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Tina Fey

In un articolo della star di 30 Rock si trova un raro esempio di sostanza narrativa e chiarezza mentale

Nell’ultimo numero del New Yorker (predatato 14 marzo) c’è un lungo pezzo di Tina Fey che vale l’acquisto della rivista: si chiama “Lessons from late night”, ha il sottotitolo (molto redazionale, considerato anche, forse, l’otto marzo) “What separates women from men”, ma è in effettisoprattutto un ottimo pezzo sulle relazioni di lavoro, su come si fa carriera, su come si fa il capo.

Tina Fey è stata autrice e performer al Saturday Night Live per un decennio e da quell’esperienzaha tratto il materiale per 30 Rock, la serie ambientata sul set di un ipotetico spettacolo comico NBC, The Girlie Show With Tracy Jordan. Nella serie, Liz Lemon, interpretata da Fey, è head writer dello show, come Fey lo è stata di Saturday Night Live. La prima cosa che verrebbe da dire su Tina Fey è che sa raccontare com’è per una donna gestireun potere. Lo confermerebbe lei stessa chiamando la sua autobiografia comica Bossypants. Maleggendo “Lessons from late night” non mi viene da scrivere frasi come la Merkel della comicitàamericana, quanto piuttosto un pezzo che parla del potere in modo onesto e comprensibile. Il pezzo è comico, il suo scopo sembra far ridere. Ruota intorno a un’aneddotica da ufficio, apartire da domande classiche tipo che differenza c’è tra autori e autrici di commedia. Per rivoltarela questione Fey rivela che diversi autori uomini del SNL pisciano nei bicchieri di carta e poi li lasciano a evaporare sugli scaffali dei propri uffici, “così poi evaporando gli ritorna nel corpo attraverso i pori del viso”. Per capire la lenta rimuginante comicità di Tina Fey, il lungo aneddoto si conclude così: “Non tutti gli autori uomini di SNL facevano pipì nei bicchieri. Ma quattro o cinque su venti sì, per cui ora devono considerarsi colpevoli tutti. Ogni volta che da qualche parte spunta una comica di stand up incapace, qualche blogger idiota deduce che “le donne non fanno ridere”.Usando la stessa aritmetica, posso dedurre che gli autori comici maschi pisciano nei bicchieri dicarta”.

Ma ciò che mi importa più del confronto tra uomini e donne è come Tina Fey parla del potere. Recentemente, la controversa scoperta dei problemi di lavorazione di Shame (scherzo), mi ha spinto a riflettere sul potere, e su quanto in generale nelle opere narrative il potere soggettivo come esperienza personale dell’autore dell’opera, a qualunque livello (dal nonnismo scout alla direzione di un giornale), sia scomodissimo da raccontare. Tina Fey è sbocciata nell’era dell’awkward humour, lo humour dell’imbarazzo, del disagio, invalso a partire dal suono di fotocopiatrice di The Office come alternativa alla laugh track delle sit-comedy americane classiche. Il gelo come vera esperienza comica. È quindi adatta a parlare di cose imbarazzanti, e in 30 Rock il tema del suo potere come head writer è continuamente affrontato nellaserie, ma in questo pezzo sembra che Tina Fey voglia solo scrivere cos’è il potere del produttore edell’head writer, spesso senza quasi cercare la risata.

Il punto 9) delle lezioni imparate dal produttore Lorne Michaels dice: “Non dare mai del pazzo aun pazzo”. Fey ammette di non aver capito per anni come mai Lorne Michaels non mandasse mai a cacare nessuno della produzione: autori di sketch troppo lunghi, attori isterici che volevano essere spostati lungo la scaletta. Seriamente, come stesse tenendo un corso per manager (eppure no, è così difficile stabilirlo), Fey spiega che contrariamente al proprio istinto di mandare tutti a cacare, “non esiste corso di management al mondo che raccomandi il sentirsi superiore come strumento [di comando]”.“Lorne ha un modo molto indiretto ed efficace di trattare con i pazzi. Lo si può descrivere al meglio con la vecchia battuta che tutti sanno da Io e Annie”. (Un uomo va da uno psichiatra e dice: “Mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”. “Perché non lo interna?” “Perché ci servono le uova”.) “Lorne sa che la gente più estenuante ogni tanto tira fuori la roba migliore. …Per senso di giustizia, userò me stessa come esempio”.

E qui comincia a raccontare che nell’ottobre 2001, in piena paura antrace, seduta nel suo camerino al 30 di Rockefeller Plaza, gli studi della NBC a Manhattan, vede al telegiornale che la polizia sta esaminando la sostanza trovata in un pacco sospetto spedito alla NBC. “’No no’, mi dissi. ‘Io lascio perdere’. Presi la giacca, scesi a piedi, superai amici e colleghi senza dire una parola. Passai oltre la dolcissima Drew Barrimore, che presentava SNL quella settimana, senza dirle cosa avevo sentito. Andai all’ascensore e uscii. Poi andai a casa a piedi e aspettai la morte. Diverse ore dopo, Lorne mi telefonò e disse con gentilezza: ‘Siamo tutti qui. Tu e Drew siete le sole a esservene andate. E Drew è tornata qualche ora fa, per cui… stiamo ordinando la cena, se vuoi tornare’. Era il modo più cortese di dire: ‘Ti stai coprendo di ridicolo’”. Più tardi, “mentre guardavo lo show dalla balconata provai un affetto tremendo per tutti. È come se fossimo una famiglia e, se dovevamo lasciare questo mondo, almeno l’avremmo fatto insieme. Dovevo aver scordato che poche ore prima me l’ero data, lasciandoli qui a morire. (Ho una capacità squisitamente tedesca di vacillare tra sentimentalismo e freddezza.) Mail punto è che Lorne non fece quanto avrei fatto io al suo posto, ossia dire a me: ‘Stai facendo la pazza. Torna qui. Ti credi più importante di tutti gli altri?’ Oltretutto, nemmeno mi coccolò, che è ciò che avrei fatto io per compensare la mia naturale freddezza. ‘Stai bene? Se ti servono due giorni di vacanza, sono sicuro che ce la faremo, bla bla bla’. Invece, trovò un modo per farmi tornare dalla porta come se il mio crollo mentale non ci fosse mai stato. ‘Ordiniamo la cena. Cosa prendi?’ Lui sapeva come farsi dare le uova”.

Lo stile di Tina Fey è interessante. Non lo si può definire né sobrio né eccessivo, né intellettualené viscerale, non sembra quasi importante quale sia il suo stile. Le sue adorabili fattezze da topo secchione quarantenne aiutano, ma ora che per la prima volta ho letto qualcosa di suo per iscritto, posso finalmente, lontano dalla solita domanda “te la faresti o no?”, riconoscere nella sua calma analisi del proprio potere e del potere del suo mentore Lorne Michaels, un esempio di sostanza narrativa e chiarezza mentale.

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