, e allora chiederò che lo facciano almeno con il cloroformio, ed io potrò salvarmi. Se invece colpirà solo Michajlov, andrò in giro a raccontare che andavamo fianco a fianco, che lui è stato colpito ed io spruzzato di sangue. No, è più dalla mia parte, colpirà me». Allora si rammentò dei dodici rubli che doveva a Michajlov, si ricordò anche di un debito contratto a Pietroburgo, che da tempo avrebbe dovuto estinguere; gli venne in mente il motivo zingaro che aveva cantato la sera prima; apparve nella sua immaginazione la donna che egli amava, con una cuffietta a nastri color lilla; si ricordò di una persona dalla quale era stato offeso cinque anni prima e alla quale l’aveva fatta pagare, benché insieme, inseparabile da questi e da migliaia di altri ricordi, non lo avesse nemmeno per un attimo abbandonato il sentimento del presente – una vera e propria attesa della morte e il terrore. «Ma forse non scoppierà», pensava, e con disperata risolutezza voleva schiudere gli occhi.

(da Sebastopoli a maggio)

 

E così avete visto i difensori di Sebastopoli, nel luogo stesso in cui la difendono, e tornate indietro senza rivolgere alcuna attenzione, chissà perché, alle palle e ai proiettili che continuano a fischiare, lungo tutta la strada, fino al teatro distrutto – passeggiate con animo tranquillo, rinfrancato. La più importante e gradita convinzione che ne avete tratto è l’impossibilità che Sebastopoli venga presa, anzi, non solo che venga presa, ma addirittura che in qualche modo sia fatta vacillare la forza del popolo russo, e questa impossibilità voi l’avete vista non in questa gran massa di traverse, ripari, trincee intelligentemente collegate, mine e cannoni, ammucchiate le una sopra gli altri, dei quali non avete capito proprio niente, ma l’avete vista negli occhi, nelle parole, nei movimenti, in quello che viene definito l’animo dei difensori di Sebastopoli.

(da Sebastopoli nel mese di dicembre)

 

Immagini a cura di Jacopo Marcolini. Fotografie Getty Images / quadri Wikimedia

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