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The Raid 2, uno spaccatutto

Sul secondo capitolo di Gareth Evans, regista gallese che ha rivoluzionato il genere action andandosene a Giacarta a scoprire l'arte del Merantau e diventando di culto.

È difficile avere delle passioni cinematografiche. Soprattutto quando metà del proprio tempo lo si passa guardando compulsivamente film e serie televisive. Fin da quando ho memoria, ho sempre avuto a cuore il cinema e ho sempre avuto il mio regista/film/attore preferito del momento. Ora però la questione s’è fatta più complessa. Una volta spendevo talmente tanto tempo ed energie a recuperare certi titoli che, una volta che li avevo messi su Vhs e visti almeno sette o otto volte di seguito, diventavano il mio amore totalizzante del momento. Ma quei tempi – quei tempi in cui a casa avevi due videoregistratori per duplicare le videocassette che ti facevi prestare da quel tuo amico fortunato che una volta era sveglio alle 4 e mezza del mattino proprio quando a Fuori Orario avevano dato La Farfalla Sul Mirino di Sejun Suzuki – quei tempi, dicevo, sono ormai distanti. Ora, per farsi una cultura sul cinema serbo ci mettiamo una, massimo due ore di ricerca matta e disperatissima di link su Torrentz. E i nostri hard disk sono talmente saturi, le nostre collezioni di Dvd sono talmente sconfinate che per vedere tutto quello che abbiamo non basterebbero due vite. Di conseguenza, oggi, avere un vero e proprio amore cinematografico è una cosa molto difficile. Possiamo avere gli innamoramenti, le infatuazioni, le storielle estive, ma un vero amore di quelli che passi le ore a riguardare le sequenze, a studiare i titoli di coda, a tentare di scoprire qualsiasi cosa in più sull’oggetto della tua passione, è difficile da trovare. Ma come diceva quel vecchio libro di quel vecchio scrittore che un tempo mi piaceva tanto e che oggi invece non mi piace più: “Prima o poi l’amore arriva”.

Ok, la storia è tutta qui, ma stiamo parlando di un film di arti marziali non di un kammerspiel, che volete da me? Qui quello che c’interessa è il gesto dell’atleta, la perfezione geometrica dell’inquadratura, la leggerezza con cui si compiono acrobazie folli

Mi sento molto fortunato. Mi sento fortunato perché è vero che prima o poi l’amore arriva. Basta aspettare, essere pazienti e guardarsi in giro. Ma non bisogna esagerare! Non si può rischiare di fare la figura di quelli che stanno lì tutto il giorno in cerca. Queste cose accadono inaspettatamente. Ed è proprio grazie al fatto che non si è preparati, pronti, che l’emozione è così grande. Nel 2009, dopo anni di cure forzate di John Woo e centinaia di migliaia di lire spese nelle Vhs della Made in Hong Kong, rimango comunque intrappolato nella ricerca del film d’azione perfetto. Mi ero spostato in Thailandia, avevo assaggiato il primo kolossal di cappa e spada malese, avevo frequentato per anni il Far East Film Festival di Udine, fino a quando – non ricordo neanche più come – entro in contatto con Merantau, un piccolo film indonesiano. La trama è tra le più semplici mai raccontate. C’è un ragazzo esperto di arti marziali che dal suo piccolo paesino di campagna si trasferisce a Giacarta, dove vuole insegnare. Una volta arrivato in città però, incontra dei cattivi. E i cattivi, come si sa, vanno menati. Ok, la storia è tutta qui, ma stiamo parlando di un film di arti marziali non di un kammerspiel, che volete da me? Qui quello che c’interessa è il gesto dell’atleta, la perfezione geometrica dell’inquadratura, la leggerezza con cui si compiono acrobazie folli e l’arroganza con cui queste vengono riprese. Scopro questa nuova arte marziale, il Merantau del titolo: una branca specifica del Pencak Silat, l’arte marziale tipica dell’Indonesia. E scopro questo ragazzo, Iko Uwais, che a recitare non è proprio bravissimo, ma con il Merantau può fare cose che non credevo essere umanamente possibili. Non mi innamoro subito, ma rimango affascinato.

La scintilla scatta in un secondo momento: scopro che il regista di questo film è un ragazzo gallese. Ma come c’è finito un gallese con la faccia da bonaccione, alto quasi due metri, a girare un film di arti marziali in Indonesia? Scopro che tale Gareth Evans nella sua vita ha fatto un piccolo film sanguigno e violento, intitolato Footsteps. Un produttore deve averlo notato e decide di ingaggiarlo per uno strano progetto: la realizzazione di un documentario sulle arti marziali in Indonesia. Evans decide di imbarcarsi in questa impresa e parte. Rimane stregato dal Merantau e soprattutto dal campione nazionale di Silat, Iko Uwais, che arrotonda lo stipendio facendo il fattorino per una compagnia telefonica. I due diventano amici e Evans manda a monte la realizzazione del documentario per impegnare tutto quello che ha in Merantau. E la scelta è quella giusta, visto che il film diventa di culto in tutto il mondo. Evans e Uwais decidono di diventare migliori amici di sempre e, in preda a un delirio di onnipotenza, scrivono la sceneggiatura di un poliziesco durissimo: BerAndal. Viene girato anche un piccolo promo, ma dopo un anno e mezzo di lavori, ci si rende conto che il progetto punta troppo in alto. Per cui, con la stessa squadra di attori, si gira un film a budget molto più ridotto: The Raid.

Dopo l’uscita del film, il 98% dei registi di action mondiali cambiano lavoro e cominciano immediatamente ad intarsiare il legno per la vergogna. The Raid: Redemption diventa un culto mondiale e la nuova pietra angolare per chi vuole approcciare il genere

Ora, io non so se voi avete visto The Raid o se vi piacciono i film d’azione e di arti marziali, ma parliamo di uno dei film più sconvolgenti dell’ultimo decennio di Cinema. Ancora una volta la trama è oltre lo scarno. Un manipolo di poliziotti entrano in un palazzo dove ci sono tutti i criminali di Giacarta. Per arrestare il boss, dovranno arrivare fino all’ultimo piano. E non sarà facile. Tutto questo viene detto nella seconda sequenza del film. Lo racconta il capitano della polizia ai suoi uomini che stanno proprio per cominciare il raid. Poi c’è il delirio. La punch line del poster australiano era la più azzeccata: «1 Minute of Romance. 100 Minutes of Non Stop Carnage», «Un minuto di romanticismo, di storia. 100 minuti di carneficina senza sosta». E The Raid è esattamente questo. Un film videogioco diviso per piani dove la spettacolarità delle sequenze d’azione e i combattimenti sono quello che (noi appassionati di questo cinema) abbiamo sempre sognato. Non solo degli atleti impegnati in acrobazie mai viste prima, ma anche una regia talmente azzardata, precisa e attenta da lasciare esterrefatti. C’è una trama, ci sono i personaggi, c’è l’azione, c’è il ritmo, c’è tutto. The Raid cambia titolo: diventa The Raid: Redemption. Gli si aggiunge quella parola – Redemption – per poter poi costruire una saga. Dopo l’uscita del film, il 98% dei registi di action mondiali cambiano lavoro e cominciano immediatamente ad intarsiare il legno per la vergogna. The Raid: Redemption diventa un culto mondiale e la nuova pietra angolare per chi vuole approcciare il genere. Oltre a Iko Uwais si fa notare Yayan Ruhian nella parte di Mad Dog, il cattivo più letale mai visto su grande schermo. Gli incassi, soprattutto se paragonati al budget inziali, sono spaventosi e dopo sette secondi circa dall’uscita del film nelle sale, i produttori ordinano un seguito. Evans a questo punto ritira fuori la sua vecchia sceneggiatura e nasce The Raid: BerAndal o, se preferite, The Raid 2. Basta poco: si incolla una sorta di piccola spiegazione che faccia da ponte con il finale del primo e poi si può procedere come e dove si vuole. Ricordate? Non stiamo mica parlando di kammerspiel.

The Raid: BerAndal sembra un film anni ’90 di Hong Kong. C’è un poliziotto infiltrato che non si può fidare di nessuno, costretto ad abbandonare la sua famiglia e a sporcarsi le mani fino al punto di non ritorno. C’è una famiglia di mafiosi che deve stare attenta a mantenere il controllo sui propri avversari. Ci sono killer specializzati in omicidi con machete, martelli, mazze da baseball. C’è, rispetto al primo film, una vera e propria trama e ci sono anche più soldi. C’è la consapevolezza del regista di essere sulla strada giusta e che se nel mondo la gente è impazzita per Nicolas Winding Refn che inquadra corridoi rossi o blu a Bangkok, lui lo può fare meglio e a Giacarta. Ci sono una serie di sequenze che ti fanno veramente urlare al miracolo, alzare dal divano di casa e lanciare dei petardi in aria dalla felicità. Se n’è accorto un festival come il Sundance che l’ha voluto per questa edizione come film d’inaugurazione e se ne stanno accorgendo sempre più persone in giro per il mondo. Il risultato è che, ovviamente, il terzo capitolo è al momento in fase di pre produzione e che Gareth Evans e Iko Uwais stanno per cambiare il mondo del cinema action. O almeno stanno tentando di farlo. E io non posso che essere innamorato.

 

 

Immagine: una scena di The Raid: BerAndal (via)

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