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Ti Stimo Fratello

Escono sempre più pellicole basate su un solo sketch. Ma la comicità italica è solo questo?

Ogni tanto succedono delle cose molto strane. Avete presente quando in Magnolia, verso la fine, cominciano a piovere rane? Ecco, oggi parliamo di strani accadimenti di questo calibro. Forse un po’ meno fantasiosi, ma molto strani. In Italia in questo momento sta succedendo che siamo tutti pazzi per l’umorismo di Giovanni Vernia. Lo ammetto: non avevo idea di chi fosse, fino a quando questo lunedì sera ho avuto la fortuna di vedere Ti Stimo Fratello, il suo film, scritto e diretto insieme all’amico Paolo Uzzi e da lui interpretato. In duplice veste! Già, perché Vernia interpreta due personaggi: Giovanni, una sorta di suo corrispettivo reale (un uomo normale che fa il copy per un’azienda milanese, un po’ sfigato, fidanzato con un’arpia e vessato da una famiglia fin troppo invadente) ma al tempo stesso veste anche i (brutti) panni di Jonny Groove. Chi è Jonny Groove? Trattasi del personaggio comico che ha reso Vernia una celebrità. Un discotecaro pazzo, un po’ naif, un po’ demente, che utilizza uno slang giovanilistico e che balla. Balla in continuazione, come se non ci fosse un domani. Balla e urla frasi che ricordano cori da stadio. Roba come: “E siamo noi, siamo noi!”. Direi che oltre a questo, Jonny Groove non fa molto. Eppure Giovanni Vernia è quello che si dice un personaggio famoso.

Il personaggio di Jonny Groove nasce a Zelig. Nel 2008, dopo una gavetta a Zelig Off, Jonny Groove diventa uno dei comici di punta del programma allora condotto da Claudio Bisio e Vanessa Incontrada. Lanciata dal programma, sempre nello stesso anno, esce la sua canzone intitolata Essiamonoi che diventa una delle più scaricate da iTunes. L’anno dopo esce addirittura una compilation dallo stesso titolo, in ben 2 cd e contente 34 brani. Jonny Groove diventa testimonial per Smemoranda, finisce sul palco dell’Ariston al Festival di Sanremo e continua a incantare il pubblico di Zelig dicendo a chiunque: “Ti stimo fratello!”. Nel 2009 Kowalski editore fa uscire il libro Essiamonoi (o no?) che diventa poi uno spettacolo teatrale. Dopo tutte queste soddisfazioni, è la volta del film, prodotto da Colorado Films, Banans e Warner Bros. La consacrazione di un tormentone.

Seconda ammissione della giornata: a me i comici di Zelig non fanno molto ridere. Diciamo che ho proprio un problema con la comicità televisiva italiana in generale. Non voglio passare per forza di cose per uno snobbettino o per uno eccessivamente spocchioso, ma la nostra comicità lascia veramente a desiderare da molti anni. Non abbiamo la tradizione per lo stand up come esiste in America o in Inghilterra e, al di là del riciclo delle nostre macchiette – le coppie scoppiate della Littizzetto, i terroni e i meridionali di Bisio e Siani – tolti i rari esempi di “satira” politica alla Crozza, ci rimane ben poco. Quello che resta sul piatto è il fatidico tormentone. Quella frase ad effetto a cui il comico ricorre in continuazione per suscitare la risata del pubblico e per rendersi riconoscibile. Il famoso “Bucio de Culo” di Martellone, il comico immaginario più vero del vero visto nella mai troppo elogiata serie Boris. Nella nostra vita da spettatori di tormentoni ne abbiamo visti e assorbiti molti, basti pensare a quasi tutto il Drive-In o a qualche stagione di Mai Dire Gol. Quello di Vernia, evidentemente molto efficace per il suo pubblico, ha però un grave difetto: si esaurisce nella sua enunciazione. Jonny Groove arriva in scena ballando, dice: “Essiamonoi!”, ed è finita lì. Non c’è altro. Sì, ok, poi parla con delle persone che solitamente confonde per qualcun altro. Sbaglia qualche verbo, dice cose senza senso logico, dice uno, due o tre “Ti stimo, fratello!” e poi finisce lì. Non c’è molto materiale su cui costruire un film. Eppure Ti Stimo Fratello vedrà il buio delle sale cinematografiche questo fine settimana. E dura più o meno 90 minuti. Che sono tanti se le frecce al tuo arco sono uno che balla con i pantaloni muccati.

Inutile dire che Ti Stimo Fratello non è un film. È brutto, è televisivo e fa poco ridere. Ok, è meno volgare rispetto a qualche cinepanettone e ha una sua ingenuità di fondo quasi leggera, ma non è un film. Ciò detto il problema è un altro: sui tormentoni ci costruiscono canzoni, compilation, libri, spettacoli teatrali e addirittura pellicole. Non è un po’ troppo? Ok, la ragione sta dalla parte di chi ha capito che una cosa del genere si può fare, non c’è da discutere e i numeri sono lì a dimostrarlo, ma è al tempo stesso chiaro che anche al cinema non sempre questo gioco riesce. Il rischio è quello di bruciare il personaggio che, se è vero che sulla forma breve ha i suoi estimatori, spalmato su 90 minuti risulta alla fine insopportabile. Il problema è quindi l’esagerazione, la pretesa da parte dei produttori di poter fregare sempre e comunque gli spettatori che, dispiace dirlo, difficilmente usciranno dalla sala soddisfatti. Ripeto: alla fine il mercato dà ragione a loro, vedi i recenti esempi di Checco Zalone o de I Soliti Idioti, ma non mancano gli esempi fallimentari di instant movie comici pensati e prodotti per cavalcare l’onda di qualche tormentone che a distanza di anni si ricordano con imbarazzo. Qualche esempio? L’incredibile Amici Ahrarara, pellicola con protagonisti i Fichi d’India, o La Terza Stella con Ale & Franz. Che dire poi di Ravanello Pallido con Luciana Littizzetto? Ma forse il peggio rimane l’inarrivabile 2061: Un Anno Eccezionale, film di Carlo Vanzina che, in una cornice a metà strada tra il vecchio Attila: Flagello di Dio e il post atomico, metteva insieme il dream team della comicità televisiva: Anna Maria Barbera, Paolo Cevoli, Stefano Chiodaroli e Andea Pucci. Come si sarebbe detto un tempo: nunca mas! Eppure ogni tot un film del genere ce lo ritroviamo in sala. Possibile che le idee siano così poche?


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