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Ti amo, Mandorlini

Il Verona di Andrea Mandorlini è la storia di quest’anno. Dalle accuse di razzismo al successo: una squadra costruita attorno a Luca Toni e un allenatore capace di sfatare credenze e vincere.

Sì, non è simpatico. Embè? Non è che si debba sempre porre questa pregiudiziale prima di parlare di Andrea Mandorlini. A qualcuno non è piaciuta l’esultanza dopo il gol di Gomez, al terzo minuto e mezzo di recupero di Verona-Juventus. Esagerata, hanno detto. Come se pareggiare con la Juve partendo dal 2-0 per loro non sia qualcosa che meriti un’esagerazione. Con quella corsa vicino alla panchina, a metà tra Juary e Malesani, Mandorlini s’è sfogato. Siamo a Verona, non all’Old Trafford. Non è normale, né abituale andare sotto contro una squadra che ha fatto 60 punti in 23 partite e recuperare. Vai, allora. Chissenefrega delle buone maniere, della telecamera. L’avrebbe fatto Conte, uguale. Perché sa e infatti non ha parlato. Però c’è sempre qualche purista che alza il dito e alimenta questo alone di diffidenza, di epidermica ma soffocata malevolenza. Come se fosse sì bravo, ma non degno. Sarà che quella storia della maldestra citazione di Ti amo terrone degli Skiantos alla presentazione del Verona tornato in B nel 2011 pare incancellabile. Gli ha fatto male, molto male. Sospetti: ma è razzista o no? Trentasei punti e il sesto posto in classifica sospendono la risposta. L’ultima volta era il 13 marzo 1988, Verona-Ascoli 2-1. Sesti in classifica. Poi giù, prima piano, poi forte.

Il Verona e Mandorlini sono la storia di quest’anno. Il resto è contorno, scena, accessorio. Qui c’è un’idea di pallone. Il Verona gioca in una maniera diversa dagli altri. Sfugge soprattutto a un falso mito del calcio: quello per il quale una squadra salita dalla B alla A debba puntare sugli stessi giocatori con i quali s’è garantita la promozione. Succede anche nelle grandi: Conte in Coppa Italia dice di affidarsi ai «giocatori che mi hanno portato fino a qui». Prandelli in nazionale ha detto che in Brasile ci andrà soprattutto chi ha contribuito a qualificarsi. Se sono frasi dette così per scaricare velocemente una domanda alla quale non si vuole rispondere va bene. Tipo quelle su Cassano, che tornano ogni volta che Tonino fa un gol o una buona partita. Perché se fosse vero, se fosse un criterio di scelta, allora ci sarebbe da diffidare. Gioca chi funziona di più, a prescindere da quante partite abbia fatto e al di là del contributo che ha dato l’anno scorso a raggiungere un determinato risultato. Mandorlini ha avuto l’intelligenza di capirlo. Non è stato così a Livorno e per certi versi neppure a Sassuolo.

Mandorlini ha voluto Toni. E qui sta la chiave: avere il coraggio di cambiare e farlo smentendo un altro luogo comune. Quello sui vecchi.

Ora, sarà un caso, però delle tre neopromosse in A, il Verona è l’unica che funziona. Che cosa avrebbe dovuto fare? Puntare per forza su Cacia? Ha avuto un’altra occasione in serie A (a Lecce, nel 2008-2009) ed è andata malissimo. Mandorlini avrebbe dovuto tenere lui come centravanti titolare solo perché l’anno scorso ha fatto 24 gol? Non si mettono in campo gli uomini per riconoscenza. Puoi farlo in Eccellenza, non in serie A. Mandorlini ha voluto Toni. E qui sta la chiave: avere il coraggio di cambiare e farlo smentendo un altro luogo comune. Quello sui vecchi. Perché nell’onda giovanilistica che ha travolto giornali e televisioni, a un certo punto gli allenatori e le società hanno smesso di fare quello che avevano sempre fatto: comprare tre-quattro giocatori che avessero almeno cinque anni di serie A alle spalle. Siccome siamo un paese ridicolo e pressappochista prima avevamo squadre di tromboni: c’erano una cinquantina di giocatori che ruotavano nelle squadre di media-bassa classifica. Come si diceva? Ah, giocatori di categoria. Una specie di usato sicuro: tu li prendevi e nessuno poteva dirti di aver sbagliato mercato. Tanti Fabian Valtolina che in 8 anni, dal 1994 al 2002 ha giocato a Bologna, Chievo, di nuovo Bologna, Piacenza, Venezia. Poi siamo passati all’opposto, con lo stesso pressapochismo vissuto al contrario: l’idea dei ragazzini da buttare dentro era diventato un dogma mediatico. Non hai i giovani? Non sei niente.

Mandorlini ha smontato un teorema: Toni è stato il centro del calciomercato ed è il centro del Verona. Perché è da qui che devi cominciare per capire come un 4-3-3 classico, con gli attaccanti esterni che giocano in 45 metri, si può cambiare in un 4-5-1 che però non sposta di un centimetro la possibilità del Verona di essere pericoloso. Toni è il centro dell’idea di gioco, è il perno, è il pistone. Se guardi i flussi di gioco di Mandorlini ti accorgi di come e quanto il Verona sia costruito sulle caratteristiche di un centravanti classico. E’ l’unico che non torna mai nella sua metà campo, se non sui calci piazzati. È il giocatore da cui passano il 68 per cento delle giocate offensive del Verona. È il centro in senso letterale e in senso geografico. Mandorlini l’ha teorizzato e realizzato. Dicono: è un modo vecchio di giocare. Però funziona. Così il 32 per cento delle azioni offensive parte da sinistra, il 30 per cento dal centro, il 37 per cento da destra. Contro la Juventus entrambi i gol sono arrivati da qui, prima su punizione e poi su un cross di Romulo.

Questo è Mandorlini. Se vuoi conoscerlo devi partire dall’idea di gioco che ha. Non necessariamente spettacolare, ma semplicemente efficace.

Ecco, qui vale la pena fermarsi. Perché Toni è Toni, va bene. Poi tutti hanno parlato di Jorginho: giovane, nuovo, tecnico, intelligente. Venduto. Però i pilastri del gioco di Mandorlini sono anche altri: i due interni, Halfredsson e soprattutto Romulo. Lui era chiuso a Firenze, stretto tra Borja Valero, Aquilani, Pizarro e pure Ambrosini. Poi ci sono i centrali difesivi e gli esterni, soprattutto Cacciatore, che non aveva mai giocato in A. L’idea di fondo è semplice. Gira, gira, gira la palla: tutto finalizzato a una verticalizzazione in tempi brevi, rasoterra o alta che sia. A dispetto del sesto posto in classifica, il Verona è la squadra che delle prime 10 fa meno possesso palla. Anche quella che tira meno in porta, se è per questo. Non segna molto, ne subisce anche troppi, tanto da essere la squadra con la peggior differenza reti tra quelle di vertice (solo più 2). Questo è Mandorlini. Nel senso che se vuoi conoscerlo devi partire dall’idea di gioco che ha. Non necessariamente spettacolare, ma semplicemente efficace: non teorizza la storia del gioco pulito per arrivare in porta, dice che la grinta e qualche volte anche la confusione sono un buon mezzo per arrivare a un risultato.

Una volta gli chiesero di Zeman: «A Pescara ha fatto cose straordinarie, ma negli ultimi dieci anni non aveva vinto niente. Questo per dire che il suo ultimo campionato di B è stato qualcosa di unico, di irripetibile visto che i nostri 78 punti potevano valere la promozione diretta, ma siamo stati bravi a rendere straordinario un allenatore bravo, che ha un’ idea di calcio forte ma che non è l’unica». Diversi. Cioè: chi l’ha detto che spettacolare sia soltanto un tipo di calcio? Non ama i paragoni, ogni volta che gli parlano di Bagnoli si imbarazza, perché è un’asticella tropo alta: quello vinse lo scudetto, capito? Lascia stare le circostanze. Oggi non accadrebbe più, lo sa Bagnoli e lo sa anche Mandorlini. Degli allenatori che ci sono oggi in giro quello a cui somiglia di più forse è Guidolin. Anche per il tipo di gioco, il tipo di programma. Con lui condivide il fatto di aver esplorato l’estero (Mandorlini andò al Cluj, in Romania), l’essere agganciato alla provincia che non diventa più provincia. Poi, come Guidolin, sembra folkloristico perché usa quella tuta un po’ demodè. È scaramantico, patologicamente scaramantico: nell’anno della promozione in B fino ai caldissimi playoff di giugno indossò un piumino poi finito nel museo dell’Hellas («L’ho regalato al museo io e ora ho trovato un’alternativa. Ma non sono così superstizioso, non più degli altri allenatori»). La tuta forse è un indizio, non è detto che sia sufficiente. Ecco, adesso, ditemi che cosa c’entra Ti amo terrone. Possibile che non si possa uscire da quel gorgo? Ha studiato, ora applica: Verona è già salva dopo 23 giornate, qualcuno non deve dimenticarlo perché non è posi così scontato. Toni resta, Mandorlini pure.

 

Nella foto, Mandorlini alla prima di Serie A 2013/14. Dino Panato/Getty Images

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